Molly Tuttle, Little Miss Sunshine

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MOLLY TUTTLE
So Long Little Miss Sunshine
Nonesuch
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Un primo campanello d’allarme è l’assenza dell’intestazione & Golden Highway sulla copertina del disco (circolata in anteprima). Poi, a metà maggio, c’era stato l’annuncio di Molly Tuttle: col nuovo disco, la sua proposta sarebbe stata diversa. Alcuni componenti della band a cui s’è accompagnata negli ultimi tre anni (e con cui si era approvvigionata di premi per i due dischi e mezzo usciti in quel periodo) avevano espresso l’intenzione di intraprendere carriere soliste e l’artista californiana aveva cominciato a lavorare al nuovo LP, già nello scorso autunno, affidandosi a Jay Joyce, produttore mainstream molto lontano dalla visione del predecessore Jerry Douglas.

Il disco, beninteso, non è brutto, ma manca il guizzo da amore al primo ascolto. So Long Little Miss Sunshine è bello ma qualunque, molto convenzionale, anche se fortunatamente il team compositivo è sempre formato dalla Tuttle e dal compagno Ketch Secor, che qui si occupa di molti cordofoni mentre Molly, oltre a dimostrarsi abile cantante anche al cospetto di un repertorio più pop, è onnipresente con la sua chitarra acustica, snocciolando assoli brillanti benché un po’ futili rispetto ai break da brividi ai quali ci aveva abituato e che ben sappiamo. Incide anche il fatto di ricorrere a turnisti bravissimi eppure un filo algidi, come il prezzemolo Jay Bellerose, batterista di fin troppi dischi, e il bassista Byron House.

La prima Everything Burns inizia male un disco che poi riprende quota senza mai volare: la chitarra acustica sfoggia note velocissime, come se volesse emulare Yngwie Malmsteen o Eddie Van Halen muovendosi su una batteria incalzante, quasi da discoteca. Per fortuna il violino di Secor, nella parte centrale, migliora leggermente le cose. Piacevole la seguente The Highway Knows, con il cantato pop contrapposto a un giro di chitarra e organo che sembra citare i Grateful Dead di Scarlet Begonias, sicuramente uno dei momenti migliori del disco.

Pessima batteria e pianoforte suonato da Joyce per la lenta Golden State Of Mind, poi tocca all’ottima e meno risaputa Rosalee, il cui fresco cavalcare ci restituisce la Molly delle origini. I Love It è una canzoncina interlocutoria, cover di un brano della band svedese Icona Pop (!); That’s Gonna Leave A Mark, singolo apripista, ha i pregi delle composizioni migliori del disco ma anche i difetti — la batteria — di quelli brutti, sebbene rispetto al brano iniziale mantenga una felice orecchiabilità.

A questo punto, è evidente quale sia la non-direzione dell’album: un paio di brani riusciti, un paio interlocutori, e via dicendo. Easy (in particolare) e Summer of Love se la cavano, Old Me (New Wig) spreca un bel solo di chitarra su una brutta canzone in cui infuria anche il violino di Secor, Oasis è piacevole ma funestata dal finale di batteria e percussioni che si aggancia a No Regrets, cantata bene, provvista di un bel mandolino in sottofondo ancorché incapace di impressionare.

Story of My So-Called Life è una composizione in cui sono privilegiate le atmosfere acustiche: Molly e Ketch sono dei professionisti, e qui si sente. Peccato non basti a risollevare il disco di una musicista da cui era lecito attendersi di più.

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