Melanie Baker, Somebody Help Me, I’m Being Spontaneous!

Lorenzo Costa
2 minuti di lettura
Foto © Melanie Baker Bandcamp

MELANIE BAKER
Somebody Help Me, I’m Being Spontaneous!
Tambourhinoceros
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Somebody Help Me, I’m Being Spontaneous! di Melanie Baker è un esordio diretto e sincero: non prova a nascondere le debolezze della musicista britannica, ma le trasforma in combustibile, energia sonica, tra ironia e confessioni a cuore aperto. Artista di Newcastle, Baker costruisce le sue canzoni partendo da un’urgenza emotiva che richiama l’alternative rock degli anni Novanta, in un sound comunque filtrato attraverso una sensibilità contemporanea e queer.

Chitarre fuzzy e batterie pulsanti si alternano a momenti più intimi e vulnerabili, creando un equilibrio instabile tra rabbia, tenerezza e autoironia. Il titolo del disco suggerisce già l’atmosfera dell’album: un mondo in cui l’assurdo convive con l’intimo e l’umorismo diventa un modo per affrontare ansie, relazioni e identità. Baker scrive come se stesse componendo piccole vignette emotive, dove la malinconia si mescola a immagini surreali, quasi tragicomiche e a una vulnerabilità sorprendentemente disarmante.

Dal punto di vista musicale il disco non vive di nostalgia, ma recupera (o almeno ci prova) l’attitudine di certo alt-rock dei Novanta per tentare di dare una nuova prospettiva. Lungi dall’essere tasselli di un capolavoro, e invero inficiate da diversi manierismi, le canzoni alternano esplosioni rumorose a momenti più delicati, mantenendo sempre una scrittura interessante. In questo senso, il merito va a Baker, che ricorre alle armi del sarcasmo e dell’autoironia per la stesura dei propri testi.

Anche dal vivo questa energia sembra trovare la sua forma più autentica. Affiancata dal batteristaAdam Robson e dal polistrumentista Jon Evans, Baker trasforma i suoi brani in momenti di condivisione collettiva, dove confessioni personali diventano cori da urlare insieme. Il disco abbraccia il caos dei sentimenti e lo trasforma in qualcosa di rumoroso, fragile e profondamente vivo. Un debutto che non cerca di essere perfetto, non avendo l’autrice minimamente l’intenzione di farlo (e nemmeno le capacità per mirare così in alto). Ma che, proprio per questo, funziona.

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