La letteratura rock ha raccontato in modo dettagliato l’impatto che la raccolta Nuggets, curata da Lenny Kaye, ebbe sulla nascita del punk. Meno celebrata è invece l’influenza che quel doppio album esercitò sul garage revival americano sviluppatosi nel corso degli anni Settanta. L’elenco delle band che si abbeverarono a quei solchi è lungo: dai precursori spesso ingiustamente dimenticati come i Droogs di Ric Albin — nati non a caso proprio nel fatidico 1972 — fino a Last, Plimsouls e Unclaimed di Los Angeles, passando per Fleshtones e Zantees, sbocciati nei loft degradati dell’East Village newyorkese. Ma se c’è un’immagine capace di sintetizzare lo spirito del nuovo garage, è quella di un uomo piegato all’indietro sul suo Vox Continental, la testa rivolta verso il soffitto, una mano sui tasti e l’altra in alto a scuotere furiosamente un tamburello.
Quell’uomo era Jeff “Monoman” Conolly, scomparso lo scorso 31 luglio a 69 anni nella sua casa sul North Shore di Boston, dopo una battaglia contro un tumore alla vescica da cui sembrava essersi ripreso. Quel soprannome non era una posa, ma una dichiarazione di poetica. Jeff era ossessionato dai singoli mono degli anni Cinquanta e Sessanta, da quelle registrazioni grezze, oscure, spesso realizzate con mezzi limitati, capaci però di trasmettere un’attitudine contagiosa e una voglia irresistibile di muovere il corpo, saltare e ballare.
Cresciuto in Connecticut, Conolly arriva a Boston a metà degli anni Settanta per frequentare la Boston University, ma la sua testa è già altrove. Nel 1976 prende il comando dei DMZ, e il suo ingresso in formazione ha già il sapore della leggenda: durante una prova, ruba il posto del cantante titolare semplicemente afferrando l’asta e dimostrando di essere la voce che la band stava cercando. Con Conolly al microfono e alle tastiere, i DMZ si impossessano di uno spazio unico nella scena di Boston, quella dei Real Kids, dei Modern Lovers di Jonathan Richman e di un giovanissimo Andy Paley: due chitarre, una tastiera e un repertorio capace di fondere la ferocia del punk nascente con la lezione del garage anni Sessanta.
Nel 1977, il gruppo entra in studio con Craig Leon, già produttore dell’esordio dei Ramones, per lo storico EP pubblicato dalla Bomp! di Greg Shaw. L’anno successivo arriva l’unico album per la Sire, prodotto da Flo & Eddie, al secolo Mark Volman e Howard Kaylan dei Turtles. Alla fine del 1978 i DMZ si sciolgono. J.J. Rassler forma gli Odds, mentre il chitarrista Peter Greenberg dà vita ai Customs, per poi tornare al fianco di Conolly nei Lyres. Jeff, il bassista Rick Coraccio e il batterista Paul Murphy scelgono invece di ripartire da zero con un nuovo progetto. Non è un semplice cambio di nome, ma una precisa correzione di rotta stilistica. Rispetto ai DMZ, i Lyres attenuano la componente proto-punk più vicina a Stooges e MC5 per concentrarsi su un suono più aderente al modello del garage americano del 1966. Conolly sostituisce il Farfisa con il Vox Continental, trasformando quell’organo dal timbro caldo e nasale nel vero marchio della band. Inoltre, la formazione passa da due chitarristi a uno solo.
Nasce così il «suono Lyres»: organo dominante, riverbero, un cantato ipnotico e ossessivo, una tensione che sembrava arrivare direttamente dai garage americani di metà anni Sessanta. Brani come Don’t Give It Up Now, lato B del primo singolo del gruppo, e soprattutto Help You Ann — pubblicato nel 1983 e poi incluso nell’album d’esordio On Fyre del 1984 — diventano pietre miliari del genere. Jeff era un perfezionista, e la sua ossessione sonora si traduceva spesso in scontri con i compagni di band. Chi lo vide dal vivo negli anni Ottanta racconta di musicisti rimproverati senza pietà già all’inizio di un concerto per un tempo tenuto in modo imperfetto o per un’esecuzione non all’altezza. Robert Warren, bassista dei Fleshtones, ha ricordato di una data francese di inizio 1987 in cui i Lyres aprivano per loro: la prima sera Conolly si presentò così ubriaco da finire svenuto nel camerino, mandando su tutte le furie il resto della band. La notte successiva, però, i Lyres offrirono uno dei concerti più travolgenti a cui Warren avesse mai assistito.
Io lo vidi per la prima volta nel 1988 al Rat, il locale culto di Boston che per i Lyres era quasi una seconda. Chi ci è stato ricorda gli schermi televisivi appesi al soffitto, sempre accesi anche durante i concerti. Quella sera giocavano i Red Sox e parte del pubblico seguiva la partita più del gruppo sul palco. Jeff si fermò, aspettò che finisse l’incontro e solo allora riprese il concerto. Era fatto così: imprevedibile, ingestibile, incapace di accettare che qualcosa distogliesse l’attenzione da quanto stava facendo. Dietro quel caos personale c’era una visione musicale di una coerenza quasi assoluta: nei dischi e nei concerti dei Lyres non contava mai l’apparenza rétro, ma la canzone. L’obiettivo di Jeff era trasformare il garage rock in un linguaggio vivo, contemporaneo e radicale.
Nel corso di oltre quarant’anni, la formazione dei Lyres è stata tutt’altro che stabile, quasi la negazione del mito della band compatta e indissolubile. Tra il 1979 e i primi anni Duemila tornarono in formazione, in momenti diversi, ex membri dei DMZ come Coraccio, Murphy e Greenberg. Conolly rimase l’unica costante, il centro gravitazionale attorno a cui tutto ruotava. Nel 1989 si trasferì in California e l’attività della band si fece più sporadica, senza mai interrompersi completamente: i Lyres continuarono a esibirsi in modo intermittente fino al 2026, con Jeff sempre alla guida, fino all’ultima data nel febbraio di quest’anno, pochi mesi prima della sua scomparsa.
Jeff è stato un essere umano pieno di contraddizioni: un uomo capace di grande dolcezza, ma anche un artista difficile, divorato dalla necessità di inseguire un suono preciso, senza compromessi. Nel farlo finì per bruciare rapporti, mettere alla prova la pazienza dei compagni e lasciare dietro di sé una lunga scia di formazioni cambiate. Ma quella stessa ostinazione era anche la sua forza. Conolly non ha mai avuto una hit radiofonica né un momento di consacrazione definitiva: la sua unica vera ambizione era restare fedele a un’idea di rock and roll che il mercato aveva archiviato già nel 1967. Più ancora che un musicista, fu il custode di una fiamma: per migliaia di appassionati e di giovani band garage dimostrò che quella musica non apparteneva al passato, ma poteva ancora vivere nel presente. Non ha mai smesso di inseguire quel suono.
In fondo questa è l’unica biografia che gli interessava scrivere: quella di un uomo capace di trasformare un’ossessione — per un disco, per un’annata, per un certo modo di far vibrare l’ascoltatore — in una carriera intera e in un pezzo di storia del rock americano. Oggi quel suono continua a vivere in centinaia di gruppi sparsi per il mondo. Ma senza Jeff “Monoman” Conolly il garage rock è diventato improvvisamente un po’ più silenzioso.




