Lo incontro nel pomeriggio al casinò di Moncton, nella provincia del Nuovo Brunswick canadese, poche ore prima che salga sul palco della grande sala da ballo annessa al locale. Laura Cantrell, sua cara amica e artista di lunga frequentazione, aprirà il concerto. Steve Earle ha settantuno anni, li porta con la consueta densità: il corpo di chi ha costruito case con i messicani nei cantieri texani, la voce di chi ha sepolto amici migliori di lui e ha trovato ancora qualcosa da dire.
Sai che tra tutte le interviste che ho fatto nel corso degli anni, la tua è stata la prima? New York, 1995.
Oh, fantastico. Dov’eravamo?
Al Bottom Line.
Già. Era proprio quando stavo uscendo dalla prigione. Era probabilmente il primo concerto di quel periodo.
Ero appena arrivato a Nyc per restarci. E Paolo Carù, il fondatore del Buscadero, organizzò l’intervista. Ti abbiamo seguito da prima del comeback, dai tempi degli esordi a Nashville. Come guidi la tua arte in un momento come questo, quando i valori che hai sempre cantato — giustizia sociale, empatia verso gli ultimi — sembrano essere dimenticati?
Probabilmente non scrivo di altro. Non ho mai smesso. Ma in realtà, negli ultimi cinque o sei anni quasi tutto quello che ho scritto è finito nel musical di Tender Mercies. Ti ricordi il film con Robert Duvall degli anni Ottanta, sulla musica country? Horton Foote aveva scritto la sceneggiatura, e io, lui e sua figlia stavamo lavorando a una versione teatrale. Horton è morto anni fa, ma abbiamo finalmente trovato una strada per produrlo allo Yale Rep Theatre del Connecticut. Quindi mi sono liberato da quel progetto per un po’, e mi sono guardato intorno. La prima canzone che ho scritto si chiama Volvèr a Celaya. Sarà un singolo. L’ho registrata con i Los Lobos circa sei settimane fa a Richmond, Virginia, e uscirà nelle prossime settimane, non appena i legali si muovono. Su New West, con una versione in vinile che avrà sul lato B una riproposizione di City of Immigrants, per la quale ho appena girato un nuovo video diretto da Steve Buscemi.
Volvèr a Celaya — «torna a Celaya». Di cosa parla?
Di tutta la faccenda dell’immigrazione, di guardare a quello che sta succedendo. Ho cominciato a pensare ai ragazzi con cui lavoravo ai cantieri. L’unica cosa che ho fatto prima di suonare la chitarra era piantare chiodi. E lavoravo con i messicani perché lavoravano più ore e si guadagnava di più. I bianchi smettevano alle tre e mezza del pomeriggio: troppo caldo. I messicani no. E io volevo fare soldi. Alcuni tornavano in Messico dopo qualche mese. Altri rimanevano, si costruivano una vita, diventavano cittadini. La canzone è la storia di uno di questi: uno che si è fatto una vita qui, ma i figli se ne sono andati, la moglie è morta, e adesso pensa di tornare. È un personaggio che esiste davvero, in mille varianti. È una questione di empatia.
Le tue canzoni sono sempre partite da persone reali e da situazioni concrete. Devil’s Right Hand è una canzone che anche un ragazzo europeo con un inglese scolastico capisce: quella cosa è pericolosa. Eppure, quando la scrivesti avevi ancora armi in casa.
Sì. Sono cresciuto cacciando e pescando, le armi facevano parte di quella vita. Ma poi successe una cosa. Justin Townes aveva quattordici anni, trovò una pistola che tenevo carica sotto il letto. La nascose, e non mi diceva dov’era. Sapevo che mentiva, non sapevo cosa fare. Lo mandai in uno di quei wilderness camp [luoghi rurali dove si mandano i ragazzi fuori controllo, ndr]. Non ne sono fiero. Ma volevo sapere dove cazzo era quella pistola. E una mattina alle quattro e mezza mi chiamò e me lo disse. E io mi sbarazzai di ogni arma in casa. Perché capii: è molto più probabile che tu faccia del male a qualcuno che ami di quanto tu riesca a difenderlo se ti attaccano. La canzone non era un pezzo sul controllo delle armi. Era una storia sulla pericolosità reale, concreta, di una pistola. È la morte che hai in mano. Non ha quasi nessun altro scopo. Ai tempi andavo anche in moto, e probabilmente era più pericoloso. Allora non la vedevo così. Adesso sì.
