Bob Dylan ritorna in Europa con una serie di concerti del Rough and Rowdy Ways World Wide Tour, ciascuno dei quali sembra un’opera d’arte in continuo mutamento. A Parigi, un altro capitolo della sua incessante metamorfosi.
Con Bob Dylan non si può mai davvero sapere cosa aspettarsi. Eppure, col senno di poi, ogni sua mossa sembra inscritta alla perfezione nel disegno più ampio della sua opera, suggellata da un equilibrio magico, eterno, perfetto: un percorso che non conosce fine né inizio, ma si rinnova ininterrottamente nel tempo, in assoluta coerenza con se stesso, pur rimanendo man of contradictions e man of many moods, come canta in I Contain Multitudes. È proprio questa capacità di fondere continuità e imprevedibilità a rendere emblematico l’ultimo anno della sua vita artistica: un altro capitolo della metamorfosi perpetua che accompagna Dylan da più di sessant’anni. Quando, alla fine del 2024, il Rough and Rowdy Ways World Wide Tour 2021-2024 sembrava aver concluso il proprio corso con la trionfale leg europea — aperta il 4 ottobre a Praga e chiusa l’11 novembre alla Royal Albert Hall di Londra — molti avevano pensato si trattasse del sigillo finale su un viaggio cominciato nel 2021. Un addio temporaneo, forse, ma carico di quell’alone di attesa (nuovo album? nuovo tour?) e di quel senso di compimento che solo i grandi cicli sanno generare.
E invece no. Dylan, come sempre, ha scelto la deviazione. Quel tour, che doveva chiudersi a Londra, ha rappresentato sì un culmine, ma anche un nuovo inizio: un ritorno inatteso alla dimensione più istintiva e fisica del suonare, complici il rientro alla batteria del leggendario Jim Keltner — un musicista che non ha bisogno di presentazioni, avendo scandito il ritmo a un pantheon di mostri sacri e accompagnato Dylan in album fondamentali come Pat Garret & Billy the Kid (1973) e Saved (1980) — e una serie di scelte, per quanto riguarda il repertorio, che avevano fatto impazzire i dylaniani più accaniti. A Praga, per esempio, dove chi scrive era presente ai primi due concerti (4 e 5 ottobre 2024), Dylan aveva aperto la serata con una All Along the Watchtower secca e ferina come non si sentiva da tempo, seguita da una It Ain’t Me Babe vicinissima all’impianto originale anche nel cantato, di rara bellezza. Aveva poi riportato alla luce la magnifica It’s All Over Now, Baby Blue, con uno strumming e un incedere che evocavano gli anni Sessanta, probabilmente, come non mai, e poi ancora Desolation Row (con echi espliciti alle rullate di Series of Dreams, dove Keltner cita se stesso) e persino il capolavoro Dignity, eseguito esclusivamente in quei due show praghesi per poi ripiombare nel nulla. Per ora.
Poi, nel 2025, tutto si è rimesso in moto. In primavera His Bobness è ripartito per una nuova leg americana del Rough and Rowdy Ways World Wide Tour, che solo in alcuni manifesti porta la dicitura «2021–2025». Un dettaglio apparentemente minore, ma che apre molte domande: e se i concerti europei fossero davvero l’ultima occasione per ascoltare dal vivo, per intero, l’album?
