A un certo punto, lungo l’autostrada che da casa (ma dovrei dire dal lavoro) mi porta all’Arci Bellezza di Milano, dal cielo viene giù talmente tanta acqua che mi fa mettere in dubbio il senso di essermi messo in strada, anziché aver optato per divano e copertina. C’è il classico «tempo da lupi», in un maggio piovoso, come spesso è da queste parti, ma che quest’anno è soprattutto insolitamente freddo. La passione per la musica la vince sempre però e stasera, nel suddetto club milanese, suona l’irlandese Maria Somerville, della quale avevo particolarmente apprezzato l’ultimo Luster (4AD), uscito l’anno scorso quale seguito di un esordio self released di ben sei anni prima.
Nonostante il tempaccio di cui sopra, alla fine la partecipazione di pubblico appare buona, con qualcuno che s’è pure sobbarcato un viaggio per esserci (m’è capitato di scambiare due chiacchiere con un ragazzo che arrivava da Venezia). La musicista ha alle spalle un bel numero di date, alcune pure in apertura dei My Bloody Valentine, cosa non da poco per una che fa una musica collocabile in area shoegaze.
Sul palco, con lei a voce e chitarra, ci sono un bassista e un batterista. Per tutta la durata dello show appariranno come delle pure silhouette, immerse in una nube di fumo, con una luce diffusa proveniente da dietro, che di fatto impedisce di vederne le fattezze. Una scelta visiva che perfettamente s’accorda con le canzoni brumose, sognanti, come immerse in un liquido lattiginoso che suonano.
Si precipita infatti nel territorio dell’indistinto, dove le melodie sono un sussurro intento a lottare per emergere dalle nebulose distorte che costituiscono l’essenza della parte musicale. In pezzi come Garden, Spring o la bella Shore, per dirne alcune, la batteria fornisce una solida cornice wave o dreampop, ma la maggior parte delle volte la sensazione è quella di trovarsi di fronte a una Julee Cruise ancora più eterea e brumosa, tendente a tratti verso astrazioni ambientali, che la dimensione live da un lato leggermente accentua, facendole risultare però più rumorose che su disco.
Un set non lunghissimo, attorno all’ora di durata, la lunghezza giusta per questo viaggio onirico e sottilmente conturbante, dall’indubbio fascino lynchiano, gradito sia dal pubblico che dal sottoscritto, che non si è affatto pentito di aver sfidato le intemperie.


