MILES DAVIS
Miles ’56: The Prestige Recordings
3CD, Craft
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Alcuni dei capolavori (quello sono e restano!) incisi per Prestige dal Miles Davis Quintet degli anni Cinquanta — quello con Davis alla tromba, John Coltrane al sax tenore, Red Garland al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e “Philly” Joe Jones alla batteria — hanno una caratteristica: furono registrati in due sessioni, l’11 maggio e il 26 ottobre del 1956. Parliamo di Cookin’(1957), Relaxin’(1958), Workin’ (1960) e Steamin’(1961), tutti pubblicati dopo il suo passaggio alla più remunerativa Columbia e tutti seguiti dalla locuzione with The Miles Davis Quintet.
Per i cent’anni del genio di Dalton (IL), dopo il ghiotto boxdell’anno scorso (Miles ‘55), arriva adesso l’altrettanto ricco Miles ’56 (disponibile anche in quadruplo vinile), forte dall’ottima rimasterizzazione eseguita dal grande ingegnere del suono Paul Blakemore. I brani contenuti sono 29: i cinque di Cookin’ (nell’originale erano quattro, ma l’ultima Tune Up / When Lights Are Low è stata qui divisa in due pezzi separati), i sei di Relaxin’, gli otto di Workin’, i sei di Steamin’ e la ‘Round Midnight del 26 ottobre del 1956 che finirà su Miles Davis and the Modern Jazz Giants (1959). Per favore, non confondetela con la versione Columbia del 10 settembre ’56: quella si chiama ‘Round About Midnight. In più, ci sono tre brani apparsi in Collector’s Item (1956) e registrati il 16 marzo, con Sonny Rollins al sax tenore, Tommy Flanagan al piano, il fedele Chambers al contrabbasso e Art Taylor alla batteria. Inoltre, questa collezione è corredata da un nuovo saggio del noto storico del jazz Ashley Kahn e da altre, preziose note del compianto critico Dan Morgenstern.
I brani sono tutti «da sturbo» (come si dice a Roma)! A partire dai tre con Rollins, Flanagan e Taylor, ossia In Your Own Sweet Way, No Line e Vierd Blues (che poi diverrà Trane’s Blues): incisività, souplesse, grazia, dinamiche e quella caratteristica, tutta davisiana, di creare contrasti per rendere la musica sempre viva e interessante. Come quello di mettersi accanto un altro horn player antipodico al suo stile. Quanto Miles è meditativo, oscuro e lunare, tanto Rollins è scoppiettante, affermativo e iridescente. A mediare, c’è l’eleganza sapiente di Flanagan.
Ma anche nel First Great Quintet i chiaroscuri sono di medesima natura. Coltrane arabescava con impeto laddove Davis sottraeva con misura. E anche lì, un pianista come Garland offriva nerbo e finezza con l’ausilio di due assi come Chambers e Jones. Ascoltate loro tre da soli, in Ahmad’s Blues, per capire appieno il loro portato di classe.
Workin’ e Steamin’ sono per me album del cuore. Quindi vi inviterò a soffermarvi su altri brani, come la rollinsiana Airegin, con un ‘Trane inarginabile; Blues By Five, dove Garland e Chambers danno lezioni di grazia terragna; If I Were a Bell, dove lo stile di Miles ammicca e seduce come non mai; la Woody’n You di Dizzy Gillespie, dal piglio hard bop. Il resto scopritelo voi.
Da avere!


