NEWPORT & THE GREAT FOLK DREAM
Robert Gordon
USA, 2025, 99’
C’era un’America in fermento, dove le canzoni scuotevano le coscienze. Un festival diventava laboratorio di idee, una miccia accesa nel cuore di un paese attraversato da tensioni razziali, lotte per i diritti civili e proteste contro la guerra. Prima che Woodstock diventasse il mito generazionale per eccellenza, con le sue luci e le sue ombre, il Newport Folk Festival aveva già mostrato il potere della musica, trasformando vecchie ballate e inni appena nati nella colonna sonora di un’intera nazione. Era un crocevia sociale e culturale, dove persone provenienti da ogni angolo degli Stati Uniti si incontravano, intrecciando storie e tradizioni diverse.
Tra il 1963 e il 1966, nella piccola località marittima del Rhode Island, andò in scena un sogno che oggi, grazie al lavoro del cineasta Robert Gordon e al finanziamento della Folk Explosion, LLC di Joe Lauro, torna a vibrare davanti ai nostri occhi nei fotogrammi di Newport & The Great Folk Dream, presentato in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia il 5 settembre 2025. Ho avuto il privilegio di visionarlo in anteprima, e desidero per questo ringraziare l’ufficio stampa, e in particolare il regista per la cortese disponibilità e il piacevole dialogo avuto: un confronto che ha arricchito l’esperienza della visione.
Gordon e Lauro hanno messo le mani su un tesoro dimenticato: quasi 80 ore di girato in 16mm realizzate dal documentarista Murray Lerner (scomparso nel 2017) tra il 1963 e il 1966, in gran parte mai viste prima, custodite per decenni in archivio. Alcuni frammenti erano confluiti nel celebre Festival!, film del 1967, ma la maggior parte del materiale era rimasta sepolta. Gordon ha scelto di tornare ai negativi originali, rimontando da zero le immagini e restituendo al pubblico una cronaca più ampia e fedele di quelle quattro edizioni che cambiarono la storia della musica popolare americana. La pellicola ci riporta all’ultimo weekend del luglio 1963: Clarence Ashley e Doc Watson intonano The Coo Coo Bird; Malvina Reynolds e Pete Seeger parlano davanti alla macchina da presa; i Moving Star Hall Singers sollevano il pubblico con Michael Row The Boat Ashore.
La fotografia in bianco e nero ci restituisce un’America giovane, inquieta e curiosa. «Il folk», dichiarava Johnny Cash, intervistato proprio a Newport, «è la spina dorsale dell’industria musicale. È l’anima stessa della musica, c’è sempre stata e sempre ci sarà». Il documentario, oltre a restituire le performance, raccoglie le voci dei protagonisti e di chi organizzò quell’impresa. Bruce Jackson, membro del board del festival, lo descrive come «un intreccio di ballate cantate per centinaia di anni e brani composti il giorno prima». È in questa dialettica tra antico e moderno che si misura la forza del folk.
Al centro del racconto c’è George Wein, fondatore del Newport Jazz Festival e poi del gemello folk. Fu lui a chiamare Pete Seeger, Joan Baez, Odetta, il Kingston Trio, dando vita a un evento che fin dall’inizio si impose come catalizzatore di energie. Wein ricorda come Seeger — simbolo di integrità e perseveranza durante le indagini maccartiste — si fece promotore di un’idea rivoluzionaria: pagare tutti gli artisti la stessa cifra. «Una cosa radicale», ammette John Cohen dei New Lost City Ramblers, che testimonia lo spirito egualitario dell’impresa. Allo stesso tempo, però, le differenze nel trattamento, negli alloggi e nell’accesso ai servizi erano reali. Alcuni artisti dormivano in hotel, altri in case; qualcuno veniva trattato con maggior favore; la fratellanza proclamata mostrava comunque qualche crepa. Gordon mette in scena queste contraddizioni senza giudicarle.
George Wein descrive Pete Seeger come «il re del festival», affiancato da Bob Dylan nel ruolo del crown prince e da Joan Baez come crown princess: un trittico che incarna alla perfezione quel passaggio di testimone tra generazioni. Nel 1963, Baez è già una star di caratura internazionale, eppure sceglie di interpretare le canzoni di Dylan, riconoscendone il genio. Wein sottolinea come Dylan, a differenza dei cantautori della vecchia guardia, sapesse raccontare il suo tempo con autenticità disarmante: Only A Pawn In Their Game risuona come denuncia immediata delle ingiustizie e delle disuguaglianze sociali. Newport & The Great Folk Dream è anche un mosaico di decine di volti. Appaiono Dave Van Ronk con Cocaine Blues, Tom Paxton con Standing On The Edge of Town, Ramblin’ Jack Elliott con Talking Fishing Blues. E ancora: Sleepy John Estes, Staple Singers, John Lee Hooker, Judy Collins, i Freedom Singers con Woke Up This Morning, fino alla commovente chiusura del 1963 con This Land Is Your Land.
