FINDING LUCINDA
Joel Fendelman
USA, 2023, 66’

«Il transito è una sequenza di movimento che produce trasformazioni del carattere e persino un’identità, nella misura in cui è scelto ed è scelto per se stesso, non per scopi o mete estrinseche» Questa riflessione, tratta da La mente del viaggiatore di Eric J. Leed — un caposaldo della saggistica sulla letteratura di viaggio — nasce dallo studio delle alterazioni dell’identità personale indotte dal viaggio, sia esso reale o metaforico. Un pensiero che sembra risuonare in controluce nel percorso narrato da Finding Lucinda. Uscito negli Stati Uniti il 9 settembre 2025, il film si presenta come una specie di ballata visiva, itinerario che prende le mosse dalla musica per parlare della vita fatta anche di fragilità, di scelte difficili e silenzi pesanti quanto le parole.
Lontano dalle forme tradizionali della biografia, Finding Lucinda si offre alla maniera di un pellegrinaggio tra le strade del Sud degli Stati Uniti, dove i ricordi diventano specchi, gli incontri si trasformano in orme da seguire e le paure continuano a bussare, ostinate, alla porta. È la storia di Lucinda Williams, ma soprattutto il racconto di un viaggio interiore, un cammino fatto di dubbi e di rivelazioni, in cerca di risposte che forse non arriveranno mai del tutto, ma trovano nella musica la forza di continuare.
La protagonista del film è Ismay, alter ego artistico di Avery Hellman, giovane cantautrice cresciuta in un ranch della California del Nord, distante dalle luci della ribalta ma immersa in quella dimensione rurale che tanto ha segnato anche l’immaginario della stessa Williams. Non a caso, il film si apre proprio nella fattoria di famiglia, fra pecore e cavalli, un paesaggio che diventa parte integrante della narrazione, specchio di un’identità destinata a nascere e riconoscersi in quei luoghi. Da lì prende corpo il desiderio di partire: un pick-up, un viaggio verso il cuore musicale d’America. Texas, Louisiana, Mississippi, Tennessee. Coordinate come stanze della memoria collettiva, culle di una musica che ha plasmato generazioni intere. In questo cammino, il nome di Lucinda Williams è un richiamo costante, una bussola che aiuta a resistere ai dubbi più profondi: «Ho paura di non essere abbastanza, di non avere ciò che serve per farcela», confessa Ismay in un momento di intimità davanti alla telecamera. È la frase che molti artisti, e forse molti di noi, hanno pensato almeno una volta nella vita.
Diretto da Joel Fendelman e prodotto da Liz McBee, il documentario si costruisce con delicatezza, senza mai scivolare nell’agiografia. Non è un monumento a Lucinda Williams, ma piuttosto un mosaico di voci, testimonianze, immagini d’archivio e musiche che restituiscono il senso di una ricerca personale. Ismay non vuole «diventare» Lucinda: vuole capire come sia possibile, nel caos e nella fragilità, tracciare una strada autentica. È questo il binomio che regge tutta la narrazione: da un lato la leggenda, dall’altro la giovane che ancora non sa se avrà la forza di scrivere il suo capitolo. Il film trova il suo respiro nelle interviste, momenti di rivelazione che, pezzo dopo pezzo, delineano il percorso dell’artista e nel frattempo guidano Avery lungo il cammino della propria introspezione.
Ad Austin, tra i neon dell’Arcade Restaurant e un graffito raffigurante Bob Dylan nel celebre video di Subterranean Homesick Blues, Ismay incontra Charlie Sexton, chitarrista prodigio, appena undicenne quando suonò per la prima volta con Lucinda (allora cantautrice poco conosciuta), e che avrebbe condiviso con lei, in futuro, alcuni momenti fondamentali. Oggi, dopo decenni di collaborazioni con Dylan, e con i grandi del rock, la ricorda come un vaso di Pandora musicale, capace di spalancare sempre prospettive inaspettate. A Houston, all’Anderson Fair, John Grimaudo, chitarrista del primo album di Lucinda (Ramblin’, 1979), rievoca le serate del venerdì, quando una giovane cantautrice saliva sul palco senza ancora un cognome d’arte, tra piatti di spaghetti fumanti, bandiere texane e i poster di quegli show ancora oggi incollati sulle pareti. Molti anni dopo, vedendola vincere un Grammy, si limitò a esclamare, She did it!; come a dire che la tenacia, prima o poi, trova sempre il suo compimento.
