Foto © Rodolfo Sassano Johnny Marr torna in Italia a sei anni dall’ultima volta e sinceramente non mi ero accorto che fosse passato così tanto tempo: è vero che in mezzo c’è stato il Covid, ma ci sarebbe comunque stato lo spazio per un passaggio ai tempi del tour di Fever Dreams, che risale al 2022 e che al momento è ancora il suo ultimo disco in studio. Ben venga dunque rivederlo in azione e proprio qui al Fabrique, dove si era già esibito nel 2018 in quello che se non ricordo male era il suo primo show da headliner nel nostro paese.
Il locale è pieno a metà, un dato che contrasta con lo show della sera successiva a Bologna, andato sold out già in prevendita ma che, occorre dirlo, è stato programmato in una venue decisamente più piccola. Oltretutto, causa i soliti ingorghi in tangenziale, l’affluenza è ancora piuttosto scarsa quando, alle 20 spaccate, i Clockworks prendono possesso del palco. La band di Galway (ora vivono a Londra ma si proclamano sempre fieramente irlandesi) ha pubblicato il proprio disco di debutto, Exit Strategy, nel 2023, ma l’uscita di un nuovo singolo in questi giorni lascia ben sperare rispetto ad un follow up in tempi brevi. Dal vivo la loro miscela di Brit Pop e Post Punk, un rimescolamento senza troppa fantasia di Franz Ferdinand, Killers, Blur, Smiths, Fontaines D.C. e qualunque altro nome vi venga in mente, funziona decisamente meglio che su disco: coesi e dinamici, i quattro hanno un gran bel suono ed un gran bel tiro, le canzoni suonano tutte già sentite ma sono ben scritte ed in versione live risultano decisamente piacevoli ed inaspettatamente fresche. Set breve (appena mezz’ora) ma davvero molto godibile, stai a vedere che dovremmo iniziare a tenerli d’occhio seriamente?
Johnny Marr e la sua band arrivano alle 21 in punto, senza musica d’ingresso, prendono posizione e attaccano senza troppe cerimonie con una potente Generate! Generate!. La formazione è la stessa di sempre, immortalata anche nel recente Look Out Live!, che al momento costituisce la sua ultima uscita: Jack Mitchell alla batteria, Iwan Gronow al basso e James Doviak (conosciuto anche solo come Doviak) a chitarra e synth. Un gruppo ormai affiatato, che rende i pezzi in maniera semplice e senza troppi fronzoli, puntando tutto sulla compattezza della sezione ritmica e sul gran lavoro chitarristico del proprio leader: da questo punto di vista, l’ex Smiths non ha perso nulla del tocco che ha contribuito a creare le hit della sua prima band, e se oggi la sua scrittura ha incorporato numerosi altri elementi (in primis la dimensione elettronica) facendosi per certi versi più “moderna” nell’impostazione generale e robusta nei suoni e nelle soluzioni adottate, il suo stile rimane unico e quando si lancia nei suoi proverbiali fraseggi dal sapore jangle non ce n’è davvero per nessuno.
La scaletta offre il meglio del suo repertorio solista e si muove tra episodi ormai rodati come Armatopia, New Town Velocity, la splendida Spirit Power Soul, col suo gran lavoro di synth, le divertenti e straordinariamente catchy Easy Money e Hi Hello, ed una molto più elaborata Walk Into the Sea, dove l’atmosfera si fa a tratti quasi psichedelica.
Vengono proposti anche tre pezzi nuovi, parte di un disco che il chitarrista dice essere ormai terminato, anche se ancora non sappiamo quando uscirà: It’s Time è costruita su un riff che sembra riciclato dai tempi di The Queen Is Dead ma poi si muove in altre direzioni; Spin è decisamente ruffiana nelle intenzioni e la sensazione, al primo ascolto, è che potrebbe diventare un singolo di un certo successo; Ophelia, suonata nei bis, ha un non so che di New Wave e di sicuro appare come quella più ricercata.
Ci ha messo parecchio per iniziare ma adesso, a dodici anni di distanza, possiamo dire senza timore di smentita che Johnny Marr si sia costruito una carriera solista di tutto rispetto: non avrà scritto capolavori, certo, ma il suo repertorio gode di una solidità e di una credibilità notevoli tanto che, è una sensazione che ho avuto a metà concerto, non avrebbe forse neppure bisogno di ricorrere ai brani degli Smiths per ingraziarsi il pubblico. Se è vero infatti che la reazione ai classici del passato è stata rumorosa ed entusiasta, è altrettanto evidente che i presenti abbiano gradito anche tutto il resto, dando la sensazione di non essere lì semplicemente per rievocare i bei vecchi tempi.
Detto questo, i ripescaggi del suo sodalizio con Morrissey non sono mancati: dall’iniziale bordata di Panic (col grido «Hang the Dj!» che ha fatto tremare il Fabrique), al riff immortale di Bigmouth Strikes Again, ai ritmi ipnotici di How Soon is Now?, e persino a cose meno scontate come Stop me if you Think You’ve Heard This One Before. Tutte ottime esecuzioni, non per forza caratterizzate da precisione filologica (e con la voce di Marr che è quella che è, aggiungerei) ma ben inserite nell’economia generale dello show. Pregevole anche la resa acustica di Please, Please, Please Let Me Get What I Want, e ovviamente immancabile e sempre emozionante There is a Light That Never Goes Out, nonostante negli anni sia diventata sempre più piaciona (credo che Morrissey inorridirebbe se ascoltasse il finale ripetuto a cercare il singalong). In mezzo, anche una divertente cover del classico di Iggy Pop The Passenger, ed una movimentata Getting Away With It, a omaggiare la breve esperienza degli Electronic (a proposito di reunion, la loro me la guarderei volentieri).
Un concerto bellissimo, quello che ci voleva per rimediare a sei anni di assenza, col chitarrista che ha colpito anche per la sua straordinaria forma fisica (ci siamo abituati ma fa sempre impressione) e per le sensazioni positive che comunica quando lo si vede sul palco: è evidente che si diverte ancora un mondo a fare quello che fa. Aspettiamo fiduciosi il nuovo album e speriamo non passi troppo tempo prima di poterlo rivedere in azione.