Now We’re Getting Somewhere: le molte vite dei Crowded House

Marco Verdi
19 minuti di lettura

Tra i gruppi australiani più popolari di sempre, i Crowded House, nel corso di quasi quarant’anni di attività, hanno passato più tempo separati che insieme, riuscendo però a ritrovare il successo ad ogni reunion: vediamo come. 

Quando in ambito musicale si pensa all’Australia sono due i nomi di gruppi che vengono subito in mente: AC/DC e Bee Gees. Nessuna delle due band è però direttamente originaria della terra dei canguri, essendo i fratelli Angus e Malcolm Young nati a Glasgow ed i tre Gibb Brothers nell’isola di Man, ed emigrati tutti in tenera età verso il nuovissimo mondo. C’è però un terzo nome, meno noto nel resto del pianeta, ma popolarissimo in patria (al punto che i loro album, quando vanno male, si classificano al secondo posto), nonché australiano al 100%: i Crowded House.

Formatisi nel 1985 a Melbourne per iniziativa del neozelandese di nascita Neil Finn e del batterista Paul Hester (già insieme negli Split Enz), ai quali si uniscono il bassista Nick Seymour (anche apprezzato artista grafico, ed infatti sarà l’autore di tutte le copertine del gruppo) e per un brevissimo periodo il chitarrista Craig Hooper, i quattro all’inizio decidono di chiamarsi The Mullanes. Ottenuto un contratto con la Capitol che era rimasta colpita dalle loro esibizioni, il trio (Hooper dà subito forfait) parte per Los Angeles al fine di realizzare il disco di debutto con l’etichetta che fa pressione su di loro perché cambino nome, cosa che avviene quando Finn, constatate le condizioni di scomodità in cui i tre vivono nel piccolissimo appartamento preso in affitto sulle colline di L.A., decidono di ribattezzarsi Crowded House.

Il loro esordio, l’omonimo Crowded House (****), esce nell’agosto del 1986, ed inizialmente ottiene ben poca promozione dalla Capitol che non si dimostra molto colpita dai risultati. Questo almeno fino a quando il singolo Don’t Dream It’s Over, una fluida ed orecchiabile pop ballad dal ritornello vincente, comincia a venire programmata un po’ ovunque in radio, volando alto in classifica e trascinando l’album al primo posto in Australia ed al dodicesimo negli Stati Uniti (e rimanendo ancora oggi il loro brano più popolare, anche in Italia grazie alla cover Alta Marea ad opera di Antonello Venditti).  Crowded House è un disco che rivela fin da subito la peculiarità del trio, autore di un pop-rock fruibile e disimpegnato, quasi sempre solare anche nelle ballate, con un occhio alle influenze irlandesi di Finn (autore principale della band), ed un uso minimo del synth nonostante siamo nel pieno degli anni 80. Davvero minimal anche il look del trio, delle vere e proprie anti-star con facce da persone comuni, del tipo che non riconosci se incontri per strada. Prodotto dal futuro luminare Mitchell Froom, il disco oltre alla citata Don’t Dream It’s Over presenta brani coinvolgenti come il folk-rock con fiati Mean To Me, la cadenzata ed orecchiabile World Where You Live, la saltellante Now We’re Getting Somewhere, il funk-rock elettrico Love You ‘Til The Day I Die, la tersa Something So Strong e l’immediatezza dell’incalzante Can’t Carry On e della rockeggiante Tombstone.

L’immediato successo del disco e l’ottimo riscontro del tour seguente porta i nostri a bissare il positivo esordio due anni dopo con Temple Of Low Men (***1/2), che come spesso capita in queste occasioni si rivela un lavoro molto simile al precedente, con il gruppo che preferisce andare sul sicuro senza rischiare (e con Froom ancora in consolle). Ma le idee non mancano e le belle melodie neppure, ed il disco risulta godibilissimo ancora oggi, dalla sinuosa ed intrigante I Feel Possessed, dal refrain contagioso, al funky annerito della potente Kill Eye, passando per la soffusa (e beatlesiana, i Fab Four sono senza dubbio l’influenza principale per Finn e compagni) Into Temptation, la solida rock song Mansion In The Slums, l’elettroacustica Love This Life, che curiosamente ricorda certe cose dei Fleetwood Mac (un nome che ritroveremo in seguito), il delizioso e swingato folk-rock Sister Madly, con un cameo di Richard Thompson alla solista, per finire con la ballata Better Be Home Soon, ad oggi il singolo dei CH di maggior successo in Australia, anche più di Don’t Dream It’s Over.

Al termine dell’immancabile tournée a supporto del disco il gruppo decide di prendersi una pausa, e Neil inizia a lavorare con il fratello Tim Finn (anche lui ex Split Enz) ad un album a nome Finn Brothers, lasciando poi un attimo da parte il risultato e concentrandosi con Hester e Seymour sul seguito di Temple Of Low Men. Inaspettatamente però la casa discografica rifiuta le canzoni proposte, affermando di preferire di gran lunga quelle incise da Neil e Tim: il leader chiede quindi al fratello il permesso di poterle usare e l’altro glielo concede a patto di poter entrare a far parte della band, che da questo momento diventa dunque un quartetto. Il risultato (di nuovo prodotto da Froom) esce nel 1991 con il titolo di Woodface (****), una chiara e palese dimostrazione che la Capitol ci aveva visto giusto dal momento che l’album è uno dei migliori dei CH, un disco maturo e completo con alcune delle canzoni più riuscite del songbook di Neil (e Tim) Finn, come lo squisito R&B dell’hit single Chocolate Cake, la fresca pop song It’s Only Natural, l’intrigante Fall At Your Feet, ancora oggi tra le più belle del gruppo, il solare slow dalle influenze caraibiche Weather With You (che sarà infatti ripresa nel 2006 da Jimmy Buffett) e quello in zona Beatles di Four Seasons In One Day, le atmosfere vintage della bella She Goes On ed episodi più rockeggianti come There Goes God e Fame Is.

