Non so quanto sia realmente dovuto, come ho letto da qualche parte, al periodico anno di stop del solitamente contemporaneo festival di Glastonbury, in Inghilterra, ma ciò che è certo è che il programma de La Prima Estate di quest’anno era a dir poco spettacolare, soprattutto grazie ad headliner capaci di attirare (come in effetti è stato) moltissimo pubblico. Il primo dei due weekend (al quale avrei fortemente voluto partecipare) vedeva il ritorno in Italia, a molti anni di distanza dall’ultima volta, di Jack White (da solista non era mai venuto), cosa di per sé già un evento, non fosse che in quei giorni, con lui, c’erano pure (tra gli altri) The Hives, Richard Ashcroft, The Libertines, The Wombats, più un’intera serata tutta italiana con Marlene Kuntz, Ministri, Casino Royale, Sì! Boom! Voilà! Nel secondo weekend, invece, i nomi grossi erano Nick Cave coi suoi Bad Seeds, i Gorillaz di Damon Albarn e il duo Twenty One Pilots, affiancati ovviamente da altri gruppi a rendere le serate sempre interessanti. Il sottoscritto (poco attratto dagli ultimi citati, anche se quella sera c’erano pure le Wet Leg) ha partecipato ai primi due giorni del secondo weekend, venerdì 26 e sabato 27 giugno. Qui di seguito il racconto e un’ampia gallery fotografica.
Uno dei punti di forza de La Prima Estate è senza dubbio la sua location: il Parco BussolaDomani di Lido di Camaiore, in Versilia, è un’ampio spazio verde a pochi passi dal mare. C’è tutta una zona alberata dove ci si può rilassare sorseggiando una birra o un cocktail e trovare un rifugio dal caldo di questi giorni, sentendo comunque bene ciò che (a partire dal tardo pomeriggio) inizia ad arrivare dall’unico grande palco. Ci sono delle navette che arrivano da Pisa o Firenze, ma pure arrivando in macchina – come fanno quasi tutti – la disponibilità di parcheggi è ottima (e ad arrivare presto ci sono anche soluzioni “alternative” a quelle a pagamento), mentre a fine serata il deflusso è rapido e agevole, senza grossi intoppi nonostante il gran numero di persone. L’area food è ampia e con una scelta sufficientemente diversificata e i bar numerosi e sparpagliati un po’ ovunque. Da quest’anno sono pure spariti gli odiosi token e si è passati a un più agevole e giusto pagamento cashless. Un’altra cosa che mi piace davvero de La Prima Estate è che, nonostante esistano due tipologie di biglietti (quelli con accesso al cosiddetto Garden sono più cari), l’area di fronte al palco è equamente divisa a metà, così che pure quelli in possesso del biglietto meno caro possano raggiungere le prime file, volendolo fare. Al momento, tra quelli a cui ho partecipato, è l’unico festival con «area vip» (se così vogliamo chiamarla) con una simile caratteristica e la cosa gli fa onore sul serio. In definitiva, al di là delle critiche subite nelle prime edizioni, mi verrebbe da dire che oggi bisogna essere proprio dei veri rompicoglioni (o qualcuno che odia i festival) per avere seriamente qualcosa da ridire, viste le migliorie fatte di anno in anno e l’estrema piacevolezza dell’insieme. Se poi consideriamo che il palco è gigantesco e si vede bene da un po’ tutte le parti (e parliamo di un’area che accoglie 20.000 persone circa) e che l’impianto audio è realmente potente e con una qualità sonora spettacolare (due cose che dovrebbero essere in cima alla lista di qualsiasi festival, ma spesso non è così), direi che il giudizio generale non può che dirsi estremamente positivo (al netto di costi non bassissimi, ma neppure eccessivi – e comunque in linea col mercato attuale).