A Jackson, Mississippi, Ismay entra nel famigerato caveau dei Malaco Studios insieme a Wolf Stephenson — co-owner dello studio e ingegnere del primo album di Lucinda — tra scaffali di nastri, alcuni rimasti sepolti per decenni e miracolosamente sopravvissuti a un tornado che nel 2011 devastò gran parte dell’edificio. Lì, nel 1978, Lucinda aveva registrato un album mai pubblicato: un disco che avrebbe dovuto contenere alcune cover, ma anche i suoi primi brani originali, probabilmente le prime composizioni in assoluto. Canzoni come Lafayette o altre rimaste nell’ombra si rivelano ora come frammenti di un talento già ben definito e maturo. Ismay intona The Golden Palomino — un suo pezzo — nello stesso luogo, cercando un filo che colleghi la propria voce a quella di chi l’ha preceduta, e la sua emozione è palpabile anche attraverso lo schermo. Più avanti, incontra Buddy Miller, chitarrista in Car Wheels On a Gravel Road (1998), l’album della svolta, e insieme ascoltano un brano di quel primo disco rimasto inedito, che Ismay porta con sé registrato su un vecchio Sony portatile. Miller osserva che oggi non ci sono più persone come Lucinda, e poi le sue parole colgono appieno l’essenza della cantautrice: un’artista già compiuta nei suoi primi passi, come accade solo ai più grandi, citando niente meno che Willie Nelson.
E poi ancora a Nashville, capitale del country, Ismay incontra la cantautrice folk Mary Gauthier allo Station Inn, leggendario locale della città. Nasce un dialogo sulla scrittura: Ismay pone numerose domande su come scrivere oggi un brano e su come Gauthier aiuti i nuovi autori quando hanno paura della propria identità. Gauthier risponde: «Se copi qualcuno, non stai dicendo qualcosa che ti fa paura dire. Vai dentro te stesso e tira fuori ciò che potrebbe essere spaventoso». Poi Ismay le chiede quando abbia sentito per la prima volta Lucinda, e Mary sorride, raccontando che Lucinda è una figura luminosa, uno spirito guida, come se ci fosse sempre stata, una presenza che continua tutt’ora a ispirare nuovi artisti. Infine, l’incontro più atteso. Quando Ray Kennedy chiama per dire che Lucinda vuole vederla, Ismay capisce come il viaggio non potesse non condurla lì. Cresciuta in una famiglia di musicisti, Avery Hellman aveva sempre trovato nella musica di Lucinda una luce guida, un modello di integrità e semplicità artistica, una mappa per orientarsi nel proprio percorso creativo. La curiosità e il desiderio di comprendere le tappe che hanno plasmato lo straordinario songwriting di Williams l’hanno spinta fino a questo momento, fino al Room and Board Studio di Nashville.
Seduta di fronte a Ismay, Lucinda Williams ascolta un vecchio nastro suonato da una ventenne — lei stessa — influenzata da Joni Mitchell, e poi la versione restituitale da Ismay con la sua dodici corde. Lo sguardo di Lucinda è quello di chi riconosce la propria giovinezza riflessa in un’altra artista; l’abbraccio finale suggella un passaggio di testimone, un riconoscimento che trascende le parole. In quell’istante, Avery percepisce che la propria incertezza, la fatica di credere di poter diventare una musicista professionista, trova una risposta: la possibilità di proseguire il proprio cammino guardando chi ha tracciato la strada prima di lei.
