Leave a Light: per Glen Hansard, 1970-2026

Raffaele M. Petrino
4 minuti di lettura
Foto © Rodolfo Sassano

Quante volte abbiamo incontrato Glen Hansard nella nostra vita? Magari la prima è stata nel 1991, guardando The Commitments, il cult movie di Alan Parker dove interpretava il chitarrista pel di carota che, fin dall’inizio della pellicola, veniva reclutato da Jimmy Rabbitte per il suo sgangherato progetto di «portare» il soul a Dublino. I più attenti, forse, lo avranno ritrovato prima alla guida dei Frames, e poi, nel 2006, ancora al cinema: attore stavolta protagonista di Once, piccolo e delicato film capace di vincere un Oscar per la migliore canzone originale, eseguita in coppia con la Markéta Irglová con cui il musicista di Dublino condivideva il progetto Swell Season. Quando tre anni fa, al funerale di Shane McGowan, lo abbiamo infine visto e sentito cantare Fairytale of New York, a molti è sembrato come non potesse essere che lui a officiare la celebrazione di quell’eroe e poeta irlandese (nell’anima), perché uno come Glen Hansard, con il suo talento, la sua passione, l’umanità di cui aveva sempre dato prova, persino l’aspetto — austero, fiero eppure gioviale — sembrava essere la personificazione stessa dell’Irlanda, nazione in cui era nato 56 anni prima.

Oggi che se n’è andato per un infame e inaccettabile incidente motociclistico, non vogliamo però ricordarlo per ciò che era stato, ma per il fatto di essere diventato — la recente pubblicazione dei due volumi di Don’t Settle lo ha messo in evidenza con incredibile forza e intensità — un artista e un esecutore maiuscolo. Dai marciapiedi frequentati come busker ai teatri più prestigiosi, Glen Hansard si era guadagnato sul campo fama di performer autentico e trascinante, capace di enfatizzare, dal vivo, una musica emotiva, in grado di utilizzare il registro più intimista, così come di lasciarsi trascinare da un flusso di grande espressività, un’unica vibrazione risonante di rock, folk e soul, senza mai dimenticare le radici irlandesi.

Una maniera epidermica di vivere la canzone che aveva come obiettivo quello di trasferirsi dal musicista all’ascoltatore. Le sue esibizioni assumevano così l’aspetto di una cerimonia laica, in cui le canzoni prendevano nuovo respiro e la generosità del cantante veniva ripagata dalla pienezza della musica e dalla risposta emotiva del pubblico, in un circuito virtuoso che esaltava tutti i soggetti coinvolti. Ecco cos’era diventato Glen. E questo rende ancora più drammatico il maledetto incidente che ce lo ha portato via, perché ha interrotto una carriera giunta a uno di quei rari e preziosi momenti in cui il musicista acquista consapevolezza della propria natura e della propria maniera di rapportarsi con la musica.

Glen era solito dire che le canzoni vivono davvero solo davanti a un pubblico. Che una canzone, per rivelarsi, ha bisogno di testimoni. L’essere stati testimoni del suo talento e della sua grande umanità è stato il nostro privilegio; continuare ad ascoltare il suo lascito sarà la nostra catarsi, il nostro modo di far vivere le sue canzoni e continuare a promuoverne la costante rivelazione. 

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