Ma il cuore del film sta nelle interviste: Peter Yarrow dei Peter, Paul & Mary spiega come il pubblico fosse diventato lyrics conscious, content conscious e come la protesta fosse ormai un contenuto imprescindibile. Theodore Bikel sottolinea che l’America è fatta di americani provenienti da cinquanta Stati, e il folk diventa il linguaggio dell’incontro. James Forman, segretario esecutivo dello SNCC, lega le canzoni al movimento per i diritti civili. Attraverso questi dialoghi e le immagini coeve, il film ricostruisce quegli anni di fermento e rivolgimenti, restituendo con intensità la tensione sociale, le aspirazioni e i conflitti che attraversavano il paese: un vivido affresco in cui musica e storia si fondono in un’unica, potente esperienza. Il 1964 vede arrivare a Newport un’ondata di oltre duecento artisti, dalle Hawaii alla Nuova Scozia. Ralph Rinzler, instancabile talent scout, riesce a riportare alla luce figure storiche come Mississippi John Hurt e Dock Boggs, musicisti che non si esibivano live da decenni, e persino Eck Robertson, titolare di un primo disco country nel 1923, ora sul palco del festival con il suo violino. Ancora una volta passato e presente si incontrano e dialogano in piena continuità, dando vita ad un intreccio irripetibile tra veterani e nuove leve.
Il 1965 segna una frattura destinata a cambiare il folk per sempre. Joe Boyd ricorda l’arrivo di Dylan: «Tutti si chiedevano cosa avrebbe fatto». Aveva appena pubblicato Bringing It All Back Home, un disco dove le chitarre elettriche e la batteria irrompevano nel suo mondo acustico, ma nessuno lo aveva mai visto esibirsi così dal vivo. Il suo manager, Albert Grossman, percepì il potenziale rivoluzionario e lo spinse a varcare quella soglia. Dylan salì sul palco con la Paul Butterfield Blues Band, tra cui spiccava il virtuoso Mike Bloomfield, impugnando una Fender Stratocaster Sunburst, e scatenò Maggie’s Farm. La reazione fu istantanea e contraddittoria: entusiasmo e sconcerto, applausi e fischi. Come si disse allora, «una metà del pubblico fu elettrizzata, l’altra folgorata». Alan Lomax, il grande archivista del folk, guardava con sospetto quegli amplificatori, e Pete Seeger, secondo la leggenda, avrebbe voluto «tagliare i cavi». Ma il gesto, più che lo scandalo, contava per la storia: un atto che ridefiniva i confini del folk e inaugurava una nuova epoca musicale. Bernard Perusse, giornalista di Rolling Stone, anni dopo avrebbe descritto Dylan come The guy who forced folk into bed with rock. Già nel 1966 l’elettrico è ormai parte integrante del linguaggio, segno che la breccia aperta da Dylan non poteva più richiudersi. E non si dimentichi l’influenza dell’altra sponda dell’Atlantico, con i Beatles che in quegli stessi anni si spingevano verso soluzioni sempre più ardite, in un dialogo creativo con Dylan e la scena americana destinato a ridefinire il decennio.
A Newport, Howlin’ Wolf, i Lovin’ Spoonful e Taj Mahal portano il folk verso territori inediti, mescolando le radici con i tempi che cambiano. Joan Baez ammette con ironia di non essere pronta, Seeger invita a guardare alla pluralità di suoni come alla vera ricchezza dell’America. Ma quella notte del luglio 1965 resta il cuore pulsante della storia: un ragazzo di ventiquattro anni, impugnando una chitarra elettrica, cambiò il gioco per sempre. Dopo Dylan, Newport non sarebbe stato più lo stesso. Non sorprende, dunque, che cinema e documentario tornino proprio a quel passaggio cruciale. A Complete Unknown, il biopic diretto da James Mangold e uscito nel dicembre 2024 negli Stati Uniti, costruisce attorno al set elettrico di Dylan a Newport il suo fulcro narrativo. La scena, ricostruita nei minimi dettagli seppur con qualche concessione narrativa e licenza poetica (basti pensare all’episodio del celebre grido Judas!, che in realtà appartiene a un concerto di un anno dopo a Manchester), mostra Timothée Chalamet — nei panni del giovane Dylan — affrontare la tempesta emotiva di un pubblico diviso, con la Stratocaster come simbolo di un gesto di rottura. Gordon era consapevole dell’uscita del biopic e sapeva che, mostrando Dylan a Newport, quel film avrebbe spianato la strada al suo documentario, ampliando enormemente il pubblico potenziale e moltiplicando l’interesse per il festival. Così, accanto al film di cui tanto si è parlato, Newport & The Great Folk Dream amplia quella prospettiva, restituendo le immagini d’archivio, le voci dei protagonisti e la cronaca viva di quegli anni. Film e documentario, in questo senso, risultano complementari: l’uno ci fa percepire dall’interno la solitudine creativa e lo spirito visionario di Dylan, l’altro ci restituisce l’epica corale di un’epoca in cui la musica era al centro della vita pubblica. Newport fu davvero un grande sogno folk. Un sogno che non si è mai spento, e oggi, rimontato, restaurato e rievocato, ci ricorda ancora una volta come una scossa elettrica possa cambiare il mondo.