Attraverso Finding Lucinda, Avery spera di trasmettere la stessa luce al pubblico, invitandolo a seguire le proprie inclinazioni creative e a scoprire il coraggio di abbracciare il viaggio dentro se stessi. Dopo mesi di viaggio lungo le strade americane, il cammino di Ismay trova finalmente la sua forma nel documentario. Ogni incontro, ogni brano suonato, ogni riflessione catturata dalla telecamera diventa elemento narrativo: non più solo esperienza personale, ma racconto condiviso, pronto a parlare a chiunque abbia mai cercato una propria voce. Dal punto di vista visivo, il contributo della direttrice della fotografia Rose Bush (già premiata per Colette) è determinante. Le immagini respirano la polvere delle strade del Sud, la familiarità dei club e il silenzio dei piccoli archivi, evitando la patina turistica dei documentari musicali da piattaforma. E in controluce affiora sempre la dimensione del ritorno: perché, come in un romanzo di viaggio, ogni percorso conduce infine alla partenza, e Ismay rientra nella sua fattoria, tra pecore, cavalli e affetti familiari. Seduta con il suo registratore portatile, si mette a suonare, a misurarsi con quello stesso silenzio che era stato compagno di Lucinda tanti anni prima.

Accanto al film, l’operazione si è ampliata in un podcast in collaborazione con The Bluegrass Situation, partito nel maggio 2025 e pubblicato a episodi quindicinali. Un’estensione naturale della narrazione: un luogo dove approfondire storie, ascoltare ulteriori testimonianze e dare respiro alla dimensione orale che da sempre appartiene al mondo del folk. Senza dimenticare la colonna sonora Finding Lucinda: Music from the Documentary, che sarà pubblicata il prossimo 7 novembre, come tassello fondamentale del progetto. Tra i brani, Am I Too Blue, racchiude il senso dell’intera pellicola: «sono troppo fragile?», «non sono abbastanza?». Una domanda che non cerca una risposta definitiva, ma vibra dentro chiunque abbia mai acceso la radio, imbracciato una chitarra o scritto una canzone su un quaderno, interrogandosi sulla propria identità artistica. Il disco include cover registrate durante le riprese del documentario, tra cui alcune con Buddy Miller, chitarrista e mandolinista di Lucinda, e una registrata nel fienile della fattoria di famiglia di Ismay, il luogo da cui tutto è cominciato.
Ci sono anche poesie del padre di Lucinda, il celebre scrittore e insegnante Miller Williams, il cui stile diretto ha profondamente influenzato il lavoro della figlia; una di queste poesie è letta dalla devota fan Mary Gauthier. Alcuni brani provengono dalla ricreazione di una session del 1981, registrata nello stesso luogo nel 2025. Ismay ha invitato a partecipare alla registrazione il collaboratore storico di Lucinda, Charlie Sexton, i membri dei Los Texmaniacs e il figlio del violinista della session originale. Tutte le tracce sono registrazioni dal vivo, che catturano l’intimità, la spontaneità e la connessione emotiva tra numerosi artisti, restituendo in chiave sonora il viaggio visivo del documentario.
Così, Finding Lucinda parla non soltanto ai fan di Lucinda Williams, ma a chiunque abbia sentito il dubbio di non farcela. Lucinda emerge come modello di coerenza e semplicità: quella stessa semplicità che Ismay sente tener insieme tutti i fili della vita americana e che, nella sua musica, prova a riannodare alla propria esperienza.
Ismay: Una biografia di Avery Hellman
Dietro il nome Ismay si cela la giovane cantautrice californiana Avery Hellman, voce del nuovo folk americano. Cresciuta dietro le quinte dell’Hardly Strictly Bluegrass Festival fondato dal nonno, Avery ha respirato sin da bambina la musica di Emmylou Harris, Gillian Welch e Hazel Dickens, trovando poi nella scrittura un modo per dare voce a storie di memoria e trasformazione. Dopo l’acclamato debutto con Songs of Sonoma Mountain (2020), che l’ha imposta tra le rivelazioni della scena West Coast, nel 2024 Ismay ha pubblicato Desert Pavement, realizzato con Andrew Marlin dei Watchhouse: un lavoro accolto con entusiasmo dalla critica e inserito dall’emittente radiofonica WMOT di Nashville tra i trenta migliori album di Americana dell’anno.
