Lo ho visti tutti i concerti di Marta Del Grandi, in quel posto che lei stessa considera un po’ come «casa», l’Arci Bellezza di Milano. Ho così avuto modo di seguirne, parallelamente alla sua discografia, l’evoluzione artistica anche su palco, dal primo, timidissimo concerto, fatto ancora in epoca Covid, ai tempi di Until We Fossilize, passando per la consacrazione dei tempi di Selva, fino a queste prime battute del tour del recente, bellissimo Dream Life (uno dei dischi migliori del 2026, al momento).
La musicista trentottenne di Abbiategrasso («È inutile che vi dica quanti anni ho, tanto su Internet lo trovate dappertutto» ha scherzato a un certo punto) ha negli anni mantenuto quell’irresistibile mix di simpatia e informale naturalezza che da sempre la contraddistingue, non mancando però di portare avanti un discorso musicale che ha alle spalle anni di studi ed esperienze diverse, oggi messe al servizio di un idea personale e originale di (art) pop song. Da questo punto di vista, il nuovo album segna un ulteriore passetto in avanti rispetto allo già stupendo Selva, e questo proprio grazie a un equilibrio magico tra ricerca sonora e immediatezza e limpidezza delle melodie, tra l’altro tratteggiate con una voce subito riconoscibile.
Come tutte le volte che l’ho vista qui, ad aprire c’è un’altra cantautrice, in questo caso la bolognese Maju. Autrice di un breve ma stuzzicante album, uscito l’ottobre scorso per Dumba Dischi, Still Becoming, ma già a lavoro su nuovi brani, in parte presentati qui stasera, la giovane cantautrice ha dato prova di saper scrivere delle belle canzoni e di saperle interpretare con gusto, conquistando facilmente i favori del pubblico in sala. Datele un ascolto.
Nel frattempo, la sala del Bellezza va riempiendosi, per l’ennesimo sold out di questo club che proprio non ce la fa a sbagliare un colpo o a proporre un brutto concerto (è ovviamente un complimento, mica glielo auguriamo!). Marta si presenta sul palco vestita di una grossa giacca, che su di lei sembra un cappotto (se ne liberererà presto, sfoggiando un bel vestito lungo) e attacca con You Could Perhaps, lo stesso brano con cui inizia Dream Life. Con lei ci sono Vito Gatto a violino ed elettronica (c’era già anche nel precedente tour), il batterista Antonio Marmora e il chitarrista e bassista Michele Caiazzi («Avere un chitarrista così bravo nella band mi ha fatto notare che ogni tanto devo ricordarmi di accordare la chitarra» ha scherzato la cantautrice). La sequenza iniziale ricalca quella del nuovo album, con la bella pop song che lo titola, la più funkeggiante e ritmata Antarctica e la più sospesa e pulsante 20 Days of Summer.
Pure che sono le primissime date del tour, l’intesa fra i musicisti sembra perfetta, così come l’adattamento live di canzoni (immagino) non sempre così facili da riprodurre. Quando serve, Marta campiona e stratifica la sua voce con un looper e alcuni arrangiamenti vengono leggermente modificati non perdendo un’oncia del loro fascino. Del resto, la qualità di queste canzoni è tale che difficilmente le si potrebbe rovinare, come dimostrato non solo dai pezzi di Dream Life (alla fine suonato quasi per intero, con menzione particolare per la perfetta Shoe Shaped Cloud e per la “complicata” Neon Lights), ma anche dai numerosi estratti da Selva, disco che contiene pezzi che ormai possiamo considerare veri e propri classici, vedi l’accoppiata Mata Hari/Eye of the Day, Chameleon Eyes o la stupenda e sempre molto intensa Stay, suonata alla fine di quasi un’ora e mezza di concerto, subito dopo l’altrettanto bella Oh My Father.
Con Marta Del Grandi si va ormai sul sicuro: la sua è una delle voci più originali in circolazione, le canzoni sono tra le migliori in cui possiate imbattervi e lei ha in più una naturale simpatia, tale da rendere i suoi concerti un mix di emozione e divertimento davvero irresistibile.


