Lance Cowan, The Air That You Breathe

Francesco Caltagirone
4 minuti di lettura
Foto © Jeff Fasano

LANCE COWAN
The Air That You Breathe
Patio / Lantzapalooza Muzik  
***1/2

Songwriting di valore, d’inequivocabile classe, ispirato, cantato con passione e così ben suonato. Album di questo calibro sono una manna per gli appassionati della folk song. Lance Cowan, ultrasessantenne, aveva riflettuto su un’espressione di Paul Simon che indicava nella sincerità la chiave di volta necessaria a ogni buon cantautore. Lance proviene dalle retrovie, dalle quinte, avendo esercitato per molti anni il ruolo di addetto stampa, pubbliche relazioni e collaboratore con la crema di illustri cantanti e compositori. I nomi di coloro con i quali si è reso utile sono piuttosto importanti e, a titolo di esempio, si citano Joe Ely, Butch Hancock, Nanci Griffith, Michael Martin Murphey, il compianto David Mallett, Lyle Lovett, Guy Clark.

Legato ai modelli di Jackson Browne e John Prine, già in età matura, da tre anni, ha incominciato a restituire ciò che in tanto tempo aveva respirato e maturato dentro di sé. Tre album nell’ultimo triennio, il primo dei quali — So Far, So Good — ha riscosso grandi consensi di critica ed elogi dalle riviste specializzate. Registrato presso il noto Sound Emporium di Nashville, e tale locazione ricorda il suo trasferimento, avvenuto molti anni fa, dal nativo Kentucky alla capitale (anche) musicale del Tennessee. La Patio, cui l’album è connesso, è una comunità che organizza la creazione di ambienti naturali, quindi all’aperto, per sostenere i pazienti oncologici. Lance si esibisce regolarmente al Bluebird Café della stessa città, dove incontrò Prine, il quale non mancò d’incoraggiarlo per il ruolo di songwriter.

Nel nuovo The Air That You Breathe compaiono, a coadiuvare il leader, nomi di livello: tanto per cominciare, il maestro del mandolino Sam Bush (presente in quattro brani), poi Jimmie Dale Gilmore (al canto nella topical song intitolata William Cooper Smith). Fra i vari musicisti che contribuiscono al brillante risultato, è giusto almeno ricordare la pedal steel dell’ottimo Dan Dugmore, un contrassegno felice in molte tracce. Sono le chitarre acustiche le protagoniste della scaletta, associate alla voce matura, piana, sensibile di un autore che racconta storie della sua terra, secondo l’antica tradizione.

When He Was Here è stata scritta con Janis Ian: come nei repertori degli autori più illuminati, Cowan propone le sue canzoni che godono dei raggi scesi da grandi texani e no. Tutta la sequenza è molto pregevole, ma si possono indicare a campione l’ariosa Love, la perforante cadenza da ballata della title-track, la notturna The One You Love, una Be with You arricchita dal pianoforte, la convincente The Road (cantata con voce roca e partecipata). Molteplici i temi prescelti: la dignità di chi è stato investito dalle tempeste politiche, il prevalere dell’ingiustizia, il dilagare della povertà. Ricco è il messaggio di Lance, fra i migliori ascoltati ultimamente nel genere. Un compositore di notevoli qualità, che si volta indietro ma guarda avanti con rara fiducia.

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