Nel corso delle stagioni, Ismay ha calcato palchi prestigiosi negli Stati Uniti e in Europa, condividendo la scena con artisti come Steve Earle, John Doe e Robert Earl Keen. Attualmente vive nella Sierra Nevada, nel nord della California, dove continua a curare il festival Woollystar e sta lavorando ad un nuovo album. Di recente ha concluso Finding Lucinda, un documentario dedicato a Lucinda Williams, per il quale ha realizzato anche l’album con la colonna sonora. Con questo progetto, Ismay intraprende un viaggio che è al tempo stesso artistico e interiore, un confronto con l’eredità di una delle più grandi voci della canzone americana. Ne è nata una conversazione sincera e luminosa, sospesa tra il paesaggio interiore dell’artista e l’immensità della tradizione folk americana: un dialogo che ci ricorda come ogni canzone autentica nasca sempre da un atto di fede nella verità della propria voce.
Crescere nella fattoria di famiglia, nel Nord della California, respirando al tempo stesso l’atmosfera dell’Hardly Strictly Bluegrass Festival, deve averti offerto due prospettive molto diverse, eppure complementari. Quanto pensi che il luogo in cui sei nata e cresciuta abbia plasmato la tua identità musicale e personale? E cosa ha significato per te vivere quel festival fin da giovane, circondata da una comunità musicale tanto ricca e variegata?
Sono cresciuta tra due mondi, la città e la campagna. Questo valeva sia per la musica, sia per il modo in cui trascorrevo il mio tempo. Ho vissuto in città quando ero molto piccola, ma alla fine ho abitato in una cittadina della California del Sud, e mi sono trasferita al ranch della mia famiglia nell’adolescenza. Senza dubbio, la mia musica e la mia creatività nascono dalla fusione di questi mondi diversi. Crescere frequentando il festival di mio nonno, l’Hardly Strictly Bluegrass, ha significato essere esposta alla musica country americana. Cosa piuttosto insolita per una bambina come me, a quel tempo. La maggior parte dei ragazzi allora ascoltava solo musica pop. Tuttavia, in un certo senso, mi conformavo alla norma anche io, perché amavo la musica indie, che stava esplodendo nei primi anni Duemila. E in fondo la mia scrittura risente di un intreccio fra le tradizioni musicali urbane, come l’alt-rock, e quelle rurali, come la musica folk. Ma il fatto di non appartenere mai del tutto né alla cultura urbana né a quella rurale fa sì che mi senta più a mio agio nel punto d’incontro tra le due. Anche se ora vivo in una zona molto rurale, viaggio spesso verso le città per condividere il mio lavoro e trarre ispirazione da altre persone creative. Non mi sono mai sentita davvero parte di nessuno dei due mondi, ma questo mi sta bene. Essere cresciuta all’interno di una comunità musicale così ricca significava poter vedere oltre la superficie della musica country e folk. Fin dagli otto anni mi sedevo ad ascoltare i concerti di artiste come Hazel Dickens, Emmylou Harris e Alison Krauss. Questo ha fatto sì che quel tipo di musica, più popolare in altre regioni degli Stati Uniti, si insinuasse nella mia mente. Avevo CD di Alison Krauss e di Emmylou Harris, che portavo a scuola e mettevo in un mangianastri durante la ricreazione. Amavo quella musica, e senza l’Hardly Strictly non avrei mai dedicato il tempo necessario ad ascoltare quegli artisti bluegrass. La mia infanzia mi ha aiutato a capire quale fosse davvero il potenziale della musica folk e roots.

Guardando al tuo percorso, pensi che la tua traiettoria artistica sarebbe stata diversa se fossi nata altrove? Per esempio, in una grande città come New York, che da tempo è una meta per i musicisti in cerca di riconoscimento, rispetto all’ambiente più intimo e rurale della California del Nord?