Nei concerti di questa tranche, nessuna sorpresa se non il cambio di testimone alla batteria: fuori Jim Keltner, dentro un altro vecchio collaboratore, Anton Fig, classe 1952, già alle pelli, verso la metà degli ’80, su Empire Burlesque (1985) e Knocked Out Loaded (1986). Per mesi, Dylan ha riproposto, con inflessibile rigore, la stessa scaletta con cui aveva chiuso a Londra. Nessun brano nuovo, ma — è noto — nessun concerto di Dylan è mai uguale al precedente. Le sorprese, invece, sono tornate con l’estate. Dylan si è rimesso in viaggio con Willie Nelson e la sua carovana dell’Outlaw Music Festival, condividendo ancora una volta quel sentiero nomade che già l’anno precedente aveva unito i due sopravvissuti del mito americano. Chi scrive era presente allo show di Wantagh, New York, lo scorso 1° agosto (ne ho scritto sempre per il sito di Buscadero), testimone di uno stato di grazia incredibile: Dylan che lascia riaffiorare brani ignorati per anni (To Ramona, Blind Willie McTell e Don’t Think Twice, It’s All Right, tanto per citarne alcuni) accanto a decine di vecchie cover degli anni Cinquanta e Sessanta, per il puro gusto di suonare, divertirsi, cambiare scaletta ogni sera. Sembrava davvero di essere tornati nel cuore del Never Ending Tour: libero, istintivo, imprevedibile, senza la liturgia e i vincoli di Rough and Rowdy Ways, dal quale non viene eseguito nemmeno un brano. Ed è a luglio, proprio durante questo tour, che arriva l’annuncio di una nuova leg europea, ancora una volta sotto l’egida del Rough and Rowdy Ways World Wide Tour. La notizia è accolta con entusiasmo, ma non tardano ad arrivare commenti, domande, interrogativi legati alla scelta di riproporre ancora una scaletta pressoché identica, in molte città già attraversate (l’Italia, tuttavia, ancora esclusa: gli ultimi show risalgono al luglio 2023). Anche se, ci tengo a ribadirlo con forza, un concerto di Dylan è sempre un unicum: di quella sera, di quella città e di quel luogo, di quel pubblico. Eppure, con Dylan, ogni ritorno ha sempre un senso preciso: se decide di ripercorrere una strada già battuta, non è per ripetersi, ma per scavare più a fondo.

Così, si arriva a Parigi, la notte del 31 ottobre 2025. Nel Grand Auditorium del Palais des Congrès, mentre la città celebra la sua nuit des monstres, tutto è pronto per l’ingresso di Bob Dylan. Il tecnico dispone la scaletta del concerto accanto alle postazioni dei musicisti, controlla ogni dettaglio e arriva persino a misurare la posizione del microfono di Dylan al centimetro. Il palco è immerso in una luce calda e tenue: al centro troneggiano il suo pianoforte, affiancato da un piano elettrico, mentre dietro si intravedono un amplificatore a condensatore e, sopra appoggiata, una chitarra elettrica. Finalmente le luci si abbassano, il pubblico accoglie con un caloroso applauso l’ingresso della band, mentre dalle prime file si possono intravedere due piccoli teschi lampeggianti sul banco del fonico, che sembrano già preannunciare l’arrivo dei mostri. Le delicate note di Claude Debussy — La damoiselle élue, L. 62: Prélude, suonata da Víkingur Ólafsson, perfettamente in tema — riempiono l’auditorium. Alle 20:00 in punto, e si potrebbe davvero rimettere l’ora sul polso tanta è la sua precisione, Dylan appare sul palco, scortato dalla band. Anche stavolta, l’orologio serve davvero: gli smartphone del pubblico sono infatti vietati, chiusi in apposite custodie Yondr che bloccano foto, video, flash e notifiche, garantendo un ascolto totale e senza distrazioni. Chi contravviene viene allontanato dalla sala.
His Bobness è in elegantissimo blazer blu, T-shirt nera, pantaloni con riga bianca ai lati, scarpe da ginnastica nere e comode simili a quelle di Mick Jagger. Una versione ibrida tra quella assai ricercata degli ultimi anni e quella sportiva, o meglio, «antifoto» (con hoodie North Face) delle stagioni precedenti. In total-black la formazione, composta da Tony Garnier (basso e contrabbasso), Bob Britt (chitarra), Doug Lancio (chitarra) e dal già citato Anton Fig (batteria). Una squadra consolidata: Garnier guida il complesso ormai dal 1989, con quasi tremilacinquecento concerti all’attivo al fianco di Dylan.
