La locandina di questo evento, che nel 2026 tocca per la prima volta la città di Milano (dopo essere partito nel 2023 da quella di Roma), ha attirato la mia attenzione. Innanzitutto, perché si tratta di un «controfestival», alternativo a quello più celebre della riviera ligure, e poi perché uno dei due organizzatori, essendo l’altro Ezio Guaitamacchi, è Luigi Grechi, fratello maggiore di Francesco De Gregori (Grechi era il cognome da nubile della madre Rita, insegnante di lettere) nonché cantautore da sempre innamorato del country americano, amico di vecchia data del Buscadero e Paolo Carù. Ho colto la palla al balzo per fare due chiacchiere con lui, artista indipendente integro come pochi, il cui percorso, oltre a intrecciarsi inevitabilmente con quello di Paolo, l’ha visto realizzare opere di qualità e anche scrivere uno dei grandi successi del fratello, quella Il bandito e il campione con cui Il Principe ottenne, nel 1993, la Targa Tenco.
Ciao Luigi, ci siamo visti qualche anno fa, quando venisti a Gallarate, da Carù, per un concerto acustico molto intimo. Com’era nata la tua amicizia con Paolo?
Devi sapere che io ho lavorato per anni alla Biblioteca Sormani di Milano. La biblioteca aveva una ricca collezione di dischi e così, per arricchirla di qualche titolo country (da sempre la mia passione), cominciai a recarmi in quel di Gallarate, da Paolo, per acquistare un po’ di album. All’inizio non mi vedeva di buon occhio, perché la Sormani adottava un pagamento dilazionato, ma poi, viste le corresponsioni regolari, tutto si appianò. Fui davvero sorpreso dalla qualità delle sue recensioni riguardanti i miei dischi e dal suo metro di giudizio. Una volta mi disse, «Ascolto il disco una volta, per la prima impressione; poi lo riascolto subito, con maggiore attenzione; la terza volta, lo ascolto dopo qualche giorno e solo allora emetto il mio giudizio». Questo è davvero sintomo di serietà nei confronti dell’artista! Per cui sono stato felice di essere ammesso alla sua «corte»… negli anni, condividendo le stesse radici musicali, siamo rimasti amici.
Parlami della tua esperienza con i giovani del Folkstudio, a Roma.
Ero molto amico di Giancarlo Cesaroni, co-fondatore e gestore per oltre 30 anni del Folkstudio. La domenica mi affidava la gestione del locale e fu così che invitai molti amici, tra i quali mio fratello Francesco. E con lui tanti altri cantautori in erba che formarono un gruppo informale, i cosiddetti «giovani del Folkstudio». Alcuni anni dopo la morte di Cesaroni, mia moglie, che era stata una sua collaboratrice, ebbe l’idea di costituire un’associazione culturale chiamata I Giovani del Folkstudio per valorizzare i giovani artisti di Roma. Che una volta al mese salgono sul palco, insieme a me, per presentare le loro canzoni.
E questo «controfestival» che avete chiamato Noi non ci Sanremo, come nasce?
Più che un «controfestival» in polemica con Sanremo, è una garbata contestazione… l’abbiamo inaugurata a Roma, nel 2023, inizia in parallelo al Festival di Sanremo e cerca di valorizzare cantautori, giovani e meno giovani, fuori dall’orbita dell’industria discografica ma secondo noi importanti quanto i sedicenti big della kermesse ligure. Non ho potuto fare a meno di notare come Sanremo sia da anni infarcito di canzoni d’infimo livello, con pochi grandi autori e presentatori assurti ai ruoli di personaggi principali. Per non dire degli ospiti, spesso invitati per finalità promozionali con poco, pochissimo a che fare con la musica. Allora, abbiamo provato a vedere cosa ne pensasse il pubblico, della nostra piccola contestazione, e il successo è stato notevole.
Infatti quest’anno sarete al Teatro Garbatella di Roma il 24/02, e due giorni dopo a Milano, presso l’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare [ingresso libero con prenotazione in ambo i casi, si parte alle lore 21:00, ndr].
Sì, arriviamo a Milano, città che amo e in cui ho vissuto per anni. Frequentandola anche per motivi discografici: era la capitale della musica pop. Grazie all’aiuto e all’interessamento dell’amico Ezio Guaitamacchi, abbiamo finalmente una tappa meneghina. Per allestirne il cast ho lavorato anche con Claudio Sanfilippo, che conosco da 50 anni. Se ci venite, sono sicuro farete anche delle belle scoperte: nuove generazioni e cantautori più maturi, ma sempre di qualità.
Quali sono i tuoi progetti artistici?
Ormai ho appeso la chitarra al chiodo e preferisco essere soltanto un autore. Però ho un sogno nel cassetto: mi piacerebbe che potesse uscire un disco con le mie canzoni cantate da altri.
Che musica ascolti ora e quali sono i cinque dischi della tua vita?
Ora ascolto molta musica jazz e classica da camera. Ma ovviamente anche tex-mex, il country classico come quello di Bill Monroe. Lo spessore della musica folk mi sembra diminuito. Per quanto riguarda i cinque dischi ti posso dire uno di Tony Rice, uno del mio buon amico Peter Rowan, un disco di musica del Madagascar (mia scoperta recente) e poi, ovviamente, John Prine, ma anche Bob Dylan e Paul Simon.
Grazie mille e buona fortuna per la doppia edizione 2026 del tuo Noi Non Ci Sanremo!
Grazie a voi del Buscadero, continuate così, sulle orme di Paolo e nel ricordo di Carlo Carlini, due personaggi che hanno dato un contributo fondamentale nella diffusione della buona musica rock e country.




