Kelly Doyle, Thieves

Ernesto D Angelo
3 minuti di lettura
Foto © Daniel Jackson

KELLY DOYLE
Thieves
Strolling Bones 
***

Che ne pensereste dell’ipotetica soundtrack di «un film che non esiste, ma dovrebbe»? Io tutto il bene possibile. Quest’ideale colonna sonora ha un titolo, Thieves, ossia «ladri» (di atmosfere? temi? immagini?) e a realizzarla è Kelly Doyle, ultraquarantenne chitarrista texano che, come molti omologhi della sua terra, riesce a essere contemporaneamente jazz, rock, blues e country, con puntate verso musiche più incorporee come ambient ed exotica. Lo avevo incontrato qualche tempo fa e ne avevo serbato un’impressione alquanto positiva: ad accompagnarlo in quest’avventura troviamo Nelson Deveraux al sax tenore, Will Story al basso e Jeremy Bruch alla batteria, tutti musicisti avvezzi all’arte dell’all-around. A produrre e mixare il lavoro, una callida vulpes come Steve Christensen, che in passato ha curato lavori (per dire) di Paul McCartney e Steve Earle.

Il brano d’apertura, per l’appunto Thieves, è un terzinato che non intende divenire blues, dal tema irregolare, con un solo di sax di gran fascino ma anche uno di chitarra in cui s’omaggia un po’ troppo il magistero di Bill Frisell. In 6/8 è la parte iniziale di Pink Houses, cover inaspettata, spigolosa, fluente e carica di feeling del famoso brano di John Mellencamp, mentre Cold Open associa certi umori di Marc Ribot alla grooveness di un tenore alla Pete Christlieb e alla rotondità di un basso alla Michael Manring. Pezzo perfetto, invece, per un noir dalle tinte bladerunneriane, è Neeedlerooster, con gli incastri e gli unisoni del leader con Deveraux amabilmente e brutalmente stortignaccoli sotto il pulsare di una sezione ritmica di sobria mobilità.

Mentre A Year and a Day — composizione che non sfigurerebbe in un ipotetico spin off dello Spillane di John Zorn — possiede un’ingegnosa struttura basata su iniziali vamp sfocianti in una trama dall’inquieto walkin’ melodico (ma avrebbe fatto un figurone pure in una pellicola lynchiana post Cuore selvaggio); sono altresì gli armonici, anche qui un po’ troppo friselliani, a fissare i cantabili frammenti di Big Fish, valzer semi-waitsiano. Ancora armonici, stavolta alla Mary Halvorson, dischiudono l’essenza di Found a Knife, anche se poi lo sviluppo rimanda più al Nels Cline versione Wilco e a certe composizioni di Chris Lightcap, prologo invitante per Bats Are Cute, dove si odono echi familiari al Jakob Bro con Joe Lovano. Chiude la partita Lodge Scene, pezzo degno dei Cubanos Postizos, ancora con un chitarrismo gravido di armonici su un ritmo tra reggae e una lenta cumbia.

Che dire? Disco ottimo, ma con un osare maggiore dal punto di vista timbrico e di direzione stilistica sarebbe venuto ancora meglio!

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