L’ultimo battito dei Poco: conversazione con George Lawrence

Raffaele Galli
17 minuti di lettura

Il batterista ripercorre dieci anni accanto a Rusty Young e Paul Cotton: i tour, i dischi, i momenti difficili e il ricordo di una delle grandi band della West Coast americana.

Seguiamo i Poco fin dagli inizi e tu ne sei stato il batterista per circa dieci anni. Ho letto che vivi a Nashville e sei diventato il batterista di riferimento dei Muscle Shoals Studios. Da dove vieni e come sei arrivato fin lì?
Dopo aver lavorato a Los Angeles ho lasciato la mia città natale — Jackson, Mississippi — per trasferirmi a Nashville, nel 1993, e diventare batterista e bandleader di Larry Stewart, voce solista dei Restless Heart. Per tre anni abbiamo aperto i concerti di Vince Gill, poi sono andato in tour con altri musicisti di Nashville, tra cui T. Graham Brown, i Wilkinsons e i Kinleys. Ho registrato e suonato nei locali della città con tantissimi artisti, insegnando anche batteria in un negozio specializzato in strumenti a percussione. Sono entrato negli Swampers — la storica sezione ritmica dei Muscle Shoals — soltanto alla fine dei Novanta, quando il batterista Roger Hawkins si ammalò. Furono lui e i proprietari dello studio a chiedermi di sostituirlo. Con Roger ci conoscevamo da tempo e avevo già lavorato con i proprietari ai Malaco Rec. di Jackson fin dall’adolescenza. Ai Muscle Shoals ho suonato in numerosi album blues, accompagnando artisti importanti come Little Milton, Bobby “Blue” Bland, Johnny Taylor e Shirley Brown.

Hai suonato per la prima volta con i Poco nel ‘99, sostituendo George Grantham. Com’è successo?
Sì. Rusty e io abitavamo nella stessa zona di Nashville. Me lo aveva presentato la mia ex-moglie Nancy, fan del gruppo da molti anni. Rusty conosceva la mia reputazione e mi chiamò per un paio di concerti insieme a lui e Paul Cotton. Uno era in un piccolo festival in Arkansas con gli Spin Doctors; dell’altro non ricordo la località. In quel periodo né Tim Schmit né George Grantham erano disponibili, mentre Richard Neville suonava il basso. I Poco facevano soltanto qualche data all’anno e, a volte, Rusty e Paul si esibivano in duo. Io e Rusty preparavamo gli spettacoli a casa mia, da soli.

Nel 2004, l’ingresso ufficiale nella line-up, dopo l’infarto avuto da George Grantham durante un concerto a Springfield, Mass. È andata così?
Credo sia stato meno di un mese dopo. Vivevo ad Akron, Ohio, quando ricevetti una telefonata del manager Rick Alter, l’uomo che aveva contribuito a mantenere unito il gruppo. Mi chiese se fossi disponibile per un concerto a Cape Cod. Avevo già un impegno, ma gli dissi che avrei potuto raggiungerli la settimana successiva, in California. Pensavo di restare con loro fino alla guarigione di George. Purtroppo, il suo infarto era stato molto serio e, dopo circa un anno, risultò evidente che non sarebbe più riuscito a tornare sul palco. A quel punto la band mi propose di entrare stabilmente nei Poco e accettai. Continuavo a registrare e suonare con altri artisti, quindi in quel periodo ero davvero molto impegnato.

Con Rusty Young, Paul Cotton, Jack Sundrud e te i Poco registrarono Bareback at Big Sky, inciso nel ranch del Montana di Dave Goodwin.
Dave viveva a Nashville prima di trasferirsi a Big Sky, nel Montana, dove costruì uno studio di registrazione davvero unico. Il complesso comprendeva un enorme lodge con una grande sala e lo studio ricavato sul retro. Organizzava concerti aperti al pubblico, vendendo i biglietti delle serate, poi trasformate in registrazioni dal vivo. La band suonava in assetto semiacustico davanti a circa centocinquanta persone. Dave curava il missaggio, tratteneva l’incasso dei biglietti e il gruppo otteneva un album senza sostenere spese di registrazione. Era un ottimo accordo per tutti. Noi alloggiavamo nel lodge, mentre Dave e i suoi collaboratori cucinavano ogni giorno per la band. Inoltre, il Montana era magnifico: durante il tempo libero facevamo escursioni nei boschi delle montagne vicine. Un’esperienza davvero irripetibile.

