Mercanti di Liquore, Non Ci Troverete Mai

Claudio Giuliani
4 minuti di lettura

MERCANTI DI LIQUORE
Non Ci Troverete Mai
A1/IRD
***1/2

Il protagonista di questo lavoro è indubbiamente Lorenzo Monguzzi: nato in Brianza nel maggio 1967, a metà anni ‘90 dà vita alla formazione dei Mercanti Di Liquore, gruppo acustico in origine più che altro incline a officiare il mito di Fabrizio De André (ricordiamo Mai Paura del 1999), salvo poi approdare a un proprio repertorio con La Musica Dei Poveri (2002). Seguiranno altri lavori affiancati anche da un percorso parallelo, con significative collaborazioni ai lavori teatrali dell’attore Marco Paolini (da ricordare, tra gli altri, lo spettacolo Ballata Di Uomini E Cani, tratto da un racconto di Jack London). Sotto l’egida dei Mercanti usciranno, pur con qualche tribolamento di formazione (tra scissioni e ritorni in pista), dischi che riascoltati oggi non hanno perso l’efficacia comunicative: Che/Cosa/Te/Ne/Fai/Di/Un/Titolo (2005), la requisitoria di Sputi (con Paolini, 2004), il compenetrante Miserabili (2008) e la testimonianza di Live In Dada (2006).

Ritroviamo Lorenzo come autore e interprete, in una ricerca cantautorale finalizzata all’essenzialità compositiva, che porterà a Portavèrta, opera prima solista che testifica la sua necessità di fare i conti con i propri umori e la contraddittorietà di un vocabolario che configuri carattere (a volte anche spigoloso) e comunicativa. È una traiettoria che condurrà, nel dicembre 2020, alla pubblicazione del suo secondo disco da solista, Zyngher, tutto in dialetto brianzolo, con canzoni d’autore riscritte in dialetto monzese (tra cui la cover della Gypsy di Suzanne Vega, da cui prende il nome l’album), un lavoro di inusitata consistenza espressiva. E giusto pochi mesi fa, in compagnia di Charlie Cinelli, ha dato alle stampe l’ironico Farabutti.

Arriviamo all’attualità: Lorenzo resta una fra le voci più aguzze, ironiche e provocatorie della sua generazione, riacciuffa il logo dei Mercanti e con il supporto di Andrea Verga (chitarre, banjo, mandolino), Nadir Giori (basso), Elio Biffi (tastiere, fisarmonica) e Lorenzo Bonfanti (batteria), assembla una decina di buone canzoni, raccontando con una certa disillusione il mondo che ci circonda, con i suoi inciampi, gli spazi vuoti di un futuro fosco ed enigmatico, una dose di sano sarcasmo e non mandiamola a dire. Ma c’è posto anche per piccole fiammelle, moccoli di candele per giorni di nebbia.

Canzoni come antidoto per aprire uno spazio sdrammatizzante, si tiene duro e si va avanti. Brani come Coltivare L’Ortica o Nel Quartiere si riflettono nel puro espressionismo, come un film neorealista con i suoi esterni che giocano con i chiaroscuri e la fecondità degli interni; il minimalismo di Questa Chitarra richiama un po’ Piero Ciampi, allo stesso tempo Prigioniero Poetico ha il sentore sfumato di un Claudio Lolli; Balordi, La Tortora, Il Topo e l’invettiva inquisitoria di Gli Amici Dell’Odio disegnano caustici profili di periferia, di quella provincia che si lascia vivere e si autoassolve. Ecco! Sono tracce che sollecitano a reagire, a sbrindellare le ragnatele e scrutare senza sipari gli angoli dissimulati del nostro quotidiano.

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