Max Magro & The Wolfgang, Old Smuggler of Outlaw Blues

Claudio Giuliani
3 minuti di lettura

MAX MAGRO & THE WOLFGANG
Old Smuggler of Outlaw Blues
Devil’s Fork 
***1/2

Raccontare di Max Magro potrebbe essere complicato. Quando lo vedi ti appare un orso, un grizzly grande e grosso, con tanto di barba, in grado di incutere un certo timore. Poi, se lo conosci, ti ritrovi davanti a un cuore d’oro, tracimante una cordialità infinita. Lui è un riservato docente universitario nell’ambito della biomedica comparata; un matto che, in pieno inverno, si beve una cinquantina di chilometri per andare a farsi una nuotata (in quel di Sottomarina, frazione di Chioggia), perché in spiaggia non c’è nessuno e questo lo rilassa. Nutre, inoltre, uno sconfinato amore per le sonorità Americana arrotate di elettricità, ruggiti vocali e sberle ritmiche, parte di un viaggio alla riscoperta del selvatico blues tra gli anni Trenta e Cinquanta, tra il Mississippi e Chicago, da Howlin’ Wolf al Rev. Gary Davis e Muddy Waters, snodandosi fra Son House e R.L. Burnside, alla ricerca dell’atmosfera sulfurea dei juke joint e delle barrelhouse d’oltreoceano.

Non dobbiamo dimenticare che Max, con il suo socio Emanuele Marchiori, è anche uno dei protagonisti del progetto The Beards: dalla laguna veneziana sono volati fino a Woodstock, dove si sono contraddistinti come autori e interpreti di un originale, paludoso country’n’blues sudista ribattezzato spaghetti country. Con l’australiano Julien Poulson hanno inciso l’eccellente colonna sonora di Muskito, uno spaghetti western ambientato in Tasmania; con il mitico Aaron “Professor Louie” Hurwitz — produttore di The Band e Mercury Rev — hanno inciso Widmann’s Mansion. Hanno suonato con Levon Helm e lavorato con Jim Diamond (produttore dei White Stripes).

Ma torniamo a Max: preceduto dal valido Commit a Crime di qualche anno fa, Old Smuggler of Outlaw Blues è un omaggio all’essenza grintosa del blues, un ruvido viaggio attraverso le torbide, profonde acque del blues. Ricorrendo a un suono al tempo stesso catramoso e ancestrale, ogni traccia scodella una storia, uno spaccato di vita, con testi che mettono a nudo la condizione umana, melodie trasudanti emozioni e ritmi il cui pulsare essenziale è allineato, con crudezza e senza filtri, alle tribolazioni della vita.

Lo spirito dell’album è graffiante — granelli di sale strofinati sulle ferite dell’esistenza — eppure respira di un’energia inalterata e un animo irriducibile. Un’odissea emotiva con un vocione che raspa trucioli bluesy, una celebrazione senza remore del blues nella sua forma più pura a cominciare dalla sferzante See My Jumper Hanging on the Line e proseguendo con la spigolosa New Crawling King Snake, l’innervosita Going Down South, la fangosa Hard Times Killing Floor. Anche in laguna cresce il blues.

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