Trovo Bareback at Big Sky uno dei vostri dischi più riusciti, soprattutto per l’atmosfera raccolta e familiare. Nutro però qualche riserva sui brani di Jack Sundrud, che mi sembrano meno riconducibili al classico sound dei Poco. Tu come la vedi?
Su questo non sono d’accordo. A metà degli anni Novanta avevo già suonato un paio di concerti con i Great Plains, la band di Jack, allora sotto contratto con la Columbia. Dovresti ascoltare quel disco: era davvero valido. Jack è stato nei Poco per oltre trent’anni, quindi le sue canzoni fanno ormai parte integrante dell’identità del gruppo. Il suono della band si è sempre definito attraverso le persone che ne facevano parte, grazie al contributo di ogni autore e cantante. Così la musica si è evoluta nel tempo. Naturalmente rimaneva la personalità di Rusty, con il suo stile e gli strumenti che suonava — pedal steel, dobro e molto altro. Personalmente, considero la musica dei Poco più Americana che semplicemente country o country-rock. Richie, prima dei Buffalo Springfield e dei Poco, proveniva dal folk, elemento fondamentale nei primi album. Per me non è mai esistito un unico «suono-Poco». Certo, il gruppo fu tra gli innovatori del country-rock alla fine degli anni Sessanta, ma successivamente esplorò molti altri territori musicali. Bisogna ricordare anche un altro aspetto: tutti i componenti suonavano come session men nei dischi di altri artisti e scrivevano canzoni insieme ad autori esterni. È inevitabile che queste esperienze influenzassero la band. Del resto, un gruppo con una carriera così lunga non può continuare a scrivere sempre lo stesso tipo di brani. I Poco non hanno mai amato sentirsi ingabbiati.

Nel maggio del 2005 siete arrivati in Europa. Quali ricordi conservi delle date migliori?
Credo fossero dieci concerti consecutivi, praticamente senza soste. Le serate che ricordo con maggiore piacere sono quelle dell’Olympia di Parigi, dove dividemmo il palco con i Jefferson Starship, e quella italiana al Palasport di Chiari, vicino a Brescia, dove mi hai detto di essere stato presente. Era la mia prima visita nel tuo paese.

Fu un concerto ricco di intensità e calore. Cosa ti è rimasto impresso di quella serata?
Il cibo! Dopo il soundcheck, il promoter ci portò in un piccolo ristorante dov’eravamo gli unici clienti. Arrivò una gigantesca insalata e noi la divorammo pensando rappresentasse l’intero pranzo. Invece era soltanto l’antipasto. Continuavano ad arrivare piatti, uno dopo l’altro: sembrava ci stessero preparando da mangiare anche per i giorni successivi. Alla fine, eravamo praticamente in coma. Eravamo perfino in ritardo per il concerto, ma il promoter ci rassicurò dicendo che il pubblico avrebbe aspettato senza problemi. Aveva ragione. Ricordo quella serata con grande affetto: il pubblico fu caloroso e l’atmosfera davvero accogliente. Mi piacerebbe tornare in Italia.

In ottobre avreste dovuto suonare in Olanda, ma Paul Cotton fu colpito da un infarto. Ho letto che i Poco salirono sul palco in tre. Tu non eri presente?
No, c’ero eccome. Paul si sentì male a Lillehammer. Non si presentò al soundcheck e cominciammo a preoccuparci. Jack lo trovò nella sua camera d’albergo: non rispondeva agli stimoli e aveva un colorito davvero preoccupante. L’ambulanza lo trasportò nell’ospedale costruito per le Olimpiadi invernali, distante solo pochi minuti. I medici ci dissero che quell’intervento tempestivo gli aveva probabilmente salvato la vita. Quella sera rimanemmo sul palco soltanto io, Rusty e Jack. Le parti vocali e la chitarra di Paul erano fondamentali per moltissime canzoni, quindi fu davvero difficile andare avanti. Alcuni musicisti presenti al festival ci diedero una mano, ma noi avevamo ancora negli occhi l’immagine di Paul disteso sul letto d’albergo. Rimase in Norvegia alcune settimane per riprendersi. La tappa successiva era in Olanda e le cose non andarono bene. Suonammo in tre il maggior numero possibile di brani dei Poco, con il chitarrista della band di apertura a darci una mano in qualche pezzo. Il pubblico, però, non gradì molto. Fortunatamente era l’ultima data del tour.

Una volta rientrati negli Stati Uniti, Paul Cotton lasciò temporaneamente il gruppo e venne sostituito da Bill Lloyd.
In realtà no. Paul era ancora in Norvegia, impegnato nella convalescenza, e non aveva lasciato la band.

I concerti con Bill Lloyd furono però accolti bene, anche perché conosceva già il repertorio di Rusty grazie all’esperienza comune negli Sky Kings. Come giudichi quella formazione? È vero che suonavate anche brani dei Beatles?
Assolutamente sì. Bill era bravissimo e quei concerti funzionarono davvero bene. In repertorio avevamo parecchie canzoni dei Beatles. Tutti noi eravamo cresciuti ascoltandoli. Rusty ripeteva spesso che lui e Richie avevano fondato i Poco immaginando armonie vocali ispirate ai Beatles, ma suonate con strumenti country.

Successivamente, il gruppo proseguì con Michael Webb come quarto componente.
Esatto. Quando Paul lasciò definitivamente la band, Michael prese il suo posto. Oggi suona con Chris Isaak e nei Cimarron 615, formazione creata insieme a Jack Sundrud e Rick Lonow, il batterista che mi ha sostituito nei Poco.