È molto probabile che il mio percorso artistico avrebbe preso una direzione diversa se avessi vissuto in una grande città come New York, sia per quanto riguarda il sound della mia musica, sia per la carriera che ne è derivata. Credo che trascorrere un decennio lavorando e vivendo nel ranch della mia famiglia mi abbia permesso di affinare davvero il mio personale sound come musicista. Quel tipo di vita da ranch mi ha anche dato storie da raccontare attraverso le mie canzoni. Molte di esse si basano sulle mie esperienze lì. Per esempio, The Golden Palomino parla di una volta in cui il mio cavallo mi ha salvata da una mucca imbizzarrita. Trovo di profonda ispirazione scrivere dal punto di vista di un’allevatrice, perché le tradizioni della musica folk di tutto il mondo sono nate da persone che vivevano in contesti agricoli o rurali simili. Ho sempre saputo che trasferirmi in una grande città come New York o Nashville, per inseguire la musica, mi avrebbe probabilmente aiutata a ottenere maggiore successo. Ma non ho mai sentito, nel profondo del cuore, che fosse la cosa giusta da fare. Credevo che rimanendo in una zona rurale avrei potuto davvero sviluppare la mia arte e diventare la miglior autrice e musicista possibile. Inoltre, creare musica in luoghi dove la scena artistica non era così satura mi ha sempre incuriosita molto. Come persona, sento un profondo desiderio di trovare angoli in cui poter davvero contribuire alla comunità, e in un’area rurale ho moltissime opportunità per farlo.
Nel documentario emerge il tema del ritorno: partire per un viaggio e poi tornare nei luoghi della propria infanzia. In che modo questa esperienza di andata e ritorno ti ha cambiata, non solo come artista ma anche come persona? Hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua identità o sulla tua voce interiore?
Sono cambiata enormemente durante il viaggio, e in seguito alla realizzazione di questo documentario. Ha ragione Mary Gauthier, quando nella sua intervista dice che non esistono livelli, esiste solo la pagina bianca. Quando ho intrapreso il viaggio per «trovare» Lucinda, ero molto preoccupata all’idea di mettermi in ridicolo mostrando il mio lavoro come artista, e pensavo di dover raggiungere un altro livello per essere degna di condividere la mia creatività. All’inizio credevo anche che, se fossi riuscita ad avanzare e a dimostrare di essere abbastanza popolare da avere un pubblico, questo mi avrebbe dato maggiore autostima. Ma affrontare questo viaggio mi ha fatto capire come la mia musica e la mia creatività avessero valore proprio perché mi rendevano umana. Che dovevo essere orgogliosa di condividere il mio mondo interiore, indipendentemente dalle dimensioni del mio pubblico. Ho anche capito che, man mano che avanzavo nel mondo della musica, ottenere attenzione e riconoscimento dal pubblico non mi avrebbe mai fatto sentire davvero sicura di me. Devo cercare dentro di me in modo più profondo e completo, usare la musica per esprimere la mia voce interiore. Impegnarmi ad affrontare la pagina bianca, piuttosto che ossessionarmi per il posto da occupare in qualche gerarchia immaginaria.
Durante il viaggio, hai parlato della paura di non essere «abbastanza». In che modo confrontarti con la storia della musica americana e entrare in contatto con artisti di generazioni precedenti, come Lucinda Williams, ti ha aiutata a trasformare queste insicurezze in forza creativa? E cosa diresti oggi ad altri artisti che provano la stessa sensazione?
Quando ho iniziato il mio viaggio on the road, sinceramente non sapevo se artisti come Charlie Sexton o Lucinda coltivassero, su di sé, gli stessi dubbi coltivati da me. Pensavo qualcuno come Charlie, che suona con Bob Dylan, dovesse sapere di essere incredibile e amato. Ma dopo aver parlato con lui, ho capito che anche chi è al top lotta con quella piccola voce nella testa che mette in discussione il proprio valore. Stanno comunque davanti a una folla di migliaia di persone e sono incredibilmente vulnerabili. Stranamente, ho compreso che chi è al vertice è spesso più vulnerabile di chi ha un pubblico più piccolo. Durante la mia intervista con Lucinda, finalmente ho ricevuto la risposta che stavo cercando. Sono riuscita a chiederle: «Come fai ad andare avanti quando non sai cosa riserva il futuro?» Lei ha risposto: «Quando l’alternativa non è poi così bella». Aveva ragione. Ad artisti di oggi direi di riflettere davvero su quella scelta e di comprendere che, sebbene creare sia incredibilmente difficile, l’alternativa è una tela vuota o un nastro silenzioso. Penso che, come artisti, diventiamo ansiosi e ci concentriamo così tanto sul nostro lavoro e sulla reazione degli altri che dimentichiamo di riflettere sul fatto che creare è una scelta. Ed è molto spesso la scelta giusta. Dobbiamo scegliere di creare e fare pace con il fatto di affrontare la creazione piuttosto che la reazione. Diventa sempre più difficile, ma comprendere questa verità può diventare una forza creativa.

