Jon Batiste, Big Money

Ernesto D Angelo
4 minuti di lettura

JON BATISTE
Big Money
Verve
***

Ma non può essere che davvero il troppo stroppia? Jon Batiste, trentanovenne pluritalentuoso virgulto della Louisiana, è attivo in — lo dico? — troppi ambiti. Tralasciando i suoi impegni nel mondo del cinema (sia come autore di colonne sonore sia come attore), in quello della televisione (per quasi sette anni è stato il direttore musicale del seguitissimo The Late Show With Stephen Colbert), dovremmo pure fare memoria del suo ultimo album. Se rammentate si chiama Beethoven Blues (Batiste Piano Series, Vol. 1), è del 2024 ed è una sorta di curiosa passeggiata classico-beethoveniana per le vie celebri della Crescent City come Basin Street e Congo Square, nonché per Tin Pan Alley e Harlem.

Adesso — mai pago, il ragazzo! — torna con un altro album che celebra, recupera, riassume e rilancia il patrimonio della black music nella sua (quasi) interezza. Cosa che in altre vesti aveva già fatto con We Are (2021) e World Music Radio (2023). Si tratta di Big Money, da poco pubblicato su Verve e prodotto dallo stesso Batiste con Dion “No I.D.” Wilson, suo alter ego progettuale da qualche anno. Vi dirò, per essere bello l’album è bello. Ma c’è qualcosa che in tanta elargizione di capacità e bravura non convince appieno.

In cotanta magnifica revue di soul, blues, NOLA sound e, perché no, reggae, c’è più esercizio di stile che autentico feeling. Per carità, Lean On My Love, con l’ospitata di Andra Day, è un r&b che cattura, e Big Money, con le nipotine di Sam Cooke — le Womack Sisters — e la chitarra di Nick Waterhouse, è un r’n’r stomp dalla camminata alla Rip It Up di Little Richard, cosa che non dispiace. Ma (ahi!) la Lonely Avenue di Doc Pomus (resa celebre da Ray Charles) brilla soprattutto per la presenza della voce caratteristicamente afona del grandissimo Randy Newman. Pur essendo ottimo il lavoro strascicato del piano, è il genio di Little Criminals a rendere notevole il pezzo. Non sempre certi gorgheggini in falsetto del titolare di quest’opera giovano all’economia del brano. E non oso nemmeno pensare a cosa passerà per la mente di Kurt Elling nell’ascoltare questa versione. Passiamo avanti, non lo voglio sapere.

Continuano gli afrori Big Easy in Petrichor, mentre Do It All Again ci appare come una perfetta canzone nello stile di Tom Waits (Shiver Me Timbers, per esempio) con maggiore blackness, ma senza la poesia del geniaccio di Pomona. Tuttavia, la revue continua pure con il western swing di Pinnacle, magnificamente didascalico, con At All, mix di R&B, soul e blues alla Bill Whiters (pure nel groove), e con Maybe, che inizia alla Professor Longhair di Go To The Mardi Gras e poi diventa una ballad dalle forti influenze gospel. Finale col reggae one drop di Angels, che vede la partecipazione del succitato No I.D. e del conduttore e curatore della trasmissione radiofonica World Music Radio, Billy Bob Bo Bob.

Il valore artistico di quest’album è quello che vedete all’inizio. Ma potrebbe essere leggermente maggiore per l’aspetto pedagogico dell’opera. Qualcuno dovrà pur educare al concetto di Americana le nuove generazioni perse in un mare magnum di trap dozzinalucci con l’autotune. E va bene così.

Condividi questo articolo