MAE POWELL
Making Room for the Light
Colemine
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Una delle aggiunte più recenti al roster in continua crescita di Colemine/Karma Chief (tra le etichette più attive nella ricerca di nuovi talenti), ma che da un decennio pianta semi musicali incrociando Steve Okonski, leader dell’omonimo gruppo jazz e tastierista di Durand Jones & The Indications, passando per la scena indie di San Francisco in un momento creativo formidabile. Making Room For The Light si allontana dal concetto conformista ed egoista del marchio d’immagine, per potersi contornare da quell’interesse per la musica come forma di espressione e connessione. In un mondo oggi che propone ritmi assai veloci, ripide scalate all’inseguimento del successo, Mae Powell, ispirata e vulnerabile, aperta a quei sentimenti spesso rinnegati o condannati in questa società sempre più arida e rabbiosa, ci propone una pausa rilassata, sullo stimolo di una dolce estate pastorale, respirando un senso di riposo dentro a brani come Tangerine, la conturbante femminilità di Meet Me in Memory, vestita di quel folk da coffee house anni Sessanta, e le note ariose di Were Will Love Go?.
Fra il calore degli accordi, un suono che dal sogno lascia il passo all’alba del mattino, condivisa con amici e con amanti, il secondo disco di Mae Powell è un pensiero delicato, groovy e naturale, cantato da una voce mite con i suoi contorni languidi, che si lascia scivolare sulle onde mosse da chitarre vellutate ed esotiche tastiere. La sua voce morbida coccola le note e la sua provenienza jazz ne evidenzia le caratteristiche sottili (a chi scrive fa venire in mente Margo Timmons dei Cowboy Junkies), mentre i testi sono in grado di cantare l’amor proprio, accompagnato dalla sua convalida, che Mae ha saputo conquistare dentro ai suoi conflitti, raggiungendo una visione che riecheggia e trasmette sicurezza.
Una suite di undici brani che conquista animi sognanti: Where Will Love Go a rivisitare melodie di una colorita scena alla Greenwich Village, It Comes In Waves con le sue delicate combo acustiche, le armonie vocali e i tasti a mettere gli accenti, brani come Moonlit Power o Invisibily che ci avvolgono nelle loro soffici atmosfere e poi Linger, martellante nei suoi lividi pensieri, o Again, a chiudere, con il suo segnale ipnotico ispirato a una ninna nanna, che ricorda quei risvegli in piena notte dai quali cerchi di fuggire e il singolo di lancio, Rope You In, dal riflesso psichedelico: uno specchio d’acqua conca argentea di affetti e nostalgia, che cerca di trovare un equilibrio tra “quell’essere in un momento e le increspature di ciò che è accaduto prima”.
Un quotidiano desiderio di qualcosa di migliore, di cui ogni amore avrebbero la necessità: abbandonarsi al sogno di una quotidiana autenticità smarrita e riconquistare congiunzione col presente. Making Room For The Light è un salto nel tempo, venato di folk, Americana, in grado di sfiorare il pop della West Coast, mescolato al country, al jazz, in un disinvolto arazzo alla Laurel Canyon degli anni Settanta e la vena compositiva dell’artista accarezza quel gentile approccio alle tradizioni attraverso uno stile personale, dentro a un’opera melodica di quaranta minuti che disegna un processo di profonda consapevolezza e guarigione. Sognatrice, appassionata, Mae funamboleggia, si ferma, trova il perfetto equilibrio tra anima e ferite, cicatrici e intimità e cattura dolcemente chi l’ascolta dentro a vibrazioni condivise.