La settimana scorsa ho trascorso un pomeriggio con Billy Bragg, qui a Moncton. A un certo punto mi ha detto, l’empatia è il cuore del socialismo. Poco fa tu hai usato spontaneamente la stessa parola, in un contesto completamente diverso. Mi ha colpito questa coincidenza.
Sono un socialista. Solo che non vivo in un paese con un partito socialista relegato ai margini. Conosco la realtà della politica. Non sono disposto a stare fuori dal processo elettorale. Quindi voto per i candidati democratici. Non riesco a immaginare di votare per un altro partito perché temo significherebbe aiutare a eleggere un repubblicano. E non ho visto un candidato repubblicano da molto tempo che non considerassi completamente, totalmente pericoloso. Ma la sinistra, nel mio paese, è colpevole di aver alienato le persone di cui si suppone si faccia portavoce. Le trattano come se fossero stupide. Non lo sono. Non tutti seguono la politica come fosse uno sport. Votano alle elezioni generali e si chiedono: la mia vita è migliorata negli ultimi quattro anni? No. E non era colpa di quello che la sinistra pensava. Non ci sono abbastanza pazzi in America da eleggere Donald Trump, non è diventato due volte Presidente solo grazie ai pazzi. Le cose cambiano in modo drastico. Nessuno avrebbe potuto immaginare un governatore repubblicano in Texas quand’ero bambino. Ann Richards non è così lontana. Lyndon Johnson è quello che ha fatto passare il Civil Rights Act, non John Kennedy — JFK non aveva la forza politica per farlo e Johnson portò a termine quel lavoro. E disse a un collaboratore che esultava il giorno della firma: cosa festeggiate? Abbiamo appena perso il Sud per una generazione. Aveva ragione. Anzi, di più. Quando l’Olanda elesse un primo ministro di destra, venticinque anni, fa fu uno shock enorme. Il paese sembrava il più liberale del mondo. Ma c’era molta immigrazione, e i lavori che venivano presi erano lavori che nessun olandese voleva fare. Non vogliono friggersi le loro patatine. È sempre questo. La paura viene soffiata da chi sa come spaventare la gente: convincili che l’altro viene a prenderti il lavoro, a fare questo e quello. In America quei lavori se ne erano andati in Asia da decenni. Ma funziona ancora. L’Inghilterra ha un brutto nucleo razzista. E non penso sia un caso che non ci sia un solo arbitro di colore in tutta la Premier League. Neanche uno. Non uno nero, non uno nemmeno vagamente scuro. Seguo il calcio da quando un tizio mi portò a vedere l’Arsenal e il Nottingham Forest nel 1986 o nel 1987 e rimasi agganciato. Seguo il Barcellona perché ho un amico con un appartamento lì che posso usare. E ai Mondiali mi sveglio nel cuore della notte per vedere le partite — la squadra americana sta andando bene. La Brexit è stata un sussulto razzista. E la reazione a Barack Obama, quello che ha contribuito a far eleggere Trump, era intrisa di razzismo e sessismo. Eravamo più pronti a votare un afroamericano che una donna. Nessuno avrebbe potuto prevederlo. Ed è spaventoso. E vedo cose simili che succedono qui in Canada, e in Europa. Sembrano le stesse cose.

Parlando di musica, sostieni molti musicisti più giovani. Tuo figlio Justin Townes Earle era un cantautore straordinario — più lo ascolto, più mi rendo conto di quante dimensioni avesse. Come vedi lo stato dell’arte, della creatività, in questo momento?