Il concerto inizia con I’ll Be Your Baby Tonight. Dylan si siede al piano, ma prende subito la chitarra e parte con un solo blues, incastrato tra i riff di Britt e Lancio. È pura improvvisazione (oltretutto Dylan si rivolge alla band, dando le spalle al pubblico), e serve da rodaggio per lo show appena iniziato. La sua sagoma, vista da dietro e illuminata dai faretti, si staglia sullo sfondo grigio metallo, proiettando un’ombra gigantesca che richiama il giovane partito tanti anni, dalla fredda Duluth, in Minnesota, per New York. Ingranata la quinta, Dylan ripone la chitarra sopra l’amplificatore e, preceduto da un applauso scrosciante, passa al piano e inizia a cantare. Il testo è completamente rivisto, tranne per la parte centrale: Bring that bottle over here / I’ll be your baby tonight. Dylan canta delicato, intanto aggiusta il microfono in una posizione più congeniale. Poi prende la chitarra e segue l’intervallo di II e III grado tanto celebre di It Ain’t Me, Babe. Nonostante l’artrite, si lancia in un solo dal volume sparato. La band lo circonda, e la sensazione è quella di assistere per la prima volta alle prove della leggenda con i suoi fedeli musicisti. Dylan prende gusto e prosegue con il giro a lungo, per poi passare al piano e intonare le parole. Con It Ain’t Me, Babe nega tutto quanto cantato prima: Go ’way from my window / Leave at your own chosen speed / I’m not the one you want, babe. È la contraddizione dylaniana per eccellenza, l’eterno gioco tra amore e rifiuto. Dylan conquista tutto e tutti con No, no, no, it ain’t me, babe / It ain’t me you’re lookin’ for, babe. È la dimostrazione di come, con questo brano risalente al 1964, ogni arrangiamento funzioni alla perfezione.
Tra un pezzo e l’altro non calano nemmeno le luci, e Dylan si lancia nell’esplorazione del suo ultimo album di inediti, Rough And Rowdy Ways (2020). La prima è I Contain Multitudes, quasi una summa autobiografica, dove Dylan si racconta in maniera piuttosto esplicita: I’ll lose my mind if you don’t come with me / I fuss with my hair and I fight blood feuds. Durante tutto lo show, Dylan non smette mai di toccarsi i capelli, sistemandoli con la mano in un gesto ripetuto. E lo si può quasi immaginare impegnato anche a combattere faide di sangue. Continua poi: I paint landscapes — I paint nudes, vista la sua carriera da pittore, e ancora: I play Beethoven sonatas, Chopin’s preludes / I contain multitudes. Ogni verso diventa finestra sul suo universo creativo. Il brano scorre alla perfezione, con un arrangiamento pressoché identico all’originale, sorretto dal drumming solido e misurato di Fig, che dona al pezzo un’andatura sicura e ben sostenuta. Dylan, dal canto suo, offre uno spaccato da autentico crooner, reduce dagli anni in cui ha interiorizzato Frank Sinatra e assimilato il vastissimo repertorio dell’American Songbook. Il risultato è una delle interpretazioni più eleganti e compiute di quel suo modo di cantare, insieme intimo e teatrale. Segue False Prophet, in versione vicina a quella del disco ma ancora più decisa, spinta, carnale. Fig picchia sul rullante con energia, mentre le chitarre si incrociano in modo tagliente, come lame. È uno dei momenti più elettrici e viscerali dell’intera serata: Dylan lo ha ormai eletto a nuovo Pay in Blood della scaletta, un brano che nel tempo è cresciuto, si è ispessito, ha trovato una seconda vita sul palco. Anche qui non mancano gli espliciti rimandi autobiografici, con versi che suonano come un ammonimento: I’m the enemy of the unlived meaningless life / I ain’t no false prophet — I just know what I know / I go where only the lonely can go. Difficile immaginare, oggi, qualcuno che possa pronunciare queste parole con maggiore autorevolezza. Arriva poi un’insolita When I Paint My Masterpiece — l’arrangiamento proposto risale ormai a quella prima data di Praga — in cui Dylan sembra divertirsi a intrecciare la melodia con il ritmo e l’andamento di Man Gave Names to All the Animals, brano dell’era gospel (Slow Train Coming, 1979). È un tipico gioco dylaniano: riscrivere un vecchio brano citando se stesso. Il risultato è sorprendentemente divertente, quasi ironico, e Dylan ci mette dentro tutto se stesso, a dimostrazione di quanto questa canzone, tra l’altro pubblicata solo nel Greatest Hits Vol. II (1971), resti tra le sue preferite (è in repertorio ormai da diversi anni, con la sola pausa delle parentesi Outlaw Tour). Anche qui, all’inizio, imbraccia la chitarra elettrica e si concede un assolo con varie slide up dal sapore blues. Nel cambio del brano riprende invece quel tono da crooner che ormai gli è naturale, accompagnato dal contrabbasso di Garnier.
