Massive Attack live a Helsinki, 27/5/2026

Roberto De Benedetto
6 minuti di lettura

Lo ammetto, non mi sarei spinto fin lassù, in Finlandia, solo per assistere a un concerto degli storici padrini del trip-hop. Una serie di circostanze fortuite e favorevoli, però, mi hanno permesso di assistere alla loro performance d’esordio di questo breve (allo stato) tour europeo, che oltre alla capitale finlandese tocca altri paesi nordici fino a spingersi, con date singole, giù in Germania, Belgio e Spagna.

La loro ultima uscita è un singolo, Boots on the Ground, che vede la partecipazione di Tom Waits per la parte vocale ed è rintracciabile via streaming sulle ben note piattaforme — tranne Spotify, esplicitamente bandita dal gruppo per ragioni di incompatibilità politica. Non sappiamo se Boots on the Ground farà da apripista per nuovo materiale; per certo il tour attuale non prevede l’esecuzione di brani inediti, ma una carrellata dei loro maggiori successi.

La Veikkaus Arena è un modernissimo, straordinario impianto per manifestazioni sportive (hockey e pallacanestro, soprattutto) e appunto concerti, fino a poco tempo fa di proprietà russa e conosciuto sotto altro nome, dirottato quindi in altre mani e sponsor dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Vladimir Putin. Per la serata dei Massive Attack, le parti agibili dell’impianto, incluso il parterre, sono stracolme, a rimarcare nuovamente le significative dimensioni del seguito di cui gode il combo di Bristol, come semprecapitanato da Robert “3D” Del Naja e Grant “Daddy D” Marshall. Parliamo di svariate migliaia di persone, alle più lontane delle quali un maxischermo posizionato giusto dietro il palco non dovrebbe togliere il gusto di un’immersione audiovisiva di grande impatto.

Prima che l’attesa ipnosi elettronico-tribale del gruppo abbia inizio, lo schermo si accende e comincia a snocciolare un’incredibile quantità di dati alfanumerici e infografiche digitali relative — siano esse di tipo bellico, ambientale, economico etc. — a quanto di peggio accade nel mondo. Da lì in poi, lo schermo non smetterà di bombardare lo spettatore con immagini e numeri che paiono arrivare direttamente dal precipizio su cui balla il mondo, e non raramente Del Naja si fermerà per commentare o lanciare slogan controcorrente riguardanti le atrocità in atto (soprattutto in Palestina, ma anche altrove). Spettacolo molto politicizzato, dunque, e questo si sapeva; i nuovi filmati, tuttavia, sono anche più provocatori e «spinti» di quelli proposti in passato, cosa che ha destato da subito parecchie discussioni sui social e molto disturbo negli ambienti politici toccati. dagli stessi stage visuals.

Il concerto dura circa 90 minuti senza nessuna concessione ai bis, e la carrellata di brani si dispiega in linea di massima tra parafrasi ormai ben note (a partire dall’iniziale In My Mind di Gigi D’Agostino) e brani originali della band, non pochi dei quali tratti dal loro album più celebre, l’osannato Mezzanine. Apro qui una parentesi sulla partecipazione del pubblico scandinavo, che a una prima riflessione post-concerto mi è parso particolarmente compassato: vedere il parterre stracolmo di gente e quasi agitarsi o concedersi un po’ di movimento, mi ha fatto un certo effetto. A posteriori, aldilà della natura più discreta, in termini culturali, dei popoli nordici (apparentemente smentita, però, dal profondo amore per il metal più estremo presente a queste latitudini), quello che forse ha mesmerizzato i presenti, al di là del suono, è stata proprio la commistione con immagini a dir poco inquietanti, penetranti, un chiaro invito a riflettere, e anche molto, su quanto accade, di terribile, intorno a noi.

Oltre al ben noto duo, sul palco abbiamo ritrovato molti collaboratori storici, che accompagnano da anni i loro live: tra essi, un posto d’onore spetta alla sempre bravissima Elisabeth Fraser, osannata al suo arrivo con Black Milk; a Deborah Miller, debordante in brani come Safe from Harm e nell’ormai storica Unfinished Sympathy (manco a dirlo, uno dei vertici del concerto); all’immancabile Horace Andy, che fa la sua parte nell’altrettanto conosciuta Angel. Tutti i brani presentati sono ben eseguiti, e vale la pena citare una mai eseguita prima Regret of the Times dei sudcoreani (oggi discolti) Seo Taiji and Boys, pionieri nell’introduzione del rap all’interno della musica popolare del loro paese, e ancora una riuscita ROckWrok (dagli Ultravox! di Ha! Ha! Ha!).

Tornando alla Fraser, dopo una purtroppo non convincentissima Song to the Siren (del brano di Tim Buckley, resta inarrivabile la versione da lei stessa eseguita, più di 40 anni fa, con i This Mortal Coil) a circa metà concerto, è lei a prendersi il gran finale con un’accoppiata micidiale formata da Group Four e Teardrop, gloriosa conclusione di una serata eccellente e, a suo modo, disturbante. Sull’orlo del baratro, d’altro canto, si balla scomodi.

Condividi questo articolo