Oltre a tutto ciò, chiaramente, la musica. La giornata del 26 arrivo mentre sul palco c’è Dove Ellis. Rimango incastrato in qualche intoppo nel ritiro del pass fotografico e quindi mi perdo buona parte dell’esibizione, colta giusto da lontano, ma troppo distrattamente da poterla giudicare. Dopo di lui, mentre il sole ancora illumina il palco, è la volta della cantautrice islandese (di chiare origini italiane) Emiliana Torrini. In giro ormai da oltre trent’anni, è autrice di svariati album in bilico tra folk e pop, con dentro un pizzico d’elettronica (agli inizi non era difficile vederla inserita nel calderone trip-hop) o qualche sfumatura jazzata. La sua è una performance gentile e garbata, forse più da piccolo club che non da grande palco, ma comunque molto piacevole. Gentile e garbato non sono termini che si possono usare invece per quei mattacchioni degli Sleaford Mods che, come al solito, divertono come pochi. Jason Williamson si muove da un capo all’altro del palco sputacchiando fuori le sue liriche con accento impossibile, mentre Andrew Fearn dà il suo contributo schiacciando il tasto play sul suo portatile mezzo scassato. Rispetto a qualche anno fa, oggi si limita a ballare bizzarramente tutto il tempo, anziché stapparsi una lattina di birra ogni tot pezzi, ma, a parte questo, la loro formula non cambia. In un’oretta circa, sparano a tutto volume una quindicina di brani tratti dai loro molti album (infilandoci pure una cover di West End Girls dei Pet Shop Boys), confermandosi la più improbabile (ma efficacissima) delle live band. Inossidabili. Ovvio, però, che i più attesi della giornata fossero loro: Nick Cave & The Bad Seeds. I loro concerti degli ultimi anni sono stati tra i più emozionanti ed esaltanti nei quali imbattersi (e lo dice uno che vi si è accostato con un certo grado di scetticismo all’inizio) e la conferma è arrivata pure stavolta. Non c’è altro modo per definire il concerto di stasera se non come grandioso, due ore e mezza di emozione, pura e autentica. Rispetto ai concerti di due anni fa, Nick ha rivoluzionato la scaletta: via buona parte dei pezzi di Wild God (sono sopravvissuti giusto Joy e la title-track) e dentro un sacco di brani presi dalla sua diversificata discografia (finalmente con dentro anche qualche sorpresa inattesa). Nonostante sia raffreddato (ma la voce s’incrinerà appena solo sui pezzi conclusivi), Cave si configura sempre più come uno dei più grandi performer viventi, a livello di generosità, energia e carisma, almeno quanto Bruce Springsteen (e chi l’avrebbe mai ipotizzato vent’anni fa, per dire?). L’orchestra alle sue spalle non fa in tempo a far partire la programmatica Get Ready for Love (perché cosa sarà questo show se non un’unica, monumentale dichiarazione e attestazione d’amore totale e totalizzante?), che Nick già è in mezzo alle gente delle prime file, ovvero il posto dove passerà gran parte delle due ore abbondanti successive. From Here to Eternity è sempre la solita botta visionaria e invasata, qui bissata da una selvaggia e graditissima Train Long-Suffering e più avanti da una Tupelo che nuovamente ci riporta agli anni selvaggi dei Semi Cattivi. In una commossa e commuovente O Children tira su un ragazzino dal pubblico (con maglietta dei Nirvana), che gli si avvinghia abbracciandolo per tutto il tempo mentre canta, per un momento che immagino si ricorderà per tutta la vita. La parte centrale è quella maggiormente dedicata alle cose più recenti, cose come Joy, Rings of Saturn, Bright Horses o quella Carnage tratta dall’omonimo disco co-intestato con Warren Ellis (ormai vero e proprio regista musicale dei Bad Seeds). Poi però arrivano anche Henry Lee (in un duetto da brividi con Janet Ramus, una delle coriste), la The Mercy Seat rallentata degli ultimi anni, una al contrario virulenta Papa Won’t Leave You, Henry, la sempre attesa Red Right Hand e quella Jubilee Street che, tra i brani del suo repertorio più recente, è ormai diventata un classico conclamato, qui fornita in una versione a dir poco devastante. Dopo la fusione di Hiding All Away/White Elephant, il set principale si chiude con la lunghissima Hollywood, le cui parole scorrono sullo schermo alle spalle della band. Pezzo impegnativo e coraggioso da proporre su un palco, la cui intensità nel bis viene spazzata via da una City of Refuge arrivata come un fulmine a ciel sereno, da una un po’ traballante The Weeping Song, da una Wide Lovely Eyes presentata come la canzone preferita di sua moglie e infine da Into My Arms, suonata da solo al piano. Inutile sottolineare la potenza di dei Bad Seeds (nei quali, però, praticamente non c’è più nessuno di quelli «storici»), perfetti dietro a un Cave più in forma che mai, anche sulla soglia dei 70 anni. Se non «il», sarà senz’altro uno dei concerti dell’anno.