Nel 2013 avete inciso All Fired Up per Drifter’s Church. A mio parere è un buon album. Continuo però a sentirlo «meno» Poco persino di Bareback at Big Sky. Tu come lo giudichi?
La Drifter’s Church apparteneva a Rick Alter. Il disco lo finanziammo noi stessi, dividendo poi i ricavi in cinque parti. Le basi vennero registrate a Nashville. George Grantham compare soltanto, con il tamburello, nella title-track. A essere sincero, non considero All Fired Up una delle nostre prove migliori, per diversi motivi. Gran parte del suono dei Poco si basava sulle chitarre e sulle armonie vocali acute. Con l’ingresso di Michael Webb la componente dominante divennero le tastiere. Mike è un pianista e un organista straordinario, ma chitarre e cori non rappresentavano il suo punto di forza. Di conseguenza molti brani risultarono costruiti in modo diverso rispetto al passato. Credo sarebbe stato utile coinvolgere qualche chitarrista di Nashville, ma il budget non lo permetteva. Inoltre, ogni canzone era stata scritta individualmente da Rusty, Jack o Michael, senza un vero lavoro collettivo. Per questo il disco appare meno omogeneo. Essendo un’autoproduzione, mancava anche una figura esterna capace di dare maggiore unità al suono. Un produttore esperto avrebbe probabilmente ottenuto un risultato più compatto. Io non sono un autore, quindi non posso giudicare il materiale da quel punto di vista. Il mio compito era suonare la batteria e, sinceramente, nemmeno io credo di aver dato il meglio, perché quelle canzoni non riuscivano a ispirarmi fino in fondo. Rimane comunque un progetto al quale sono affezionato e sono felice di aver lasciato il mio contributo in un album in studio dei Poco.

Quando hai suonato per l’ultima volta con i Poco?
L’ultima data è stata il 20 luglio 2015 a Mendocino, in California. Fu un’ottima esibizione in una splendida arena. Con i Poco ho affrontato il tour più lungo e continuativo della mia carriera. Mi hanno sempre trattato come un componente del gruppo, non come un semplice sideman, sia dal punto di vista umano sia economico. Ci siamo divertiti tantissimo e mi mancano davvero sia Paul sia Rusty. Rusty, poi, era un talento straordinario ed era divertente da morire.

Nel 2017, Blue Élan pubblicò Waitin’ for the Sun, il primo e unico album solista di Rusty Young. Come mai non sei stato coinvolto?
Semplicemente perché non mi hanno chiamato. Non era un disco dei Poco e, a quel punto, non facevo più parte della band. Dal 2015, con il rallentamento dell’attività del gruppo, mi ero dedicato ad altri progetti. Nel frattempo, avevo conosciuto una donna di Memphis. Andai a vivere con lei, lasciando progressivamente il mondo discografico. Georgette ed io siamo felicemente sposati dal 2019.

Nel corso della tua carriera hai registrato con grandi musicisti, affrontando praticamente ogni genere musicale. Ce n’è uno che senti più vicino?
Le mie radici sono nel soul, nel funk e nel jazz, ma ho suonato davvero di tutto: pop, rock, hard rock, fusion e perfino con orchestre di musica classica.

Fra tutti i dischi ai quali hai partecipato, quale ricordi con maggiore soddisfazione?
Il mio preferito rimane Future Street, registrato nel 1979 con i Pages. Ho suonato in sei degli otto brani dell’album. Se ne hai l’occasione, ascoltalo. Fu il primo disco inciso a Los Angeles e, poco dopo, mi trasferii stabilmente lì per entrare nel gruppo e lavorare nell’industria musicale.

Oggi sei anche proprietario della rivista Not So Modern Drummer. Raccontaci qualcosa.
Sì, l’ho acquistata nel 2009. È una pubblicazione di nicchia dedicata ai batteristi, con particolare attenzione agli strumenti vintage e artigianali, oltre ai grandi protagonisti della storia della batteria. Oggi è disponibile online gratuitamente. Chi fosse interessato può iscriversi attraverso il sito notsomoderndrummer.com.

Prima di salutarci, dimmi quali sono i batteristi che ami di più.
Senza seguire un ordine preciso, direi Steve Gadd, Jeff Porcaro, Bernard Purdie, Tony Williams e, naturalmente, George Grantham. Uno dei primi album che comprai da ragazzo fu Deliverin’, il magnifico disco dal vivo dei Poco. Il modo di suonare di George ha avuto una grande influenza sulla mia formazione. Sono sempre rimasto affascinato dal groove di Come on. Imparai quel pattern e lo utilizzai per anni durante i miei assoli di batteria. Rusty mi raccontò che George aveva ascoltato Ian Paice dei Deep Purple mentre registrava in uno studio vicino a quello dei Poco, prendendo spunto proprio da lui. Ancora oggi mi sorprende pensare di avere suonato in una delle band che più amavo quando ero ragazzo.

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