Sono sempre attento, negli artisti, alle «note» di spiritualità e ricerca interiore, e quando queste uniscono canto e testi, cerco di approfondire il discorso. È quanto accaduto in concomitanza all’ascolto del primo disco solista di Mila Trani, intitolato Menta Selvatica (Segell Microscopi). La recensione uscirà nella mia rubrica Italians Do It Better, sul Buscadero in edicola a ottobre. Nel frattempo, ho colto l’occasione e il piacere di intervistare questa vera e propria poetessa della voce.

Puoi farmi un sunto del tuo percorso artistico e culturale?
Mi sono laureata in canto jazz alla Scuola Civica di Milano, in pittura a Brera, e ho conseguito un master in vocologia artistica. Mi sono sempre interessata all’utilizzo della voce nelle tradizioni musicali che hanno stimolato la mia curiosità, per esempi quelle del Salento, dove un dialetto locale — il griko della provincia di Lecce — deriva addirittura dal linguaggio ellenico. Da qui sono passata a studiare il canto greco e turco, poi ho ampliato ulteriormente il mio percorso studiando la musica indiana. Più precisamente il Dhrupad, la più antica forma sopravvissuta di musica classica vocale dell’India settentrionale. Che è pure una forma di yoga.
Per quanto riguarda le tue esperienze musicali, come si sono sviluppate?
Il mio percorso è iniziato come cantante jazz, con alcuni dei grandi del jazz classico milanese come Paolo Tomelleri e Franco Cerri, con cui ho collaborato nel 2009. Dopo mi sono concentrata su progetti più personali, affiancandomi alla vocal-trainer Serena Ferrara o facendo ingresso, dal 2017 al 2022, nel sestetto vocale femminile delle Elephant Claps, con cui ho inciso due dischi e ottenuto successi in Europa del Nord, vincendo anche qualche premio. Poi mi sono trasferita a Barcellona, dove tuttora risiedo [incide infatti per un’etichetta spagnola, ndr] e ho trovato i musicisti perfetti per accompagnare la mia ricerca. Lì ho costituito la Malanga Voice Orchestra, un gruppo o, meglio, una comunità femminile con una ventina di donne che si incoraggiano reciprocamente, e alle voci ho aggiunto anche gli strumenti. Con loro, mi sono esibita molto spesso anche in Italia.
Ho ascoltato attentamente il tuo Menta Selvatica e mi è sembrato l’esito di una crescita personale pantografata da sonorità multietniche. Jazz, ritmi sudamericani, fado portoghese…
Sì, il disco è una sorta di concept dove esprimo i sentimenti, sia quelli personali sia, più in generale, quelli comuni a buona parte del mondo femminile. I sentimenti intimi e profondi che generano e muovono i destini umani, la cui colonna sonora non può non essere, ovviamente, che multiforme.
Questi sentimenti li esprimi nelle tue canzoni, come Avorio o Senza Sfiorire.
Sì, la prima è una profonda canzone d’amore che cerca di aprire un varco, oltre il visibile, nell’animo umano. In Senza Sfiorire metto in rilievo l’importanza della «parola» che, come la gestualità, può ferire gli altri individui. Vedi, a volte non siamo ancora pronti ad ascoltare certe parole, occorre tempo per comprendere. Infatti, in molti brani ci sono delle parti esclusivamente vocali in cui sovrappongo la mia voce per creare degli effetti tali da esprimere l’interiorità e i pensieri pur senza utilizzare le parole. Senza Sfiorire cerca di fare questo avvalendosi dello stile del fado.
Questa musica di origine portoghese trasmette inevitabilmente un forte senso di tristezza.
Vero, ma se vogliamo, anziché di tristezza parlerei di malinconia, stato d’animo che evoco anche, direttamente, in Sorella Malinconia, anch’essa intrisa di fado. Qui, come hai rilevato anche tu, do voce ai miei sentimenti poetici più leopardiani, mentre la musica, oltre che ispirarsi al fado, si ramifica lungo certe radici napoletane in parte ispirate a Roberto Murolo, autore da me molto amato.
Qual è la canzone che ritieni più rappresentativa del tuo stile?
Senz’altro Menta Selvatica,canzone solo apparentemente bucolica dove il testo fa riferimento ai significati nascosti e curativi delle piante. La menta selvatica era la pianta offerta alle tarantate, durante le cerimonie rituali del Salento, prima che questo fenomeno, così ben descritto dall’etnomusicologo Ernesto De Martino, diventasse uno show televisivo. Il brano è emblematico perché racchiude le mie influenze musicali e culturali, ma il disco nel suo complesso è stato per me una specie di processo iniziatico e catartico. Mi ha portato a una svolta. Anche la canzone Lontano, che dedico a mia madre in quanto a insegnarmi a cantare è stata lei, è altrettanto significativa: contiene un inno alla voce che permette alla mia poesia di esprimersi pienamente.
Porterai in tour il disco?
Sì, nel formato del quartetto. Con me ci saranno Bartolomeo Barenghi (chitarra), Sandrine Robillard (violoncello) e Martí Hosta (percussioni). Saremo il 18 settembre al Bravo Caffè di Bologna, il 19 al Circolo Mossetto di Torino e il 21 al Blue Note di Milano. Nel repertorio, in aggiunta ai brani di Menta Selvatica, inseriremo anche musiche catalane e brasiliane. E ci piacerebbe concludere le scalette dei concerti con la Ninna Nanna di Renato Rascel.