Si torna poi nel territorio di Rough and Rowdy Ways con due dei brani non solo più riusciti dell’album, ma anche dell’intero concerto. Black Rider è, senza dubbio, uno degli highlight della serata. Si apre con Dylan da solo al piano, che sussurra il testo: Black rider, black rider, you’ve been living too hard. È un canto spoglio, crudele, teatrale. Poi entra il delay sulla voce, seguito dalla band, e il gioco d’equilibrio diventa un rompicapo perfetto: l’acustica di Lancio assume la consistenza di un mandolino western, intrecciandosi alle note gravi dell’elettrica di Britt. Dylan canta con una precisione e una tensione espressiva straordinarie, mostrando come oggi questo brano rappresenti l’acme della sua attualità artistica. Siamo di fronte, a tutti gli effetti, alla Like a Rolling Stone del nuovo millennio. O quantomeno, degli anni Venti. Al termine del brano il pubblico non resiste: in tanti si alzano in piedi per tributare un applauso, un grazie, all’unisono, al grande maestro. Segue My Own Version of You, probabilmente la canzone più orrorifica, cinematografica e noir dell’intera carriera dylaniana. Il testo, costruito su una vicenda alla Frankenstein di Mary Shelley, sembra cucito su questa serata: I’ll bring someone to life, is what I wanna do / I wanna create my own version of you. Dylan dà vita al suo mostro con brandelli di pezzi di corpi (Limbs and livers and brains and hearts), dopo aver girato per morgues and monasteries, un po’ come compone le sue canzoni, e lo fa in modo lucidissimo. Il canto è oscuro ma limpido, il suono rarefatto: note di piano, voce e silenzi che si dilatano con potenza. La band deve aver sudato sette camicie per suonarlo (non esistono maggiori né minori, e il margine d’errore è elevatissimo), ma l’esecuzione è impeccabile. La versione proposta non conserva più la scala musicale del disco: è completamente smaterializzata e il tutto è in mano a Dylan, che a ottantaquattro anni, dimostra di avere ancora il coraggio di avventurarsi in territori veramente impervi e di sapersela cavare con naturalezza disarmante. Da sottolineare il lavoro di Garnier e Fig, che pur in assenza di un ritmo preciso, arricchiscono il tutto con tocchi sottili con precisione maniacale. Dopo, è il turno di To Be Alone with You, recuperata dall’universo di Nashville Skyline (1969). Dylan offre davvero, in questo tour, una tavolozza sonora che riassume e intreccia i decenni: questo brano, con la sua leggerezza country, diventa una boccata d’aria tra le pesanti ombre di Rough and Rowdy Ways. La canzone, infatti, scorre dritta e veloce; diventa un momento in cui lasciarsi andare. Si torna poi in zone più oscure con Crossing the Rubicon, blues denso e minaccioso che rimanda all’episodio di Cesare e al gesto irrevocabile del varcare il fiume: I embraced my love, put down my head and I crossed the Rubicon. Straordinarie sono le solide interazioni della band e le sezioni strumentali: un altro dei vertici del tour di quest’anno.

