La nuda verità: intervista a Tinsley Ellis

Giorgio Burreddu
9 minuti di lettura
© Tinsley Ellis official website

Con Tinsley Ellis, la cosa più preziosa è il tempo. Della sua musica. Ma anche degli sguardi, delle storie, delle esperienze. E di quei riccioli di parole che il bluesman, a 68 anni, sa anche dosare. Ne sia prova la definizione che Ellis dà di Naked Truth, il suo ultimo lavoro in chiave acustica. «Amo davvero il blues acustico, sia come ascoltatore sia come musicista. Sento di riuscire a esprimermi con più emozione su una chitarra acustica». Naked Truth è un multicentrum. Vitamine, oh yes. Ma con quel pizzico di nostalgia propria di tutto ciò che è anima, l’anima blues appunto. Non temete: anche se l’album è stato interamente registrato in acustico (3 cover e 9 brani originali), ed è radicato nella tradizione folk blues di artisti come Robert Johnson, Muddy Waters, Skip James e Son House, il furore di Ellis non manca. Ha detto: «Questo è un disco che ho sempre voluto fare e che i miei fan di più lunga data mi chiedevano da tempo. Per me, suonare questa musica è un atto d’amore». Con Naked Truth l’amore si rinnova e raddoppia. «Non c’è odio nella mia musica. Il titolo dell’album esprime il mio amore per il fatto stesso di suonare». Nato ad Atlanta, quando aveva due anni suo padre trasferì tutta la famiglia nel sud della Florida. Ellis è cresciuto nella contea di Broward. Tornò ad Atlanta per frequentare il college. «Stavo anche fuggendo dalla disco music».

Ellis, dica la verità: è una storia vera?
Sì. Ho lasciato Miami nel 1975 per scappare dalla disco music. Ma mi ha seguito fino ad Atlanta» (ride).

Per Naked Truth e per l’altro album, Labor of Love, ha passato del tempo a Bentonia, Mississippi, la città natale di Skip James e casa della leggenda del blues Jimmy “Duck” Holmes.
Jimmy è stato molto gentile con me. Il pomeriggio del mio concerto al suo Blue Front Cafe si è seduto con me e mi ha istruito sul Bentonia Blues. È stata un’esperienza che non dimenticherò mai.

Cosa porterà in tour?
La mia Martin D-35 acustica del 1969 che mio padre mi ha regalato dopo il diploma. E la splendida National steel del 1937. Ah, anche il mio nuovo mandolino. E poi un baule pieno di cd, centinaia di CD e anche LP in vinile.

La Alligator ne sarà falice.
Per me, Alligator è come una famiglia. Sarebbe difficile immaginare la mia carriera senza Bruce [Iglauer, ndr] e il suo eccellente staff. Lavorano duramente per rendere ogni concerto e ogni album un successo.

Quali sono i suoi luoghi dell’anima?
Ovunque ci siano cuori spezzati, c’è il blues. Ma alcune aree del mondo hanno più musica blues di altre, posti come il Mississippi, Chicago, New Orleans e Memphis. Quelli sono i miei luoghi dell’anima.

E poi Atlanta, Chicago…
Nel sud della Florida, dove ho vissuto fino ai 18 anni, non arrivavano molti artisti blues. Negli anni Settanta si esibivano lì solo i grandi nomi; ho visto B.B. King e anche Howlin’ Wolf. Quando sono tornato ad Atlanta ho visto Muddy Waters e Albert Collins. E poi, quando sono andato a Chicago per firmare con Alligator, ho visto tutti gli altri. Il primo musicista che ho incontrato arrivando a Chicago è stato Buddy Guy. Quando sono arrivato a Chicago negli anni Ottanta c’erano ancora tantissimi grandi del blues vivi e attivi. In una qualsiasi serata potevi passare da un locale all’altro e ascoltare blues suonato da gente come Otis Rush, Junior Wells, Koko Taylor, Sunnyland Slim, Fenton Robinson, Lonnie Brooks, Son Seals e molti altri. Era come andare a scuola, sedersi e guardarli suonare.

È vero che ha una corda di chitarra regalatale da B.B. King?
Sì. Era il 1972. È attaccata con del nastro adesivo a una cartolina con la sua foto, che distribuiva dopo i concerti.

A 68 anni, dopo 13 album, cosa ha capito di sé come musicista?
La mia musica tiene uno specchio davanti alle esperienze della mia vita. Ho avuto più della mia giusta dose sia di dolore sia di gioia.

Perché la musica ha anche un lato oscuro.
Il blues sembra prosperare nell’oscurità della notte. Preferisco suonare e cantare quando il sole tramonta.

Perché hai scelto il mandolino per tre brani?
Ho preso in prestito il mandolino di mio fratello per aggiungere una texture a quelle canzoni. Non avevo mai suonato il mandolino prima, ma l’avevo ascoltato molte volte, quindi sapevo cosa suonare.

È vero che il primo brano blues che sentì fu Little Red Rooster fatta dai Rolling Stones?
Non riuscivo a capire come facessero a ottenere quel suono di chitarra in Little Red Rooster, poi un chitarrista più anziano mi parlò della slide. Gli Stones hanno introdotto molti giovani al blues di Chicago.

E poi arrivarono i Cream, che le hanno cambiato la prospettiva.
Ancora prima che arrivasse Jimi Hendrix, Eric Clapton ha cambiato la musica per chitarra. Alzava il volume degli amplificatori al massimo, e questo si adattava perfettamente allo spirito dei giovani e alla ribellione giovanile in generale. Freddie King, poi, è stato uno dei miei preferiti. Amo non solo il suo modo di suonare la chitarra, ma anche il suo canto. Ha portato il blues verso il rock. Le sue cose con Leon Russell erano assolutamente straordinarie.

Ha detto, «Se dovessi definirmi un artista blues, mi sentirei un impostore». Anche negli ultimi due album?
Ora sento che l’etichetta folk blues descrive meglio la mia musica, così come blues rock descrive la mia musica elettrica. Ascolto molti stili diversi, ma sono decisamente attratto dalla musica che ha anima e passione.

Perché il blues ha bisogno di un altro Stevie Ray Vaughan?
Stevie ha acceso l’interesse per il blues in un’intera generazione. Oltre a suonare, parlava degli artisti blues più anziani nelle interviste e dal palco. Continuerebbe a farlo ancora oggi se fosse vivo.

Ma perché il blues non riesce a raggiungere le generazioni più giovani?
Penso che i temi dei migliori testi blues parlino delle dure lezioni della vita: il dolore, lavorare duramente per guadagnare appena il necessario, il divorzio, la morte. La maggior parte dei giovani non ha ancora vissuto queste esperienze difficili. Io invece sì, e riesco a immedesimarmi in questo tipo di canzoni.

Che messaggio può offrire?
Il messaggio è: vivi da folle quando sei giovane, perché quando cresci succederanno cose di merda.

Le piace la musica che ascoltano i ragazzi oggi?
Sì, perché cerco di avere una mente aperta… E a volte non è affatto facile.

E del rapporto musica e IA che ne pensa?
Di recente ho ascoltato un po’ di blues fatto con l’intelligenza artificiale. Ho capito subito che era IA. Non sentivo il dolore e la gioia della musica vera, suonata da persone vere.

A proposito di tempo, lei ha anche una laurea in Storia. Che tempi stiamo vivendo?
Viviamo tempi spaventosi e difficili. Le persone devono rendersi conto che sono i nostri musicisti, artisti e poeti a essere i nostri veri re e regine.

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