C’è qualcosa di speciale nei concerti che si tengono all’Arci Bellezza di Milano: sarà la sala raccolta, le luci calde, o forse la vicinanza fisica tra palco e pubblico, mai così sfumata. Ma lunedì 22 settembre, quando Kaki King è salita sul palco con la sua Ovation ridipinta di grigio, quella energia fluttuava nell’aria. L’artista statunitense, riconosciuta da anni come una delle voci più originali della chitarra contemporanea, ha regalato al pubblico milanese un concerto dalla rara intensità emotiva e musicale. Nessuna barriera tra artista e spettatore: né fisica né emotiva.
Circa cento persone (in un locale pensato per accoglierne meno) hanno assistito a uno show che sembrava un dialogo, una chiacchierata in musica, tra racconti personali, battute spontanee e brani suonati con una padronanza tecnica impressionante, ma mai ostentata. Il concerto si apre alle 21:30 con Default Shell, brano tratto da Modern Yesterdays. Un’introduzione che è già dichiarazione d’intenti: il suono si fa sempre più sottile, finché un’improvvisa scarica acustica, modulata da un pedale, scuote il pubblico.
«È così bello essere di nuovo in Italia, essere di nuovo a Milano. E soprattutto… non essere in America», scherza subito Kaki, strappando le prime risate con una simpatia che rimarrà costante per tutta la serata. Poi l’invito (o forse il consiglio) a vivere il momento: «lo prometto! Non guarderò mai il mio telefono durante questo concerto. Quindi, se volete fare come me… spegnete quel maledetto telefono. Spegnetelo e meditiamo tutti insieme. Questa si chiama Godchild.» Le prime note di Godchild e il pubblico si fa silenzioso: l’ascolto diventa totale. La scaletta pesca generosamente da Modern Yesterdays, ma non mancano incursioni in lavori precedenti, da Legs to Make Us Longer a Everybody Loves You.
Tra un brano e l’altro, la King continua a riaccordare la sua chitarra, mai in standard tuning, dimostrando un orecchio fuori dal comune. Batte ritmi con la mano destra sul body dello strumento, regola effetti con un expression pedal che trasforma la sua sei corde in onde profonde e ombrose. L’improvvisazione è parte integrante dello show: spesso accade che da un’accordatura nasca un brano inedito, una frase musicale nuova, non prevista. Così accade con Puzzle Me You, Kewpie Station, o nel passaggio improvvisato tra i brani, senza interruzioni.
Come in ogni racconto, non mancano i momenti teneri e surreali. Parlando del suo ultimo EP Tutto Passa, Kaki omaggia il fotografo napoletano Robbie McIntosh — presente in sala — autore dello scatto che ha ispirato il titolo. «Tutto Passa è un cliché, lo so. Ma nel resto del mondo nessuno lo sa. E io amo quella foto: c’è un uomo anziano su una spiaggia, col Vesuvio sullo sfondo, e tatuato sul petto c’è scritto Tutto Passa. Robbie li chiama “i gamberetti”, i napoletani che si arrostiscono al sole. È quella l’immagine che ho in testa più spesso quando penso all’Italia. E mi fa sentire a casa.» Poi, il momento genitore: «Mio figlio ha otto anni ed è ossessionato dal calcio. Non sa dove sono… quindi quando gli ho detto che venivo in Italia, mi ha detto: “Ah! Allora sei vicino a Barcellona!”» (Risate in sala) «Mi ha chiesto se potevo comprargli un poster di Cristiano Ronaldo. Per favore, tifosi del calcio… aiutatemi! Dopo il concerto ditemi dove andare. Lui pensa che Barcellona sia un castello, come una città magica!»
C’è anche spazio per un po’ di sana ironia culturale: «Ma qui in Italia fate tutto tardi! A che ora mangiate? A mezzanotte?» Ride, poi aggiunge: «Dopo Milano andrò a Bologna e Roma, poi in Germania, al Guitar Summit. Là è tutto così organizzato… qui è più naturale. E lo adoro!» Tra i momenti musicalmente più impressionanti, Teek, dove la King inserisce un piccolo ponte tra le corde, trasformando la chitarra in uno strumento a percussione, a metà tra pedal steel e koto giapponese. La sua capacità ritmica, unita alla precisione dell’esecuzione, rende il brano un piccolo capolavoro di sincronia. Lo stesso vale per Rhythmic Tony Sand Ball Patterns, che evoca il suono delle campane con un timbro ricco e mistico, e per Playing With Pink Noise, una suite di arpeggi sincopati che mette a dura prova anche l’orecchio più allenato.
Niente teatrini per il bis. Kaki è schietta anche in questo: «Che faccio, esco di là e poi rientro per fare il bis? No. Troppa ansia. Sono pigra. Dai, facciamo così: suono ancora due canzoni e siamo tutti felici. Abbiamo un patto, no?» Ride ancora. «La prossima è una canzone che ho scritto quando avevo 19 anni. Una vita fa.» Chiude con Night After Sidewalk e le due parti di Trying to Speak, brani che racchiudono l’essenza del suo stile: virtuosismo controllato, cuore scoperto, e tanto spazio all’ascolto. «Grazie mille Milano, vi voglio bene! A dopo!», saluta con un sorriso sudato ma felice promettendo di raggiungerci al bar.
