NILZA COSTA
Cantigas
Brutture Moderne
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Il ricchissimo universo musicale brasiliano è sempre prodigo di sorprese. Una di queste, con già alle spalle prove di ancestrale bellezza, è la cantante e compositrice Nilza Costa, gemma di Salvador de Bahia, ma da anni trapiantata a Bologna, e artefice di uno stile che guarda al futuro sgrovigliandone le radici africane.
Il suo debutto, Revolution, Rivoluzione, Revolução (2014), fu un gravido crogiolo di afro-brazilian jazz e blues densi di spiritualità candomblé, la sincretica religione nata dall’incontro di elementi cristiani e culti Yoruba, Bantu e Dahomey, portati in Sudamerica tra sudore, vomito e stenti dagli schiavi africani. E medesimi umori troviamo sia in Roots (2016) sia in Le notti di San Patrizio: Distorçao do Tempo (2021), album che ha dilatato vieppiù la tavolozza della musicista brasiliana in chiave afro-europea.
Adesso ci presenta questo gustoso Cantigas, undici brani di arcaico animismo pregno di musicalità vivida e ritmicamente palpitante, figlia di quei canti sacri, di cultura orale, che gli schiavi portarono nel nuovo continente. Opera a suo modo sperimentale, con ancora al centro Motha’ Africa e tutte le sue ramificazioni, in una riuscita commistione di antico e moderno. Al giusto dosaggio di queste due dimensioni contribuisce la sapiente opera creativa dei musicisti coinvolti: Daniele Santimone alle chitarre e al basso, Maurizio Piancastelli all’elettronica e alla tromba e Roberto “Red” Rossi alla batteria e alle percussioni.
Dopo Ramunha, ouverture tra batucada ed echi del Miles più cosmopolita, ecco EXU, in cui pare che gli spiriti di Cesária Evora e di Miriam Makeba avvinghino il mood di Maria Bethânia. Sono invece le atmosfere care a Hermeto Pascoal (e Amaro Freitas) a permeare la Ogum Suite, mentre in Logunedè sembra proprio che il mondo di Naná Vasconcelos flirti con quello di Milton Nascimento, creando un impasto di primigenia psichedelia. A metà strada tra le estetiche di Alì Farka Touré e di Tom Zé è Oriki a Obaluaye, che vede (oltre a grandi momenti di jazz dovuti alla tromba di Piancastelli e al sax tenore dell’ospite Léo Gandelman) una coesione che deve molto a Santimone e Rossi.
Di sostanza più tenue e crepuscolare è Oxumarè, memore dei fasti della coppia Airto Moreira + Flora Purim, a differenza di Nanã, che starebbe bene in un disco di Monica Salmaso, dove la Costa carezza l’anima con la sua evocativa voce, delicatamente supportata dalla chitarra e dal magico violino di Schili Alma Napolitano. E se Mikaia (Yemanja) è puro folklore bahiano, Oxum è esplosione di vitalità in cui valore aggiunto è certamente il sintetizzatore del grande Alfonso Santimone, fratello di Daniele.
Curioso l’episodio di Surpresa, aperto dal Rhodes di Rossi e reso unico dal canto di Silvia Donati e dal parlato di Nilza (e dai sicuri svolazzi della tromba). Cala il sipario su Final Ramunha, riproposizione bailada del desfile de samba iniziale. In conclusione, un fatato omaggio di una grande artista alle divinità orishas.


