Michael Hampton, King Kong

Marco Restelli
3 minuti di lettura

MICHAEL HAMPTON
King Kong
SMN / So, Let’s Talk LTD.
***

Cinquant’anni dopo essere stato scoperto da George Clinton e chiamato, appena diciassettenne, a entrare nella grande famiglia dei Parliament-Funkadelic, Michael Hampton continua a sorprendere. Entrato nella leggenda del P-Funk e chiamato a raccogliere una delle eredità più pesanti della musica afroamericana, quella di Eddie Hazel, il chitarrista americano dimostra di avere ancora voglia di esplorare territori nuovi anziché vivere di rendita.

King Kong, secondo capitolo di una serie di quattro mini-album destinata a culminare in un lavoro completo, nasce dalla collaborazione con il produttore Joe “The Butcher” Nicolo — nove Grammy in carriera e curriculum che spazia da Bob Dylan ai Fugees — e con Philip Samuel Smith, coautore del progetto. L’idea è tanto semplice quanto originale: rileggere il mito di King Kong come una moderna funk-opera, nella quale la narrazione procede attraverso episodi strumentali intervallati da brevi dialoghi recitati.

La genesi del disco è curiosa. Molte delle parti di chitarra furono registrate da Hampton durante il tour di Into the Public Domain in contesti diversi dell’area di Los Angeles, e solo successivamente trasformate, insieme a Nicolo e agli altri musicisti coinvolti, in composizioni complete. Un procedimento insolito che contribuisce a conferire all’album un carattere libero e quasi cinematografico: l’impianto narrativo, infatti, privilegia il racconto rispetto alla forma-canzone tradizionale.

Undici brani musicali e quattro sketch spoken accompagnano l’ascoltatore dall’approdo a Skull Island fino al celebre epilogo di Beauty Killed the Beast, con Ann Darrow che diventa interlocutrice del gigantesco primate. Il risultato è una sorta di colonna sonora immaginaria nella quale funk, rock, suggestioni world, jazz e persino qualche venatura western convivono senza forzature. Naturalmente il filo conduttore resta la chitarra di Hampton e il suo fraseggio conserva quel mix di groove, blues e psichedelia che lo ha reso una figura imprescindibile della famiglia P-Funk.

Anziché esibire tecnica, Hampton costruisce atmosfere, lasciando che ogni intervento contribuisca allo sviluppo della storia. Non tutto punta sull’impatto immediato: King Kong chiede di essere seguito dall’inizio alla fine, come un piccolo film sonoro. Ed è proprio nella coerenza del progetto che il disco trova la sua forza maggiore.

Lontano dalle convenzioni del concept album classico, Hampton realizza un lavoro agile, personale e sorprendentemente fresco, confermando come il suo talento non appartenga soltanto alla storia del funk, ma abbia ancora molto da dire al presente.

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