Il film mostra incontri con figure chiave come Charlie Sexton, Buddy Miller, Mary Gauthier e John Grimaudo. C’è stato uno di questi incontri che ti ha lasciato un segno particolarmente profondo, non solo musicalmente, ma anche emotivamente o spiritualmente? In che modo ti hanno aiutata a comprendere meglio te stessa?
L’intervista con John Grimaudo mi ha davvero colpito. Frequentava giovani cantautori come Lyle Lovett e Lucinda. Loro sono diventati artisti celebri e di grande richiamo, mentre John si è trasferito in una piccola città sulla costa del Texas per pitturare case, pescare e fare meno musica. I percorsi di John e Lucinda si sono separati, e tutto perché John ha lanciato una moneta e ha deciso di allontanarsi da Houston, abbandonando l’idea di diventare un musicista a tempo pieno. Mi ha fatto riflettere sul perché noi, come artisti e come persone, finiamo dove finiamo. Le nostre traiettorie sono il risultato di fortuna, impegno, talento, carattere e interessi personali. Ma per chi aspira a vivere d’arte, è frustrante non sapere mai quanto ciascun fattore pesi davvero. Ci chiediamo se avessimo fatto quella piccola cosa in modo diverso, se fossimo partiti per un tour, o fatto un disco con un altro produttore, forse saremmo diventati l’artista che immaginavamo di essere all’inizio. La sua storia mi ha colpito perché le altre persone che ho intervistato hanno ottenuto molto successo, mentre lui ha scelto una strada diversa. Ma è importante sottolineare che ha comunque trascorso la vita facendo musica bellissima ed esibendosi, solo su una scala diversa. Sto ancora cercando di capire cosa significhi tutto questo per me oggi.
Mary Gauthier ti ha parlato del coraggio di abbracciare l’autenticità nella scrittura delle canzoni: essere onesti e portare alla luce ciò che ci spaventa. In che modo hai fatto tuo questo insegnamento nel tuo lavoro, in particolare nella scrittura dei brani?
Credo che abbracciare l’autenticità nella scrittura delle canzoni possa derivare dal prendere veri rischi. Quando realizzo un album, individuo un confine nella mia creatività e lo spingo oltre. A volte questo significa affrontare nuovi soggetti di scrittura insoliti, come raccontare una storia della mia vita che appare un po’ strana, per esempio una canzone che ho scritto intitolata Streaming Family. Altre volte si tratta di imparare a collaborare con persone di una tradizione musicale a me poco familiare, come coinvolgere i Los Texmaniacs per la colonna sonora di Finding Lucinda. Oggi, in realtà, sto riscrivendo canzoni tradizionali tratte da vecchie ballate folk, spingendomi a reimmaginare la musica folk tradizionale piuttosto che creare brani da zero.
La tua interazione con Lucinda Williams, e la tua esecuzione di una delle sue canzoni, sembra un simbolico passaggio di testimone. Come hai vissuto quel momento? Hai sentito un legame intimo con lei, al di là del riconoscimento artistico?
Durante l’intervista con Lucinda, sono rimasta sorpresa da quanto fosse perspicace. Non mi aspettavo che alla fine sarebbe stata la saggia in cima alla montagna che stavo (in un certo senso) cercando. Ha portato nuove intuizioni alla mia storia, come l’idea che bisogna continuare come artisti quando l’alternativa non è poi così allettante. Mi ha fatto capire che avevo le risposte dentro di me e mi ha aiutato a vedere che non le avrei trovate guardando all’esterno. Questo è sempre stato un problema per me, non fidarmi della mia voce interiore, del mio istinto, ma è qualcosa con cui devo ricordarmi di confrontarmi consapevolmente. Ho sentito un legame profondo con lei, perché ha un cuore gentile ed è molto coinvolgente ed empatica. Comprende davvero il processo artistico sia come creativa sia come fan di altri artisti. Cerco ora di rendermi conto che posso continuare a imparare dalle sue parole nell’intervista, così come dalla sua musica.
Pensi che l’album a lungo nascosto di Lucinda possa un giorno essere pubblicato?