Sono stato fortunato a crescere nel mezzo di una generazione straordinaria. Ma la mia teoria — forse è semplificata, forse non è del tutto vera, ma ci credo — è questa: c’è un momento, nel 1965, in cui John Lennon vuole essere Bob Dylan e Bob Dylan vuole essere John Lennon. E in quel momento il rock and roll diventa arte. Sono i testi, solo i testi, che lo hanno elevato. I sociologi hanno cominciato a parlarne. Ho anche fatto un pezzo per Audible su questa idea, e la insegno nel mio corso di scrittura di canzoni. L’hip hop è musica folk. Una delle ragioni per cui il rock ebbe quel successo fu che chiunque poteva imparare a farlo. Lo stesso vale per l’hip hop. E per un periodo anche i ragazzi bianchi ascoltavano principalmente hip hop, era il mainstream del pop. Ma poi si sono accorti che c’erano ancora molti più bianchi che neri. E adesso il country è più popolare di quanto non lo sia mai stato, perché hanno cominciato a fare dischi secondo le regole dell’hip hop e hanno trovato il pubblico giovane che il country cercava. Non sono io quello che può dire cosa non è country. Loro decidono cos’è country. Io l’ho deciso per un momento nel 1986, e poi ho dovuto andare altrove perché avevano smesso di passarmi alla radio country — senza che io potessi farci niente. Camion, cani, scuolabus — non era roba mia. L’unica recensione veramente cattiva che ho mai ricevuto era di uno che mi paragonava a una specie di proto Toby Keith per qualcosa detto da un personaggio in una canzone. Ma il personaggio non ero io. La gente si avvicina di più a qualcosa che sente come un’emozione condivisa che a qualcosa che suona come una lezione.
Townes Van Zandt. Dicesti una volta che era il più grande cantautore vivente e avresti dato i tuoi stivali da cowboy per aver scritto Pancho & Lefty.
Non è esattamente quello che dissi. Sono purtroppo troppo citabile — mi mette nei guai continuamente. Quello che dissi fu che era il migliore dopo Bob Dylan. Townes si era stabilito a Nashville, finalmente aveva un posto fisso dopo anni senza una residenza fissa, usciva un nuovo disco, e mi chiesero una citazione per l’adesivo sulla copertina. E quella fu la citazione. Bob Dylan è Bob Dylan. Non lo escludi mai. Proprio quando pensi sia impossibile che possa ancora sorprenderti, arriva Tempest e ti fa a pezzi. Il mio mestiere è stato inventato da Bob Dylan. Nessun dubbio.
Hai un figlio autistico di sedici anni: John Henry. Vive nove mesi l’anno con te. Giusto?
Sì. Non parla. Quello che mi preoccupa è cosa gli succederà quando non ci sarò più. Il piano è che Ian, il mio figlio di mezzo — trentasette anni — se ne prenda cura. Ma John Henry sopravviverà anche a Ian, ha sedici anni adesso e Ian ne ha trentasette. Quindi devo avere fiducia nel fatto che, in famiglia, qualcuno raccolga il testimone. Nel frattempo, lo porto a scuola fino ai ventidue anni — imparano le cose diversamente, ci vuole più tempo, ma ha imparato cose che non pensavo avrebbe mai imparato. Sono convinto sia esattamente dove deve essere. Sua madre non è sempre d’accordo con me, ma io lo tengo nove mesi l’anno e lei tre, quindi prendo io le decisioni principali. Ti ricordi perché non avrei dovuto avere un figlio a cinquantacinque anni? Ecco il motivo. Sono il genitore single di un sedicenne autistico. L’altra faccia di questa medaglia è che mi ha reso più presente, più connesso. L’empatia non è un concetto astratto quando hai un figlio che dipende da te ogni giorno. Sono probabilmente più attento alle circostanze affrontate dagli individui di quanto non lo sarei se non vivessi questa situazione.
Qualche settimana fa ho visto Bruce Springsteen al Barclays Center di Brooklyn. L’ho trovato in grande forma, molto diretto anche sul piano politico.
Anch’io ero all’ultimo show di questo tour. Gli ho chiesto: è un’impressione mia, o suonate più forte di quanto vi abbia mai sentiti? E lui ha solo riso. La mia teoria è che erano a tutto volume — dimed, si dice. E Tom Morello ha lavorato su di lui, in questo senso. Sono fiero di entrambi. Sono amici miei. E abbiamo questa cosa in comune: scrivere di certe cose, parlare di certe cose. Lui sta facendo quello che sente di dover fare. Io sto cercando di trovare una voce che raggiunga le persone ancora indecise, quelle che abbiamo perso. È uno stesso obiettivo, strade diverse.
