Murder Capital live a Milano, 5/5/2025

Lino Brunetti
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Foto © Rodolfo Sassano

È vero che essere severi è meglio che essere di manica larga, ma forse, recensendo l’ultimo disco degli irlandesi Murder Capital, ho calcato fin troppo la mano su quelli che ritenevo essere gli aspetti negativi, rispetto a quelli positivi, dando l’impressione di averli in qualche modo stroncati. Blindness, che è il terzo album per la band di Dublino, è un disco in realtà godibilissimo, che preso per sé stesso, garantisce un ascolto decisamente piacevole. È vero che James McGovern e compagni, come scrivevo in fase di recensione, non hanno, secondo me, trovato ancora la quadra di un percorso che possa dirsi in tutto e per tutto personale (in questo, tra l’altro, fregati inesorabilmente dal travolgente successo dei Fontaines D.C., esordienti dopo di loro, ma molto più bravi a raccogliere successo e a intestarsi la paternità di uno stile, alla fine tutt’altro che nuovo, ma rivenduto come tale), ma ciò non toglie che siano comunque un’ottima band, soprattutto dal vivo.

Che giochino in un campionato diverso, rispetto al gruppo di Grian Chatten, lo dice un Alcatraz in versione dimezzata e neppure sold out (anche se l’affluenza è di certo più che buona), laddove quelli avevano riempito fino a scoppiare il locale nella sua modalità espansa e hanno già messo a segno un rilevante tutto esaurito al Carroponte per la loro data di giugno. Non che questo sia necessariamente un problema, anche perché, come si diceva, i Murder Capital sono davvero una notevole live band, per quello che è la mia esperienza personale, superiore in questo campo ai più titolati colleghi.

Ad aprire la serata ci sono gli Hex Girlfriend, il duo formato dal figlio di Thom Yorke, Noah Yorke, e da James Knott. Autori di una manciata di singoli e di un EP, armati di basso (Knott), batteria (Yorke) e un bel po’ d’elettronica, hanno dato vita a un’esplosiva miscela di post punk, techno e finanche drum&bass scoppiettante e super dinamica, lontanissima musicalmente da quanto fatto nei suoi vari progetti dall’illustre genitore (ed è giusto che sia così). Tengono il palco ottimamente e sanno come portate a termine mezz’ora di show pungente, affilata e divertente. Non ho avuto modo di testare come suonino su disco, ma dal vivo funzionano alla grande.

Subito dopo, i Murder Capital partono subito all’arrembaggio con la doppietta The Fall e More Is Less, mettendo in mostra una certa continuità tra l’ultimo repertorio, del quale fa parte la prima, e quello proveniente dall’esordio, chiaramente la seconda. Al posto del solito completo elegante dei vecchi concerti, McGovern si presenta con un outfit piuttosto bizzarro, oltre che con un’acconciatura a chiazze abbastanza inguardabile. A una maggiore estroversione in questo senso, però, non è corrisposta una tendenza analoga per ciò che concerne la performance, più trattenuta stavolta, laddove in passato al terzo pezzo era già in mezzo al pubblico, con tanto di stage diving suicida.

Detto ciò, il resto della formazione si conferma comunque abbastanza duttile da risultare potentissima e tagliente quando è il caso di colpire – Death Of A Giant, Feeling Fades – ligia ai dettami di un sound gotico e oscuro – soprattutto in pezzi tratti da Gigi’s Recovery come The Stars Will Leave Their Stage e A Thousand Lives, ma anche in una ballata dark quale Love Of Country, preceduta dal grido free Palestine, slogan subito ripreso da buona parte del pubblico – ma anche di prendere più leggeri sentieri in pezzi come Swallow, That Feeling o Heart In A Hole.

Poco dopo lo scoccare dell’ora, scendono dal palco, per tornare con una Ethel come sempre notevolissima e con una Words Lost Meaning, ipotetico simbolo della potenziale, al momento per nulla completata, svolta pop, e in quanto tale cantata in coro da tutto il pubblico (che chissà? forse apprezzerebbe).

Al momento, l’unico vero appunto da muovergli è relativo alla durata del concerto: con tre dischi alle spalle, un’ora e un quarto di durata è a malapena il minimo sindacale.

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