La possibile cancellazione dei concerti di Morrissey in Italia, tra amici, stava diventando base per battute scaramantiche, col neppure troppo velato timore che la cosa potesse effettivamente verificarsi. Del resto, l’ex Smiths stava dando notizie di sé più per gli show cancellati per motivi apparentemente pretestuosi – due a Stoccolma a fine giugno, ben cinque consecutivi a luglio (Belgrado, Bucarest, Istanbul, Atene e Šibenik) – che per quelli effettivamente realizzati. E invece, alla fine, per fortuna il concerto c’è stato, anche se fino all’ultimo la paura che qualche possibile intoppo potesse mandare all’aria tutto c’era, quasi quasi persino dopo che, nel pomeriggio, sul suo profilo Instagram erano state pubblicate delle foto dell’Anfiteatro del Vittoriale.
Nella programmazione, quest’anno veramente ricca e di pregio, della rassegna Tener-a-mente, il concerto di Morrissey aveva chiaramente un posto d’onore, per via della caratura del personaggio (probabilmente odiato o amato senza mezze misure con pari intensità, in Italia ha però sempre avuto un consistente zoccolo duro di fan) e per un’assenza dai nostri palchi durata ben nove anni. Ovvio che il concerto sia andato sold out in un battibaleno.

Che la serata sia particolarmente attesa e speciale, lo s’intuisce dalla coda già formata ai cancelli d’ingresso quando ancora mancano due ore all’inizio. Più tardi, mentre il pubblico prende posto, com’è ormai consuetudine per i suoi show, sullo schermo vengono proiettate immagini di film e di personaggi che vanno a caratterizzare il personale pantheon d’influenze e riferimenti culturali, al pari delle canzoni da lui stesso scelte a formare una playlist d’autore (potete farvi un’idea visionando questa pagina). Nonostante ci siano i posti a sedere sia in platea che sulle gradinate, un drappello di fan è asserragliato fin da subito alla transenna e, visto che la security non ci proverà neppure a farli sedere, in platea il concerto lo si vedrà di fatto in piedi (poco male per il sottoscritto, ma ovviamente la cosa qualche malumore per chi aveva comprato i posti nelle prime file l’ha causata).
Con leggerissimo ritardo sui tempi previsti, poco dopo le 21, Moz sale sul palco con in mano un mazzo di fiori, che poi elergirà al pubblico. Il primo pezzo in scaletta è già una canzone degli Smiths, Shoplifters Of The World Unite, seguita da You’re The One For Me, Fatty e poi da un altro brano risalente ai tempi in cui faceva comunella con Johnny Marr, la splendida How Soon Is Now?.
Il suono è saturo, potente, molto rock, garantito da una band che allinea le chitarre (spesso distorte) di Jesse Tobias e dalla italiana da parte di madre Carmen Vandenberg, il basso di Juan Galeano Toro, le tastiere di Camilla Grey e la batteria di Matt Walker. Assieme creano un vero e proprio wall of sound che di rado s’attenua in intensità, con contenute ma significative parti soliste, trame perfette per permettere a Moz di dispiegare le sue melodie e la sua voce ancora calda ed espressiva come ai bei tempi.

Del resto, l’impressione che dà è di essere in piena forma, di ottimo umore, tanto da permettersi anche più di un scambio di battute col pubblico. Insomma, dà segni di essere ben contento di trovarsi sul palco, attorniato da così tanto affetto e in un luogo contrassegnato indubbiamente da grande fascino.
La setlist si bea di un variegato mix di cose più conosciute – a partire da altri due gioiellini d’era Smiths quali I Know It’s Over e Please, Please, Please Let Me Get What I Want, passando per pezzi solisti conosciutissimi come Suedehead ed Everyday Is Like Sunday – e altre assai meno – compresi brani che ancora non hanno visto una loro pubblicazione ufficiale tipo Sure Enough The Telephone Rings – con momenti particolarmente esaltanti, per chi scrive, in un’intensissima Life Is A Pigsty, in una sbarazzina e countryeggiante The Loop o in una lancinante Jack The Ripper.
Nel bis, a chiudere un’ora e mezza di spettacolo davvero eccellente, superiore alle mie aspettative, arriva un altro brano degli Smiths, Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me, ma poi succede qualcosa di poco chiaro sul palco, qualcosa che evidentemente lo infastidisce e lo porta, un po’ bruscamente, non solo a lasciare alla band il compito di portare a termine il brano da soli, ma pure a non suonare la Irish Blood, English Heart prevista dalla scaletta. Vai a capire cosa sia successo. Per fortuna, comunque, nulla che abbia compromesso una serata da ricordare.


