Margaret Glaspy, The Golden Heart Protector

Marco Restelli
3 minuti di lettura
Foto © Ebru Yildiz

MARGARET GLASPY
The Golden Heart Protector
ATO
***1/2

Con The Golden Heart Protector, Margaret Glaspy firma un’opera che si colloca fuori dal tempo: 7 cover asciutte, intime e cariche di rispetto verso i brani originali, ma filtrate attraverso la sua voce e il suo tocco inconfondibile.

Dopo la forza abrasiva di Echo The Diamond (2023) e la delicatezza di The Sun Doesn’t Think (2024), la cantautrice californiana sceglie ancora la via della sottrazione, rinunciando a batteria e arrangiamenti complessi per affidarsi quasi esclusivamente a chitarra acustica, voce, qualche nota di piano o organo e un manipolo di ospiti scelti.

Il disco, nato quasi per caso in un weekend nello studio di Ryan Lerman a Los Angeles, è frutto di incontri fortuiti: James Bay che passa di lì da Londra, Madison Cunningham con un giorno libero, il violinista Andrew Bird, Norah Jones al piano, il chitarrista Julian Lage, fino ad Alam Khan al sarod. Tutti contribuiscono in punta di piedi, arricchendo i brani senza mai sovrastare la sensibilità della protagonista.

Le scelte di repertorio spaziano dai Wilco a Lucinda Williams, da Jackson Browne fino a Rufus Wainwright, del quale ripesca la perla semi sconosciuta Sometimes You Need. Ogni canzone diventa un piccolo laboratorio di reinvenzione: per esempio Jesus, Etc. in duetto con Norah Jones, tratta dal mitico Yankee Hotel Foxtrot e in grado di impressionare lo stesso Jeff Tweedy, il quale ha dichiarato candidamente: «Mi ha fatto piangere, è tutto ciò che ho sempre desiderato».

The Book Of Love di Peter Gabriel trova nuova vita grazie anche alla voce di Madison Cunningham, che ben si sposa a quella della protagonista. Fruits Of My Labor (Lucinda Williams) è impreziosita dalla chitarra bluesy di Lage. A chiudere, un’intensa versione di These Days (Jackson Browne) cantata insieme a James Bay.

Se Echo The Diamond mostrava la Glaspy più diretta e spigolosa, The Golden Heart Protector rivela la sua anima più raccolta: un atto d’amore verso la scrittura altrui, capace però di suonare autenticamente suo. È un invito ad ascoltare con lentezza, a riconoscere la bellezza di canzoni amate e a lasciarsi sorprendere dalla loro luce riflessa attraverso una fra le voci più originali della scena indipendente americana.

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