Recensioni

Lucy Rose, No Words Left

Lucy Rose - No Words LeftLUCY ROSE
NO WORDS LEFT
CAROLINE INTERNATIONAL
***

È la scoperta dell’etimo della parola sincero – dal latino sine/senza, cera/cera, ovvero senza cera, riferito agli scultori disonesti che nell’antichità coprivano con la cera i difetti delle loro sculture – ad aver guidato la cantautrice inglese Lucy Rose nella realizzazione del suo nuovo album, il quarto della sua carriera. No Words Left è un disco senza trucchi e senza inganni, interamente basato sulla scrittura e su interpretazioni limpide e accorate. Un disco intimo e raccolto, con un uso parco e misurato della strumentazione, interamente orientato ad un suono avvolgente, carezzevole, dove qualsiasi dissonanza o elemento di disturbo è bandito.

Il tono di tutto il lavoro è già reso esplicito dalla Conversation che lo apre, con il malinconico arpeggio acustico a far da base alla struggente melodia, mentre gli archi pennellano spleen tutt’attorno. Nel resto del disco, non ci si muove molto da questa crepuscolare intimità, qui e là guidata dal pianoforte (Solo (w), a cui si aggiunge un soffio di sax, la più strutturata Nobody Comes Round Here), a volte in forma di fatata folk song (Treat Me Like A Woman, la stupenda What Does It Take) o di vellutato cantautorato al femminile (da citare almeno The Confines Of This World, con la chitarra elettrica immersa in elegiaci bordoni di suono, oppure Save Me From Your Kindness).

La musica si tinge di pennellate impressioniste: un accenno di percussioni, un contrabbasso quasi jazzato, il miele degli archi, qualche eco elettrico, ma nulla arriva veramente a disturbare la centralità di Lucy Rose cantante e autrice, assoluta protagonista anche quando è assente (il breve strumentale acustico Just A Moment) o quando si materializza attraverso eterei vocalizzi (le due parti della title-track).

Come un libro di poesie su cui tornare su più volte, No Words Left è un disco di piccoli scarti e di particolari che emergono con gli ascolti, cosa necessaria, pena la sensazione di trovarsi di fronte ad un lavoro eccessivamente monocorde. Bisogna solo dargli tempo.

 

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