MARTINA LUPI
Dannate salvatrici
Filibusta
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L’anno scorso mi occupai di Contrast, ottimo album del gruppo Tupa Ruja, che in sardo che significa «rifugio rosso» o «tana rossa». E da lì caddi nell’errore di considerarli un prodotto del jazz dell’Isola Felice. Nulla di più errato: mea culpa, mea maxima culpa! Il nome è sardo, i componenti dell’area romana. Qualche domanda in più sulla presenza, in quel disco, di musicisti del giro della capitale, potevo farmela. Pazienza! Ora, a parte gli scherzi giocati dal climaterio, rimane il fatto che il gruppo guidato da Fabio Gagliardi (polistrumentista di grande sensibilità e talento) e Martina Lupi (cantante e autrice di molti meriti) è una tra le proposte più originali dello scenario musicale del nostro paese.
E, quindi, con estreme attenzione e gratitudine, accolgo l’uscita di Dannate salvatrici, primo album solista di Lupi. Da sempre sono attratto da tutto ciò che è ossimorico, ma qui il titolo mi ha colpito ancor più perché fa intravedere in controluce il versetto 21 del quinto capitolo della Seconda Lettera ai Corinzi: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio». Farsi ombra per far risaltare la luce. A solleticare le nostre orecchie e il nostro cuore sono dieci composizioni (in effetti sette!) che circumnavigano l’archetipico/fenomenologico femminile nella storia. Storia che è sempre iterazione di un presente dalla voce troppo flebile per giungere alle orecchie d’un futuro ormai vocato alla distrazione.
Tornando al disco, a rendere prezioso ogni brano, oltre all’intensa drammaticità vocale della Lupi, ci sono l’asciuttezza elegiaca di Alessandro Gwis al pianoforte e all’elettronica, l’arabescare nostalgico di Michele Gazich al violino e la sottile tessitura di Mattia Lotini alla chitarra e al basso elettrico. A partire già da Fiamma, qui in tre versioni: in italiano, in francese (Flamme) e in spagnolo (Flama). Stesso sfondo musicale — il pianoforte e il violino — ma tre interpretazioni differenti, dove ogni lingua infonde una sfumatura «altra» al medesimo mood. Nel narrare Giovanna d’Arco (e ogni rogo, più o meno ereticale, di donne), la voce di Martina ci immerge in quella «costruzione del silenzio attraverso la musica» che elude il contrario. Esaltando un’inedita cristologia al femminile che sgomenta per contrazione/dissolvenza e non per pervasività/presenza. Colpisce altresì che voce e piano siano titolari di un progetto intitolato Il suono della distanza. Perché questo avverte l’ascoltatore: l’equidistanza/coesistenza gestaltica dalle/delle polarità costitutive dell’umano. E di ciò si nutrono anche altri brani.
Come Fugadamé, danza circolare di appartenenze che svelano (in)dipendenze, o My perfect breath, poetica coscientizzazione dell’esistenziale corporeo; L’attesa di un giorno, pudica riflessione sull’eternità di taluni attimi, e il sofferto arazzo sonoro (ispirato da Caminante no Hay Camino del poeta spagnolo Antonio Machado) di Realtà non è. Caso a sé è la versione della Khorakhané di Fabrizio De André, dove un velo di canto diplofonico, un pianoforte supportivo e un violino fuggito da perduti shtetl ammantano di senso il canto della Lupi. Ma strepitose sono pure La distanza, che già avevamo gustato l’anno scorso nel disco dei Tupa Ruja, qui maggiormente intensa e struggente (Gwis è nato per sbalordire!), e Pasarero, interiore riverbero sull’impermanenza.
Un piccolo capolavoro di anfratti d’anima che il tempo riuscirà a rendere più grande.


