Ned LeDoux, Safe Haven

Marco Verdi
4 minuti di lettura

NED LeDOUX
Safe Haven                                                                                                                                                                    Powder River
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La vita è stata tutt’altro che tenera con Ned LeDoux: dopo aver perso il padre — il grande Chris LeDoux — quando aveva soltanto 56 anni, è stato messo ancor più a dura prova dalla scomparsa della figlioletta Haven Jo, che di anni ne aveva appena due, per un banale quanto tragico incidente domestico. Una perdita devastante per Ned, che come spesso succede ha trovato rifugio nella musica: Safe Haven (dedicato fin dal titolo alla figlia) è il suo quarto album, naturale prosecuzione del discorso inaugurato nel 2017 con Sagebrush, e cioè quello di proporre ballate western sulla vita dei cowboy nello stile tipico di papà Chris, portandone avanti in un certo senso la carriera.

Una scelta ben precisa, dettata anche dal fatto di avere una voce praticamente identica al genitore, ma che forse, a lungo andare, può mostrare un po’ la corda. Ned va sul sicuro e, a cambiare genere, non ci prova neanche: la cosa può anche funzionare, per qualche disco, ma quando, come capita in Safe Haven (comunque è prodotto alla grande da Mac McAnally e suonato da nomi di prestigio quali Stuart Duncan, Glenn Worf, Greg Morrow e Mike Rojas) la qualità compositiva media si abbassa, il tutto suona un po’ risaputo per non dire prevedibile.

Accade nel solito duetto virtuale con Chris di One Hand In The Riggin’, buon country-rock con chitarre in primo piano e ritornello vincente, e nella consueta cover di un brano del noto capofamiglia, Workin Man’s Dollar, rock ballad quasi sudista nel suo incedere potente (anche se LeDoux Sr. ha scritto di meglio). Il resto si divide tra rockin’ country elettrici e talvolta un po’ tagliati con l’accetta (Boys Growing Up, molto radio friendly, e Long Ride, piuttosto banale, mentre molto bella è l’incalzante New Roads, dal riff contagioso, e niente male l’incrocio tra bluegrass e rockabilly di Traveling Man) e ballate di stampo western un po’ scolastiche anche se tutto sommato coinvolgenti come la toccante My Father’s Boots e la splendida Story Of The Hired Hand, di gran lunga la migliore del CD (con una bella fisarmonica dietro la voce).

Altre, invece, vedi Legend Born o la pianistica Real As I Believe (cantata con intensità ma abbastanza scontata), risultano già sentite mille volte. Massimo rispetto per le tragedie personali di Ned LeDoux, ma dal punto di vista musicale Safe Haven rappresenta un passo indietro se messo a confronto con quanto fatto in precedenza.

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