Lo scorso 3 dicembre, le corde della chitarra di un mito della musica hanno smesso di vibrare all’unisono col suo cuore. Steve Cropper, il grande chitarrista e compositore di brani di fama mondiale ci ha lasciato, con quella riservatezza con la quale ha sempre vissuto. «Non mi interessa essere al centro dell’attenzione», disse una volta. «Sono parte di una band, sono sempre stato parte di una band».
Iniziò a suonare la chitarra a dieci anni e a quattordici cominciò a esibirsi con musicisti locali. La sua carriera è costellata di collaborazioni leggendarie, come quelle con Ringo Starr e John Lennon, giusto per fare qualche nome, ma la lista è infinita e la potete facilmente trovare in rete. Ha scritto da solo o con altri alcune tra le più famose canzoni che hanno fatto la storia della musica americana. Prime tra tutte (Sittin’ On) The Dock of the Bay e l’ indimenticabile Green Onions. Chi poi non lo ricorda nel mitologico film The Blues Brothers, un film che ha segnato intere generazioni e che ci ha fatto conoscere ancora di più il blues e l’r&b?
Quello che voglio raccontare qui però non è lo Steve Cropper musicista ma l’essere umano. Ho avuto il privilegio di conoscerlo tanti anni fa, durante un tour italiano dei Blues Brothers, grazie al mio amico Rob Paparozzi, grande armonicista che cantava nella band. Con Rob c’era un’amicizia epistolare ma non c’eravamo mai conosciuti di persona. Un giorno mi scrisse che sarebbe venuto in Italia e m’invitò al concerto. Angelina ed io arrivammo nell’hotel dove la band alloggiava e lì, finalmente, incontrai Rob, il quale mi presentò tutti i musicisti e tra questi Steve Cropper. Io ero al settimo cielo, emozionatissimo.
Arrivò l’ora del concerto e Rob chiese dove avessimo l’auto, aggiungendo che potevamo lasciarla nel parcheggio, visto che loro viaggiavano in pullman e c’era posto anche per noi due. Così, dall’hotel al palco, Angelina ed io arrivammo a bordo del pullman dei Blues Brothers. Ci guardavamo l’un l’altro e non ci sembrava vero. Sembrava di essere realmente dentro al film. Mancavano solo Jake e Elwood. Pensavamo tra noi: «Quando lo racconteremo, non ci crederà nessuno». Invece eravamo proprio lì.
Arrivati al palco, Rob mi invitò a suonare un brano, prestandomi addirittura una delle sue armoniche. Non so raccontare quello che ho provato ma, credetemi, suonare la mia armonica al fianco di Steve Cropper non fu facile. Per nulla. Alla fine tutto andò bene e Steve e tutta la band mi riempirono di lodi e di sorrisi. Da allora, ogni volta che i Blues Brothers venivano in Italia, incontrarci divenne una splendida abitudine.
Una volta, Angelina ed io, eravamo in un hotel a Milano e Steve ci aveva invitato al bar per offrirci una birra. Mentre eravamo impegnati in una piacevole conversazione, Steve aveva dato al barista la carta di credito perché voleva offrire lui il giro. Dopo alcuni minuti, dal retro uscì un altro barista con una penna per farsi firmare la ricevuta, che chiese: «Who is Steve Cropper? Chi di voi è Steve Cropper?». Steve con il suo fare ironico e scherzoso si rivolse verso di me e indicandomi disse: «È lui!». Fui subito pronto con la risposta: «E no, mi spiace caro Steve, ma non sono io quello che ha scritto (Sittin’ On) The Dock of the Bay». Fu una scena in dimenticabile. Abbiamo riso un quarto d’ora.
Era una bellissima persona e un musicista eccelso. Steve Cropper, monumento della musica mondiale, era uno di quei grandi artisti al quale scrivevi e giusto il tempo del fuso orario, ti rispondeva con affetto e simpatia. Ricordo che ogni volta che Angelina gli mandava gli auguri di Buon Compleanno o di Buone Feste, le rispondeva sempre: “Sai Angelina ripenso sempre a quanto erano buoni gli snack di parmigiano che mi hai regalato, vorrei averli qui adesso per festeggiare”. Voleva bene ad Angelina, diceva che le ricordava sua moglie che, guarda caso, si chiama Angel.
Voglio ricordarlo con le parole di un altro grande musicista che ci ha lasciato lo scorso aprile al quale presentai Steve alla fine di un concerto. Nel viaggio di ritorno, Roberto Sacchi, mi disse: «È la prima volta che conosco un musicista tanto grande quanto umile. Quando ci siamo presentati, sembrava che il piacere di conoscermi fosse tutto suo». Steve era così, tanto grande quanto semplice. Una bella persona che sapeva farti commuovere con un semplice gesto o con una sola nota della sua chitarra. Con Steve ci siamo ritrovati più volte sul palco e ogni volta mi ha riempito di complimenti. Parole che resteranno per sempre scolpite nel mio cuore.
Ciao Steve, ora sarai senz’altro lì a riposare on the dock of the bay.


