Manu Chao live a Legnano (MI), 21/7/2026

Lino Brunetti
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Non poteva chiudersi in maniera più trionfale la 25ª edizione del Rugby Sound Festival di Legnano, kermesse organizzata da Rugby Parabiago e Shining Production (col patrocinio del Comune di Legnano e l’aiuto di diversi sponsor) che quest’anno, nelle sue undici serate (di cui cinque sold out) ha radunato la bellezza di oltre 67.000 persone, configurandosi come una delle edizioni di maggior successo. La formula consolidata è quella di un programma composto da nomi di richiamo (sia nazionali che internazionali), qualche serata organizzata come se si trattasse di party goliardici a tema e, in generale, grande varietà stilistica.

A chiudere il tutto, per un concerto sold out che ha radunato 8.000 persone (ma c’è chi ha scritto 6.000, chi 5.000, tanti comunque!), il grandissimo Manu Chao, con una data del suo spettacolo Ultra Acoustic. Ad attenderlo un pubblico veramente vario ed eterogeneo: tante le teste ingrigite, appartenenti a coloro che lo seguivano probabilmente già ai tempi gloriosi della Mano Negra, ma tantissimi giovani e giovanissimi che, all’epoca, manco erano un’idea nella testa dei loro genitori, a dimostrazione dell’eterno fascino che la sua musica ancora ha presso ampie frange di ascoltatori, nonostante negli anni questa abbia seguito modelli produttivi e di diffusione tutti suoi, al di fuori dei canali consolidati. Tolti i grandissimi successi pubblicati a cavallo fra gli anni Novanta e i primissimi Duemila (e il ritorno nel 2024 con l’ottimo Viva Tu), nel mezzo José Manuel Arturo Tomás Chao Ortega (questo il suo nome completo) ha pubblicato poco, preferendo (quando l’ha fatto) l’autoproduzione, ma soprattutto dando la priorità al suonare in giro, spessissimo in contesti tutt’altro che convenzionali, cosa di suo già un gesto politico.

I concerti denominati Ultra Acoustic, come il nome fa supporre, sono ovviamente caratterizzati da un sound acustico e minimale, in cui le canzoni vengono reinterpretate attraverso arrangiamenti ridotti all’osso. Almeno, questo in teoria. Passato il DJ set piacevolissimo (e perfetto come introduzione intenta a scaldare il pubblico) di Vito War, con giusto una decina di minuti di ritardo rispetto ai tempi annunciati, Manu e compagni salgono sul palco. Con lui (a voce e chitarra) ci sono Mati Gilberto alla chitarra e Miguel Rumbao Serrano alle percussioni, ai quali si aggiungono quasi subito gli italiani Gabriele Blandini e Gianluca Ria, rispettivamente a tromba e trombone, vecchie conoscenze di Manu e musicisti attivi in varie formazioni d’area salentina.

Ora, pensi a un concerto acustico e t’immagini versioni intime, raccolte, incentrate completamente sull’essenza delle canzoni. Per Manu Chao non è affatto così, chiaramente. Le varie canzoni sono solo elementi che entrano, escono, si ripetono, si espandono a dismisura, si asciugano fino a diventare puri ritornelli ritornanti o pretesti per imbastire cori con tutto il pubblico da inserire in un mastodontico flusso sonoro, costruito su un eterno ritmo semi immutabile, sorretto dal battere sulle corde delle chitarre, dal rotolare delle percussioni, da una cassa battuta col piede a fare da pulsazione costante.

Manu (con la collaborazione attiva dei suoi musicisti) è il sacerdote di un ritmo pagano dove si balla e ci si diverte come matti. Nel contempo, però, si omaggia uno spirito libero come Maradona, ci si sente vicini ai popoli oppressi, si osteggia la guerra e il razzismo, si risponde al fascismo imperante nel più sano dei modi:  muovendo il culo. Le strofe dei vari pezzi s’inseriscono in questo rituale infinito, smettendo di essere vere canzoni per trasformarsi in qualcosa di più grande della somma delle parti. Manu costantemente carica il pubblico, chiamato a partecipare con urla, gesti e danze a quella che è una celebrazione libertaria e liberatoria. A fare da contrappunto all’intera serata il tema di Pinocchio (Viaggio in groppa al tonno) scritto da Fiorenzo Carpi per il film di Comencini, da sempre usato dal musicista franco-spagnolo per avversare il potere, in questa serata tornato così spesso da assumere a tratti contorni decisamente folli, fonte d’ilarità.

Show lunghissimo, oltre due ore e mezza, in cui hanno trovato posto anche le comparsate di un giovanissimo rapper italiano e di un toaster locale (forse conosciuti il pomeriggio stesso) e in cui, sia pur in un contesto nulla affatto classico e convenzionale (come dicevamo), una buona parte dei pezzi più famosi del suo repertorio hanno trovato posto, da una La vida tómbola infinita, passando per Malegría, Por el suelo, Bongo Bong, Je ne t’aime plus, Por la carretera, fino a versioni quasi tradizionali (nei lunghissimi bis) di Clandestino, Desaparecido, Bienvenida a Tijuana, Lagrimas de oro e Me gustas tú.

Inarrestabile Manu Chao, un concentrato d’energia vitale pazzesca, sempre pronto a farne una mas. Di fatto sembrava non volesse mai scendere dal palco, tanto che, pure dopo aver raggiunto l’orario del «coprifuoco» di Mezzanotte, dalle casse, per un po’, il famigerato tema di Pinocchio ha continuato a suonare, coi musicisti ancora lì a incitare il pubblico. Chi si aspettava un concerto classico sarà rimasto quantomeno spiazzato, forse persino deluso. Ma quello che è andato in scena in questa serata è stato qualcosa per molti versi «di più», una cosa che faticheremo a dimenticare.

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