Giunto lo slot della titanica Desolation Row — unica sopravvissuta dalla leg estiva dell’americano Outlaw Music Festival — Dylan trasforma il brano in un vortice ritmico che può ricordare, per certi aspetti, l’arrangiamento dell’Unplugged del 1995. Ma qui il gioco è tutto nel cantato: sposta gli accenti, cambia gli appoggi, si diverte. Sorride, scambia sguardi d’intesa con Tony Garnier, e scoppia a ridere mentre cita Victor Hugo e il suo «gobbo di Notre Dame» (…and the hunchback of Notre Dame). In quel momento le reazioni del pubblico non si fanno attendere: urla, applausi, approvazioni da parte dei parigini più attenti. Dylan improvvisa anche un piccolo solo al piano e riceve ovazioni da ogni parte della sala. Al termine del brano si alza, fa due passi al centro del palco e, con la mano destra sollevata, sembra quasi benedire la folla. È uno degli apici assoluti del concerto. Dopo l’infinita Desolation Row, con la sua interminabile galleria di personaggi, arriva Key West (Philosopher Pirate). Anche qui la batteria è quasi assente: tutto è affidato a Dylan, che «croonerizza» il brano rendendolo ancor più delicato che su disco, concedendo dieci minuti di pura estasi. Il testo resta uno dei vertici poetici degli ultimi decenni, e ogni verso aprirebbe riflessioni senza fine. È sempre da pelle d’oca ascoltare passaggi come I was born on the wrong side of the railroad track / Like Ginsberg, Corso and Kerouac / Like Louie and Jimmy and Buddy and all of the rest.
Il brano, inoltre, è stato riscritto anche a livello musicale: gli accordi minori sottolineano il pathos del refrain e conducono alla massima tensione della scala armonica. Vorresti davvero non finisse mai, questo capolavoro del 2020. Grazie Bob per una canzone così, eseguita sera dopo sera con un’intensità che smentisce ogni previsione. Ricordo ancora quando lo ascoltai per la prima volta: pensai che sarebbe stata un’impresa sentirla dal vivo, visto il minutaggio. E invece Dylan ha smentito ogni previsione, trasformando ancora una volta l’impossibile in realtà. Il blues torna a scorrere impetuoso con Watching the River Flow, che Dylan e la band affrontano davvero come un fiume in piena, con una potenza trascinante e pulsante. Il groove è serrato, la voce graffia e, per la prima volta in serata, arriva anche l’armonica: un giro liberatorio che strappa un’ovazione assoluta. Poi, all’improvviso, il clima si capovolge. It’s All Over Now, Baby Blue arriva completamente trasformata rispetto alle versioni precedenti. Dopo sere di piccoli ritocchi e sfumature, a Parigi Dylan la ridisegna da cima a fondo: lenta, fragile, quasi una preghiera. È sulla stessa scia emotiva della Don’t Think Twice, It’s All Right estiva, ma qui ogni sussurro pesa come un triste addio. Il cantato è dolente, umano, carico di una tenerezza che spezza il respiro. Quando intona This sky, too, is folding under you / And it’s all over now, Baby Blue, tocca davvero le corde più profonde dell’animo. È un altro dei momenti più alti della serata. Con I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You il concerto continua nella sua dimensione più intima e raccolta. Dylan la esegue con una dolcezza attraversata da un calore palpabile. La voce è piena, avvolgente, si muove tra confessione e dichiarazione d’amore. Bellissimi gli intermezzi strumentali, dove le chitarre si intrecciano con pura raffinatezza, attorno agli accordi suonati da Dylan. Mother of Muses è dedicata alle muse, ma anche ai maestri, agli eroi, ai padri che gli hanno indicato la via. Dylan ne invoca ancora il nome, li chiama dal profondo della sua voce e ne offre una versione superba, che è cresciuta nel corso di questi cinque anni. L’artista mette tutto se stesso: il testo invita a riflessioni sul tempo e sulla vita (Make me invisible like the wind / Got a mind to ramble — got a mind to roam / I’m travelin’ light and I’m slow coming home), mentre il tempo è scandito, per la prima volta, da una marcetta militare sul rullante di Fig. Dylan ci prende gusto, si gira verso la band e li osserva con un sorriso complice, in uno scambio di sguardi che vale quanto l’intero show.
