MOSS HENRY
Gone Away
Good Duck
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Gone Away, «andato via», non è solo il titolo dell’album di cui sto per occuparmi, ma può benissimo essere l’estrema sintesi della vita del suo autore. Moss Henry, infatti, è nato e cresciuto a Knoxville, Tennessee, ma da qualche anno si è spostato nella piccola isola di St. John, nelle Isole Vergini, un paradiso in terra dove il nostro vive e lavora tra la terraferma e la sua barca. La musica, per lui, è una specie di hobby, un passatempo che però prende molto sul serio: Moss ha infatti aperto un piccolo studio di registrazione – i Good Duck Studios – e ha deciso di incidere con l’aiuto di una band di amici il suo esordio, appunto Gone Away.
Novello Jimmy Buffett, più per l’attitudine che per la musica proposta, Henry parte da un background country al quale unisce un’anima decisamente rock, con brani più rassicuranti di matrice agreste e altri che presentano sonorità molto più elettriche, e da rocker è pure la voce di carta vetrata, per certi versi simile a quella di Ryan Bingham.
Prendete per esempio l’uno-due iniziale: se Damn Good è una squisita ballata country dal passo lento e un motivo classicamente Settanta impreziosito da un’ottima steel, Let It Rain ha un approccio parecchio più rock, con chitarre elettriche dal sapore quasi psichedelico come se stessimo ascoltando un’outtake di un’oscura band di fine Sessanta. Il disco prova a tornare nei binari di un rassicurante country-folk con la distesa e spigliata title-track, ma subito dopo si torna a mettere in primo piano le chitarre nel mid-tempo di Already Gone, rock ballad solida come una roccia dal vago profumo sudista.
L’alternanza fra le due anime del nostro prosegue con la bucolica e crepuscolare Thankful, ancora ambientata idealmente diverse decadi fa, e la dura e potente Street Signs, rock con svisate di chitarra che di campagnolo hanno ben poco ma sembrano piuttosto il frutto di una session in mezzo al deserto del Mojave, sotto l’effetto del peyote. La languida Broke Down In Brunswick offre una gradita oasi sonora, per poi ripartire subito con una sorta di bluegrass elettrico dal ritmo pimpante (Don’t Tie Me Down, una delle più dirette del disco); chiusura con Here And Gone, ballata dal sapore pop-folk e arrangiamento delicato, e con il funk-rock bluesato e annerito di 110 Things, non il brano migliore della raccolta ma con una performance chitarristica degna di nota.


