LESTER, WINCHESTER & McKENDREE
They Got It All
Times Three
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Un trio atipico, formato da sessionmen piuttosto noti come Mark Winchester (basso), Jimmy Lester (batteria) e Kevin McKendree (piano) debutta con un simpatico disco di breve durata, nemmeno mezz’ora. Qualcosa di simile è accaduto anche in altre situazioni, pensiamo per esempio ai musicisti della Phantom Blues Band consolidatisi dopo i dischi con Taj Mahal. Nel nostro caso, i tre si erano già incrociate alcune volte, ad esempio una decina d’anni addietro avevano accompagnato in tour Gary Tallent (E Street Band), stabilendo una sintonia naturale sul palco e fuori. Successivamente, risiedendo tutti e tre a Nashville, non sono mancate le occasioni per continuare a tenere qualche concerto nei club cittadini. Su istigazione di Winchester, i ritrovi si sono fatti più regolari e l’idea di passare un paio di giorni nello studio di McKendree per registrare qualcosa si è fatta strada senza difficoltà.
La scelta è stata di incidere materiale di cui è autore Winchester (già con Emmylou Harris e Brian Setzer), che lo canta con voce efficace seppur non personalissima. Inoltre, per questo They Got It All suona un basso a due corde, per lui un esperimento sul modello di Mark Sandman dei Morphine (che gli ha dischiuso un diverso approccio allo strumento). Siamo, comunque, nel territorio di un roots rock di buona fattura, che non cerca innovazioni, piuttosto il divertimento di suonare tra amici, quando ognuno mette il proprio mattoncino senza note di troppo; lo si evince nei due brani strumentali, in particolar modo Along with the Sunshine, pronto per qualche colonna sonora, nelle atmosfere vintage di I’m No Amateur.
La loro tecnica si è affinata in anni al servizio di altri artisti: Lester, per esempio, oltre a essere stato tra i fondatori dei Los Straitjackets (da recuperare il loro disco con Eddy Clearwater), lo ricordiamo con Billy Joe Shaver, mentre la versatilità di Kevin McKendree lo ha reso tra i tastieristi più in voga (Delbert McClinton, Tinsley Ellis, Buddy Guy e dozzine di altri). La penna di Winchester è sovente intrisa di una buona dose d’ironia e lo confermano due pezzi scorrevoli come Bad Mantras e Dylan Ain’t Spillin, che elenca una serie di luoghi comuni, o il leggero r’n’r anni ’50 di Baby’s a Carburetor. E questo contribuisce a rendere l’ascolto magari non indimenticabile, ma di certo piacevole.


