Foto © Francesco Calazzo Qualche tempo fa, grazie a un doppio concerto andato in scena l’1 e il 2 novembre, Jonathan Richman ha fatto tappa in quel di Halifax, Nuova Scozia, quasi a chiudere la sua lunga tournée nordamericana. A ospitarlo è stato il centro culturale di Alderney Landing, una struttura splendida, affacciata sull’acqua, che di giorno ospita un mercato e la sera si trasforma in sala concerti. Senza sedie, la capienza è salita a circa 400–450 persone per serata, tutte accorse per lui: alcuni venivano anche da fuori provincia, un piccolo pellegrinaggio atlantico per un artista che continua a esercitare un fascino unico.
Il concerto si lega idealmente all’intervista che gli avevo inviato, all’inizio del tour, in forma scritta. Jonathan mi ha consegnato di persona le risposte (scritte a mano!) quando ci siamo incontrati, poche ore prima del concerto. La sua road manager mi aveva avvisato che Jonathan le aveva molto apprezzato e desiderava incontrarmi. Ci siamo visti nel pomeriggio, in un piccolo negozio di prodotti mediterranei trasformato in caffè improvvisato. È stata una lunga conversazione, spontanea e viva, accompagnata da qualche brano suonato sul momento, da foto e da quella disponibilità gentile e imprevedibile che gli appartiene. Jonathan aveva solo chiesto di non registrare nulla, di restare nel momento. È stata un’esperienza unica, per la quale sono sinceramente grato a lui e al suo management. L’intervista sulla quale sto lavorando vedrà presto la luce, sia sulle pagine di Buscadero, sia sul sito della rivista.

La sera, sul palco, il suo minimalismo ha preso forma come sempre. Nessuna scenografia, nessuna costruzione: solo lui, la sua chitarra, Tommy Larkins alla batteria e una strumentazione che viaggia con loro — mixer, microfoni, effetti. Le luci, invece, le trovano di volta in volta, nei locali dove suonano. Se ci sono, le usano con sobrietà; se non ci sono, non ne hanno bisogno. Il set ha attraversato territori vecchi e nuovi: dall’ultimo disco, con I Was Just a Piece of Frozen Sky Anyway e The Dog Star (che ne rappresenta l’anima più contemplativa), fino alla Les Étoiles del malinconico, delizioso Not So Much to Be Loved as to Love (2004). Poi, il ritorno ai classici: I Was Dancing in the Lesbian Bar, accolta dal teatro all’unisono e trasformata in un lungo momento danzereccio, partecipatissimo; Pablo Picasso, ballata minore e nevrotica, tirata per quasi dieci minuti fino al nocciolo della questione, che non riprenderemo qui perché la storia la conosciamo bene.
C’è stato spazio anche per Egyptian Reggae, per una You Need Me Too — canzone stravagante e tenera sul rapporto tra angeli ed esseri umani — anch’essa estratta dal nuovo Only Frozen Sky Anyway e per Little Black Bat, scritta in dialetto sardo con l’aiuto dell’amico Mauro “Roby Stomp” Vacca. Subito dopo, “David & Goliath” ha assunto, anche alla luce dei conflitti di Gaza e della resistenza ucraina, i contorni di una riflessione universale, priva di colori politici, incentrata sul coraggio e sulla sproporzione delle forze. A seguire, Così veloce, dedicata con umorismo e affetto al Vostro reporter, ha portato un momento di leggerezza e complicità che il pubblico ha accolto con calore. Prima di Let Her Go Into the Darkness, Jonathan ha introdotto il brano con un’osservazione ironica: una delle cose che non hanno mai funzionato nella storia dell’umanità, diceva sorridendo, è cercare di far cambiare idea a qualcuno che ha già deciso la propria strada. Per lui, la persona deve prima attraversare l’oscurità per poterne uscire diversa, possibilmente in meglio.
Il concerto si è concluso con un bis richiesto a gran voce dal pubblico: Cold Pizza, manifesto sarcastico ma tutto sommato caloroso di un party nordamericano, introdotto da un commento sul legame tra Canada e Stati Uniti — due paesi che, al di là della narrativa politica corrente, restano naturalmente vicini e amici. Per Jonathan, il Canada resta un luogo speciale: la città che considera la più cosmopolita del Nordamerica è Montréal, dove sostiene che i suoi concerti siano accolti con particolare calore. A giudicare dall’atmosfera di Halifax, però, il primato sembra decisamente in discussione.