Si sa, noi malati di musica siamo sempre pronti a testimoniare la nostra passione con liste e classifiche colme di dischi e artisti della più varia natura. Negli ultimi anni, sui social e su internet soprattutto, non contenti di stilare le classiche liste di fine anno, in tanti hanno preso l’abitudine, all’incirca ai primi di luglio, di farci sapere quali sono gli album che hanno apprezzato di più fino a quel momento. Una sorta di riassuntone fatto prima dell’estate, così da potersi poi tuffare nella tipica abbuffata di uscite autunnali a cuor leggero. Ora, non preoccupatevi, non voglio infierire pure io aggiungendo la mia lista, ma se per caso doveste chiedervi qual’è il mio album preferito del 2026 so far, quasi sicuramente vi direi Little Wide Open di Kevin Morby.
Con la complicità produttiva e strumentale di Aaron Dessner dei National, il cantautore americano ha cristallizzato il suo riconoscibilissimo songwriting in un suono caldo e rotondo, dalle ampie volte, in cui classicismo, personalità e freschezza convivono in un pugno di canzoni evocative e appassionate, tra riflessione nostalgica e sguardo rivolto verso un orizzonte sconfinato. Ovvio che, nonostante l’abbia visto dal vivo diverse volte, non volessi mancare all’appuntamento live per testare la tenuta delle nuove canzoni anche su palco. Una volta tanto, incredibile a dirsi, l’Italia viene inserita nella prima tornata di un tour internazionale, cosa che, negli ultimi anni sta diventando una rarità. Una sola data ovviamente, chiaramente imperdibile. Tanto più se consideriamo che la location scelta dove farlo suonare sarebbe l’Anfiteatro del Venda a Galzigliano Terme, affascinante anfiteatro naturale posto in una tenuta vinicola sui colli Euganei. Perfetto dunque, con un gruppo di amici si organizza la trasferta e si va!
Ora, in un’estate che si sta configurando come una delle più roventi, assolate e aride degli ultimi anni, quando doveva arrivare un allarme temporali? Esatto, proprio la sera del concerto. Durante il giorno – nel mentre che azzardiamo a passeggiare per lo splendido borgo di Arquà Petrarca – letteralmente si boccheggia (e infatti le vie sono pressoché deserte), ma nel tardo pomeriggio, in effetti, le nuvole iniziano ad addensarsi in cielo, minacciando tempesta. Bravissimi pertanto gli organizzatori a non perdersi d’animo e ad approntare (in giornata e in pratica quasi all’ultimo momento) una soluzione alternativa, per non rischiare di dover cancellare il concerto (cosa che indubbiamente sarebbe stata a dir poco seccante).
Per farla breve, alla fine, anziché sugli splendidi colli e all’aria aperta, ci siamo ritrovati, in pieno luglio, in un capannone in periferia di Padova. L’Hall è un locale di ampie dimensioni, usato durante l’anno per i concerti nella zona, riaperto per l’occasione e riallestito in emergenza con beveraggi e tutto ciò che serve ad accogliere il pubblico. Il Venda sarebbe stato un luogo decisamente più suggestivo, ma comunque non ci si può lamentare troppo: l’importante è che il concerto ci sia (e che il locale abbia l’aria condizionata e persino dei ventilatori a soffitto, che non fanno tantissimo, ma di più non si può chiedere).
Sold out per la capienza dell’Anfiteatro, anche l’Hall risulta bello pieno di gente. La cosa fa indubbiamente piacere, così come piace l’eterogeneità del pubblico, a dimostrazione della trasversalità di una proposta musicale d’orientamento classico, capace però di parlare anche (se non soprattutto) alle nuove generazioni. Il palco è allestito con quei girasoli che campeggiano anche sulla copertina di Little Wide Open, a formare una scenografia semplice, ma dal bell’impatto visivo.
In apertura, il breve set del cantautore e chitarrista Liam Kazar (che poi ritroveremo nella band di Morby assieme al bassista e al batterista che suonano con lui). Devo ammettere che non lo conoscevo, ma oltre che autore di un paio di dischi a proprio nome, in curriculum ha anche colaborazioni con gente del calibro di Jeff Tweedy, Macie Stewart, Steve Gunn e Daniel Johnston. Anche così a primo ascolto, le sue canzoni rock chitarristiche, capaci tra l’altro di mettere in mostra un’ottima perizia strumentale, hanno convinto non poco, facendo da perfetto apripista a quello che sarebbe seguito poco dopo.
Sul palco in sei (due chitarre, basso, batteria, violino/tastiere, sax/flauto/percussioni), Morby e band attaccano con la nuova Natural Disaster e quel suo movimento pigro e circolare, dapprima quieto e ipnotico, poi in esplosione full band che, dal vivo più che su disco, suona ancora più fragorosa e rock. In versione live, i pezzi hanno un carattere più urgente e liberatorio, espressione di un’energia che a tratti appare incontenibile e che si riscontra anche nel modo con cui il cantautore parla tra un pezzo e l’altro: a tutta velocità.
Vere pause non ce ne sono mai, ciascun brano confluisce in quello seguente, in un flusso musicale costante che permea l’intero show d’eccitazione trascinante, sia che si tratti di brani incalzanti e veloci, che intrisi di dolcezza e leggera malinconia.
A dominare nella prima parte sono le canzoni dell’ultimo album: l’agreste country rock di Die Young, il crescendo dell’intensa 100,000, la melodia contagiosa della già classica Javelin, la ballata dagli umori folk All Sinners, il manifesto Badlands, tutte suonate con un vigore rock poi del tutto liberato in una This Is a Photograph veloce e serrata, che apre al vecchio repertorio.
In Five Easy Pieces, Morby molla la chitarra e cerca l’abbraccio con le prime file, ma già le successive Campfire e Wander ritrovano la scossa elettrica, soprattutto la seconda dove Kazar ha modo di lasciare fluire torrenziali le note del suo strumento in una coda inesistente nella versione in studio. Il rock’n’roll ficcante e divertente di Rock Bottom confluisce nel rullio ipnotico della lunga City Music, nella quale si sente tutto l’affiatamento di una band dalle mille sfumature, in grado di permettere a Morby di portare nel suo universo tutti gli elementi cardine del grande suono americano.
La pulsante I Have Been to the Mountain lascia spazio alla ballata (con Morby al piano) Destroyer, prima della chiusa con la title-track dell’ultimo disco, nella quale traspare anche un pizzico di commozione. Nel bis, a chiudere l’ora e mezza di concerto, l’umano abbraccio di Beautiful Strangers e l’assalto rock’n’roll e chitarristico di Dorothy. Ringraziamenti accorati e fiori lanciati sul pubblico, a chiudere il sipario su un concerto bellissimo.
Fuori dal locale l’aria è finalmente fresca, ma il suolo è asciutto. Chissà se sui colli la tempesta annunciata c’è stata? Ormai, col cuore gonfio di magia, non ha più importanza.


