Recensioni

King Hannah, Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine

KING HANNAH
TELL ME YOUR MIND AND I’LL TELL YOU MINE
CITY SLANG
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Pare che Craig Whittle avesse chiamato King Hannah il suo progetto musicale ancor prima di stringere il suo sodalizio musicale con Hannah Merrick. Aveva avuto modo di vederla esibirsi anni prima con una delle sue band precedenti e ne era rimasto stregato, ma fu solo quando si trovarono dietro il bancone dello stesso bar, dove entrambi erano finiti per sbarcare il lunario, che iniziò a tartassarla per convincerla a far musica assieme.

Fu così che iniziarono a ritrovarsi a suonare prima di andare a lavoro e un po’ alla volta Hannah prese quel tanto di confidenza con Craig da fargli sentire le sue canzoni. Iniziarono a scrivere assieme e qualcosa scattò, visto che oggi siamo qui a parlare del loro EP d’esordio e dato che entrambi non mancano di sottolineare l’importanza dell’aver trovato l’uno nell’altro un complemento alla propria singolarità artistica.

Duo di Liverpool – ma Hannah è originaria di un piccolo villaggio del nord del Galles – lei alla voce, entrambi alla chitarra, poi completato dall’intervento dei comprimari Ted White, Jake Liepic e Olly Gorman, i King Hannah si presentano al mondo con una mezz’ora di musica che, se siete amanti delle sonorità che ora andremo a dire, vi faranno innamorare di loro all’istante. Immaginatevi la psichedelia onirica e conturbante degli Opal e dei Mazzy Star, fusa al modo di concepire l’Americana dei War On Drugs e spolverate il tutto con una patina d’inglesità wave e inizierete a farvi un’idea di ciò che i King Hannah hanno messo in queste canzoni.

Probabilmente non c’è nulla di autenticamente nuovo in quello che fanno, ma la band ha dalla sua alcuni elementi che la rendono inequivocabilmente degna di nota: una cantante dalla voce fascinosa, in grado di approntare bellissime melodie; un chitarrista bravissimo nel giostrare al meglio le atmosfere e gli arrangiamenti, dimostrandosi sicuro di sé sia nella costruzione delle textures soniche che negli assoli; la capacità di stare abilmente in bilico tra sostanza ed evocatività. Volendo necessariamente sintetizzare: canzoni bellissime inserite in un sound spettacolare.

Apre il tutto la breve ballata sognante And Then Out Of Nowhere, It Rained, l’unico pezzo sotto i due minuti, quando tutte le altre, alcune abbondantemente, superano i quattro. Si entra nel vivo del programma con la stupefacente Meal Deal, quasi otto minuti che partono avvolgenti e sinuosi, con una melodia conturbante, la quale ci guida attraverso uno svolgersi musicale destinato ad infiammarsi, fino alla deflagrazione del lungo e acido assolo di chitarra elettrica.

C’è ovviamente qualcosa dei Mazzy Star, come dicevamo, così come in Bill Tench possiamo sentire qualcosa degli Opal, con la psichedelia scurita da un basso dall’incedere wave. Solo che i King Hannah non fanno della pura calligrafia e, forse proprio perché esordienti, scompaginano quel tanto che basta le carte con una ventata di freschezza. Ecco così una Crème Brûlée in forma di torch song a là Portishead, mood notturno e fumoso, un filo d’organo, il beat mutuato dall’hip-hop, la chitarra liquida e lirica che arriva a straziare definitivamente l’anima; The Sea Has Stretch Marks che ricorda le ballate atmosferiche di Adam Granduciel, con i suoni che si sfaldano a pennellare paesaggi impressionisti; infine la conclusiva Reprise (Moving Day), aperta da una chitarristica bolla noise, che man mano si dirada per lasciare spazio a un bozzetto folk acustico.

Solitamente non trattiamo gli EP – che poi, in realtà, mezz’ora è la durata di un sacco di album di questi tempi! – ma stavolta non se ne poteva fare proprio a meno. Se il buongiorno si vede dal mattino, Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine è l’inizio di una grande storia.

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