Ti ho visto in tanti posti, nel corso degli anni. Una volta ero arrivato a Chiari da Milano, con un gruppo di amici venuti apposta da Napoli, e alla fine della notte dormii in macchina con loro fino alle cinque di mattina per permettergli di ripartire l’indomani.
Ti chiedo scusa, non ho mai suonato a Napoli! Ma ci sono andato una volta. Stavo andando a Roma con Suor Helen Prejean e George White — gente con cui lavoravo contro la pena di morte, un progetto che si chiamava Journey of Hope. La Comunità di Sant’Egidio ci aveva invitato — sono quelli che illuminavano il Colosseo ogni volta che qualcuno veniva giustiziato negli Stati Uniti. Suor Helen stava parlando a un evento. E c’era un appuntamento anche a Napoli, così siamo scesi in treno. Non conoscevo per niente quella parte d’Italia. È stata una cosa bellissima. Poi sarei andato in Irlanda per il mio viaggio invernale annuale.
Sei venuto in Italia la prima volta con Barley Arts? Con Claudio Trotta?
Sì, sempre con Barley Arts. Credo di non esserci mai stato prima dei ‘90, subito dopo che ero uscito di prigione. E poi sono stato due volte al Buscadero Day, se non erro. Il sindaco del paese aveva organizzato la cena. Ho dovuto convincere tutta la band ad andarci. Ho detto: non è facoltativo. Andiamo. Staremo svegli fino alle tre e mezza di notte, ma sarebbe scortese non farlo. Ed è stata una cosa straordinaria.
Mi pare di ricordare che sei un appassionato di Michelangelo (Buonarroti). Mi racconti qualcosa in piu?
Sono un fanatico. La prima volta che entrai in San Pietro, la Pietà era già dietro il vetro — il danneggiamento era già avvenuto. Mi avvicinai di un passo e mi fermai. Sembrava liquido. Sembrava vivo. Come fa qualcuno a fare una cosa del genere? E poi, anni dopo, il David a Firenze. Quando i miei genitori andarono in Europa, presi una guida apposta per loro — sapevo già cosa gli servisse vedere perché ne avevo presa una anche per me. Ma attento alle guide di Roma: sono laureati in storia dell’arte, però sono romani. E quindi, lì a dirti che Michelangelo è sopravvalutato, Bernini è meglio… pazzesco! E poi c’è Venezia. Ero di passaggio, avevamo un giorno libero. Sono sceso dal bus da solo perché sapevo che non avrei mai suonato lì — Venezia non è una città da concerti — e avevo paura di non tornarci mai. Ci sono rimasto un paio di giorni. Capisci tutto quello che c’è da capire, e poi non hai bisogno di tornarci. Firenze è diversa, perché c’è così tanto Michelangelo che non finisce mai.
Hai detto che non sai quando tornerai in Italia. Ma sarai in Europa con i Waterboys, il tour non ci passa?
No, è solo Europa del nord e Spagna. L’Italia, no. Sarò a Glasgow per fine agosto. Mike Scott sta facendo un Fisherman’s Blues Review Tour e io vado come membro dei Waterboys. Faccio un mio set nel mezzo, con la band, ma sono a tutti gli effetti un membro dei Waterboys. E sto scrivendo un paio di versi miei per Back on the Road Again: questo è il compito a casa che devo consegnare prima di Glasgow. Fisherman’s Blues è uno dei miei album preferiti in assoluto.
Il concerto inizierà di lì a poche ore. Laura Cantrell aprirà con la grazia discreta che la contraddistingue. Steve Earle salirà sul palco del casinò di Moncton e, come fa da cinquant’anni in giro per il mondo, offrirà tutto ciò che ha, senza risparmio. Da quel primo incontro al Bottom Line sono passati trent’anni. Nel frattempo, sono cambiate le amministrazioni americane, l’industria discografica, il modo stesso di ascoltare la musica. Sono cambiate anche le vite, la sua e, in parte, la nostra. Non è cambiata, però, la necessità di raccontare storie, soprattutto quelle di chi continua a vivere ai margini. È ancora lì che Steve Earle guarda quando scrive una canzone. Ed è ancora da lì che continua a parlare all’America.