Essendomi dilungato un sacco, cercherò di essere un po’ più breve sulla seconda serata. Quando arrivo sul palco sta suonando Don West con la sua band, ma il suo funky-soul un po’ piacione non è esattamente la mia tazza di té, da quello che sento. Meglio i newyorkesi Nation of Language, trio che diresti molto più europeo che non americano, vista la loro completa adesione ai dettami del synth pop e (in misura minore) del post punk di matrice britannica primi anni Ottanta. Forse non sono originalissimi, ma dalla loro hanno buone canzoni, una presenza scenica efficace, che soprattutto nella partecipazione emotiva del cantante e chitarrista Richard Devaney trova forza e capacità di coinvolgere. La presenza non manca di certo ai Wolf Alice, ma, anche dopo averli visti dal vivo, mi sono sembrati una di quelle band anonime che prova diverse strade all’interno dell’universo alt-rock, senza riuscire a trovare un minimo di personalità in nessuna di esse. E sì che la cantante Ellie Roswell avrebbe una voce potente capace di tirare giù i muri. Mi pare manchino canzoni veramente significative, ma il pubblico presente pare gradire e quindi va bene così. Se la gente era tanta ieri, stasera ce n’è ancora di più. Si parla di sold out e il merito va ascritto ai Gorillaz. Il loro ultimo The Mountain è un album notevole, uno dei più interessanti usciti quest’anno, e quindi con un bel po’ di curiosità attendevo il loro live. Sul palco sono metà di mille, con quattro batterie/set di percussioni, un paio di tastiere, basso, chitarra, coristi vari, flauti e altro ancora. Sullo schermo alle loro spalle scorrono i fumetti e le animazioni di Jamie Hewlett, mentre al centro della scena, col suo fare sempre un po’ svagato, quel genietto di Damon Albarn (ogni tanto raggiunto da qualche ospite a duettare con lui: Kara Jackson nella bella Orange County, la mitica Pauline Black dei Selecter in Charger, Yasiin Bey, Bootie Brown). I pezzi del nuovo album si mescolano ai vecchi brani, creando un caleidoscopio musicale che ingloba letteralmente di tutto e per un’ora e mezza fa ballare me e le migliaia di persone assieme a me. Splendida Delirium (con la voce dell’indimenticato Mark E. Smith dei Fall a sovrastare le nostre teste), ma tra le nuove canzoni bellissima anche l’esecuzione di The Shadowy Light, mentre ovvio il gradimento su brani come Kids With Guns, Dirty Harry, Feel Good Inc. o la celeberrima Clint Eastwood. Gran bello show, con un bilanciamento perfetto tra musica e immagini. Infine una piccola facezia: mentre la sera prima Nick Cave neppure c’ha provato a nominare il luogo in cui si trovava (cavandosela con un divertito fucking Italy), Albarn ha salutato dicendo «ciao Lucca», salvo poi improvvisare una storiella per scusarsi dicendo «Lo so che siamo in Versilia». Ovvero, un posto dove conto di tornare anche l’anno prossimo, consigliandovi di fare altrettanto.