Si esce dalla piccola sala e nell’attesa incontro Robbie McIntosh. Tra una chiacchiera e l’altra, mi racconta con orgoglio della sua amicizia con Kaki King, nata da un’ammirazione reciproca e cresciuta nel tempo fino a trasformarsi in una vera collaborazione creativa. Poi, come promesso, arriva Kaki. Nessun merch, nessuna barriera. Si mescola tra la gente e conversa con i fan.
La serata all’Arci Bellezza era stata già di per sé memorabile, ma il giorno dopo ha assunto i contorni dell’inaspettato. Merito di un’amicizia condivisa — di quelle che si rivelano provvidenziali al momento giusto — che mi ha dato l’opportunità di vedere Kaki King fuori dal palco, lontano dai riflettori, immersa nella semplicità di una mattinata milanese. «Domani ho il treno nel pomeriggio, perché non pranziamo insieme?», ci propone. Accettiamo senza esitare.
La mattina dopo ci troviamo davanti all’hotel dove alloggia. Quando scende, è esattamente come la sera prima: sorridente, diretta, disarmante nella sua semplicità. E, va detto, molto stanca. Nessuna diva, nessuna distanza. Saliamo in macchina e partiamo per la Stazione Centrale, ma senza fretta: c’è tempo per un caffè, un panino e soprattutto per parlare. Tante parole, eppure nessuna di troppo. Al Mercato Centrale, davanti a una puccia strabordante di stracciatella e pomodoro, il clima si fa subito informale, familiare. Kaki parla delle sue estati in Georgia, vicino a Savannah, delle giornate passate in bicicletta, del sole che brucia e delle strade piene di curve. Dell’amore per i suoi figli, ricordandosi che sua figlia, quella sera, sarebbe andata a vedere Chappell Roan a Brooklyn. «Sono incavolata nera di non essere lì! So fare una gran bella versione di Pink Pony Club!»
Parliamo di musica. Le chiedo chi siano stati i suoi “guitar heroes”, e la risposta mi sorprende: «Sai… ormai nemmeno lo so più. Ma adoro quelli che suonano al di là della fama.» Non i nomi altisonanti, ma quelli che stanno dietro le quinte. I turnisti, i musicisti discreti, quelli “puliti”. Cita Cindy Cashdollar, virtuosa della steel guitar e del dobro: «È raffinata. Mai una nota di troppo. Sempre quella giusta, quella che serve. Ecco cosa cerco nella musica.» Poi racconta un episodio vissuto con lei: «C’era questo concerto, quasi deserto. L’ansia mi divorava. Esco sul palco… e vedo Cindy in mezzo al pubblico. Alla fine mi ha sorriso, e si è complimentata. È bastato quello. Ne è valsa la pena.» Un aneddoto che non serve a impressionare, ma a rivelare: il valore del riconoscimento tra pari, il legame tra musicisti veri.
Finito il panino, nel prendere un caffè tira fuori la sua Ovation, riverniciata di grigio. «Non è per estetica — ci spiega — ma per rendere più incisive le percussioni sulla cassa.» Ci suona qualcosa. Suoniamo anche noi per lei. Nessuna esibizione, solo voglia di condividere. Ogni nota è morbida, ogni tocco calibrato. La tecnica c’è, eccome, ma non è quello il punto. La musica, per lei, è un bisogno, una lingua “una che devi parlare tutti i giorni, finché diventa parte di te”. Motivo per cui dopo vent’anni di carriera, la sua musica continua a parlare a tanti: perché viene da un posto sincero, senza filtri. Ed è lì che riesce ad arrivare.
Parla della sua carriera, di come sia cambiato tutto con la maternità. Di come oggi le sue priorità siano diverse. Di come la pressione di essere presenti sui social, di produrre costantemente contenuti, possa essere estenuante. «Ma ciò che conta davvero è l’amore per la musica. Quella è l’unica cosa che non cambia mai». Si parla anche di politica, dell’America e di Trump. «La stupidità e l’ignoranza sono estenuanti» dice con un tono tra l’ironico e l’amaro. Ma non c’è cinismo, piuttosto una stanchezza combattuta con l’intelligenza e con l’arte. Quando la accompagniamo al gate, ci salutiamo con affetto sincero, con la promessa non detta di rivederci. «Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovata a mangiare un panino mozzarella e pomodoro a Milano, con un vecchio amico di vecchia data e una nuova conoscenza!» dice sorridendo prima di incamminarsi verso il treno.
Il suo passaggio a Milano non è stato solo un concerto. È stato un incontro. Di quelli che non si programmano, non si vendono, non si promuovono. Di quelli che, come le sue canzoni, restano.