Mi piacerebbe moltissimo, trovo quelle canzoni affascinanti e meravigliose. Tuttavia, credo che molti artisti facciano fatica ad ascoltare i loro esordi, perché hanno lavorato duramente per andare oltre le loro prime canzoni. Non so quanto sia probabile che accada, ma sono davvero felice che siamo riusciti a ritrovare quei nastri. Non credo qualcuno ricordasse ancora la loro esistenza, fino a quando non abbiamo realizzato il documentario.

Dopo un’esperienza così immersiva nel songwriting di Lucinda e nella tradizione folk americana, come ti approcci oggi alla scrittura di una nuova canzone? Da dove inizi di solito: dai testi, da un accordo, da un’idea o da un’emozione?
Al momento sto cambiando la mia strategia di scrittura. In passato iniziavo con una sorta di collage di un’idea su cui volevo scrivere, e un frammento di melodia che avevo composto. Tuttavia, ora sto effettivamente sviluppando nuove canzoni ascoltando vecchie registrazioni sul campo della Library of Congress.
Quali sono i tuoi prossimi progetti? Incuriosisce particolarmente l’album che raccoglie la colonna sonora del film: la tua versione di Am I Too Blue è di una bellezza rara e il suo sound ricorda quello di Together Through Life di Bob Dylan.
La colonna sonora è stata una vera sfida, perché stavo cucendo insieme registrazioni fatte durante le riprese, materiali d’archivio, inclusa la poesia del padre di Lucinda, e collaborazioni con Charlie Sexton e Los Texmaniacs. La vedo come un’opera artistica a sé, che trasmette l’etica del film e cerca di mettere in luce le influenze che hanno reso Lucinda un’artista così grande. Per quanto riguarda i progetti oltre Finding Lucinda, l’anno scorso ho registrato un album con un produttore di nome Sam Cohen, e lo pubblicherò la prossima estate. Sto anche scrivendo un nuovo album basato su historical field recording [registrazioni sul campo, dette anche fonografie, ovvero riprodotte al di fuori di uno studio, ndr].
Ci sono altri artisti che influenzano particolarmente oggi il tuo songwriting? E se potessi consigliare ad un pubblico italiano altri musicisti vicini al tuo percorso, quali indicheresti come gli essenziali da scoprire o riscoprire?
Sono sempre stata fortemente influenzata da Leonard Cohen, soprattutto dopo aver letto una biografia su di lui scritta da Sylvie Simmons. Ultimamente ascolto molto folk britannico degli anni Sessanta e Settanta, come Pentangle e Fairport Convention. Per quanto riguarda artisti sul mio stesso percorso, consiglio vivamente di ascoltare Margo Cilker e Forrest VanTuyl. Entrambi provengono da un background simile al mio, influenzati dalla cultura dei cowboy, e creano grande musica country-folk moderna, fortemente ispirata ad artisti come Lucinda e Bob Dylan.
Negli Stati Uniti i festival hanno un ruolo fondamentale nel creare ponti tra generazioni, riunendo sullo stesso palco leggende e nuovi artisti. Quest’estate, all’Outlaw Music Festival di Wantagh, New York – dove Lucinda Williams ha suonato prima di Bob Dylan e Willie Nelson – ho notato un pubblico sorprendentemente giovane e numeroso. Quanto pensi che questo entusiasmo intergenerazionale contribuisca a mantenere viva oggi la musica folk e country? E, dal tuo punto di vista di musicista, qual è il segreto della sua longevità?
È molto importante che le persone della mia età e più giovani si confrontino con la musica delle epoche precedenti, semplicemente perché arricchirà le loro vite. Voglio che più giovani diventino appassionati seri di musica, andando ai concerti, studiando i testi dei dischi e scavando negli archivi come ho fatto io. Artisti leggendari come Lucinda non saranno in giro per sempre, e festival come Hardly Strictly sono il luogo perfetto per vedere musicisti iconici e scoprire nuovi artisti attraverso l’esperienza della musica dal vivo. Credo che il segreto della longevità sia la pazienza: capire che stili musicali come il country possono andare e venire, e che avere profondità e sostanza nella scrittura ripaga nel lungo periodo.
Per info: qui