Il concerto si avvia alla conclusione e infatti è il turno di Goodbye Jimmy Reed, ultimo brano della serata tratto da Rough and Rowdy Ways. Per la precisione va sottolineato che Murder Most Foul, pur presente nell’album, non è stata eseguita: nella versione fisica del disco occupa un CD a parte (quasi un album a sé stante, con una seconda copertina). Il blues di addio è potente, attraversato da venature rock and roll. Il piano di Dylan irrompe spesso all’assalto, creando momenti di improvvisazione con il resto della band; tra piano e armonica si sviluppano assoli strappanti che conducono a una chiusura del tutto inedita e potentissima. Infine, come da tradizione, la serata si chiude con una Every Grain of Sand senza nulla da invidiare ad altri, più celebrati titoli: la forza risiede non solo nella melodia e nell’arrangiamento (a Parigi, le chitarre elettriche creano un amalgama unico), ma soprattutto nel testo, una sorta di inno gospel o preghiera di Shot of Love (1981). Nel brano, Dylan esplora anche il paradosso della cultura pop: le star dovrebbero credere in ideali più grandi di loro stessi. E non è un caso che Bruce Springsteen, quando lo introdusse alla Rock and Roll Hall of Fame il 20 gennaio 1988, citò proprio Every Grain of Sand come perfetto esempio di uno dei più grandi capolavori del cantautore. E mentre le ultime note si dissolvono sui versi I hear the ancient footsteps like the motion of the sea / Sometimes I turn, there’s someone there, other times it’s only me / I am hanging in the balance of the reality of man / Like every sparrow falling, like every grain of sand, Dylan prende in mano l’armonica, e quei pochi squarci di suono che ne escono risuonano come lampi nella notte parigina. La folla esplode in un applauso scrosciante, un boato che attraversa i posti a sedere e rimbalza tra le pareti del Palais des Congrès e si allunga oltre, fino alle strade della città dei Lumi. Non solo francesi: americani, inglesi, tedeschi e anche qualche italiano, accorsi da ogni dove, si alzano in piedi per rendergli omaggio. Dylan si precipita al centro della scena, il corpo teso e l’aria concentrata, e senza salutare, senza inchini, senza una parola diversa dal canto, lascia il palco. Le luci calano verso il buio, e fuori, nel traffico di Parigi, il pullman nero Beat The Street è già pronto a guidarlo verso altre città del suo lungo tour. Con Dylan nulla si chiude davvero. A Parigi, come in ogni altra città, ci si rende conto che ciò che si è visto non potrà essere replicato: ogni notte è irripetibile, ed è qui che assume il vero senso e significato. Eppure, allo stesso tempo, l’eco di quei suoni e di quelle parole resta dentro di noi, pronta a rinascere la sera successiva, nella prossima città, nel prossimo teatro. È la magia dell’arte di Dylan. Uscendo dal Palais des Congrès, mentre le luci di Parigi tornano alla loro vita quotidiana, si avverte una voglia quasi fisica di rivederlo, di sentirlo respirare ancora tra le note, di seguirlo fino all’ultimo palco. E allora, anche se non sappiamo dove, quando o come, si accende in noi la speranza di incrociare di nuovo i suoi occhi sul palco, di lasciarsi sorprendere ancora una volta dal genio, dall’ironia, dalla saggezza, dall’inquietudine e dalla profondità di un uomo che, a ottantaquattro anni, riesce ancora a farci vibrare come mai prima.
Speranza di rivederlo in Italia, in Europa o ovunque il destino decida, perché Dylan non è soltanto musica: è esperienza, è vita, è un appuntamento che, chi l’ha incontrato anche solo una volta, non può dimenticare. E mentre ci si incammina verso l’uscita, resta la certezza che la prossima volta sarà un’altra lezione su cosa significhi essere eterni senza mai smettere di cambiare.