Verso la fine del Woodface Tour, Tim Finn abbandona il gruppo, che lo sostituisce in fretta e furia con il polistrumentista Mark Hart, che oltre a fungere da supporto entra a far parte in pianta stabile della band. Non è l’unica svolta, in quanto Neil decide per il prossimo lavoro di avvalersi della produzione di Youth (al secolo Martin Glover), il quale dona ai nostri un tocco di modernità pur rispettando al 100% il loro stile, con il risultato di fare di Together Alone (1993, ****) il miglior album dei Crowded House per molti dei loro fans. Il disco ha un suono più rock, con le chitarre in maggior risalto, e dal canto loro Finn e soci contribuiscono con più di un brano di livello importante, tra cui la stupenda ed ariosa pop song d’apertura Kare Kare (una vera bellezza), il mezzo punk-rock di In My Command, l’insolito ma riuscito ricorso alla psichedelia in Black And White Boy, l’affascinante rock ballad Fingers Of Love, la godibile e coinvolgente Locked Out, la suggestiva Private Universe, con le sue percussioni alla Peter Gabriel, il gradevole singolo Distant Sun, la cristallina pioggia di note acustiche in Catherine Wheels e l’emozionante ballata tribale con coro Maori Together Alone.

Il solito ottimo successo del disco (soprattutto in patria) non ferma lo scorrere degli eventi: verso fine tour Hester torna in Australia per la nascita del primo figlio, e successivamente lascia il gruppo per stare di più con la famiglia, mentre nel 1995 Neil e Tim danno finalmente alle stampe Finn, il loro album a quattro mani. Ma Neil ha capito che la stabilità della band sta scricchiolando e nel 1996 in una conferenza stampa annuncia il suo scioglimento, non prima di aver approntato un tour d’addio ed un greatest hits intitolato Recurring Dream (****), con tre pezzi nuovi di zecca tra i quali la suadente Not The Girl You Think You Are, decisamente lennoniana.

Durante il periodo successivo alla separazione il più attivo è prevedibilmente Finn, con due album solisti in studio ed altrettanti dal vivo più un nuovo lavoro con il fratello Tim, mentre Hester e Seymour restano più defilati collaborando più che altro come sessionmen a progetti altrui. Per tenere viva l’attenzione nel 1999 la Capitol pubblica Afterglow (***), disco interamente formato da inediti e rarità che risulta piacevole e ben costruito, anche se non rivela nessun vero «lost masterpiece». Sette brani provengono dall’abortito progetto iniziale di Woodface, quello scartato dalla casa discografica, tra i quali sono da segnalare la fresca pop song I Love You Dawn e l’ottima e folkeggiante Time Immemorial. Tre sono le outtakes da Together Alone, tra cui la buona rock song dagli elementi psichedelici I Am In Love ed il folk-rock della godibile Anyone Can Tell, mentre tra i pezzi rimanenti spiccano l’energica Recurring Dream del 1985 (e quindi una delle prime incisioni del gruppo) e Help Is Coming, frutto di una poco nota session del ’94.

Nel 2005 la tragedia improvvisa: Paul Hester, da anni in lotta con una brutta forma di depressione, viene trovato impiccato ad un albero in un parco vicino a casa, causando prevedibilmente uno shock fortissimo nei suoi ex compagni, i quali per onorarne la memoria l’anno seguente decidono di dare alle stampe Farewell To The World (****), ottimo live album registrato alla Sydney Opera House durante il tour d’addio di dieci anni prima. I ripetuti incontri per metter a punto la produzione del disco fa tornare la voglia a Finn, Seymour e Hart di fare musica insieme, e dopo aver reclutato il batterista americano Matt Sherrod al posto di Hester annunciano, per l’entusiasmo dei fans, l’attesa reunion dei Crowded House, iniziando nel contempo a lavorare ad un nuovo disco (con canzoni che inizialmente dovevano far parte di un nuovo progetto solista di Finn) con la produzione di Ethan Johns e, in quattro brani, del noto Steve Lillywhite.

Time On Earth (***1/2) esce nel 2007 e mostra un gruppo che nonostante le mille peripezie non ha perso lo smalto, anche se durante i 58 minuti di durata (il loro disco più lungo) non tutto è allo stesso livello e si nota un leggero sbilanciamento verso i pezzi lenti. Ma dopo più di dieci anni era contemplato anche il rischio delusione, ed il fatto che ciò non si concretizzi si capisce subito da Nobody Wants To, squisita e malinconica ballata posta in apertura, seguita dai due singoli Don’t Stop Now e She Called Up, solare e dal ritmo incalzante la prima e deliziosamente divisa tra pop e R&B la seconda. Tra i diversi brani all’altezza del passato dei CH meritano un cenno l’intenso slow pianistico Pour Le Monde, il jingle-jangle sound del folk-rock Even A Child, scritta e suonata con l’ex Smiths Johnny Marr, la potente rock ballad Silent House, composta invece da Neil insieme alle Dixie Chicks al completo, l’incantevole pastiche elettroacustico English Trees. E perdoniamo al quartetto la commercialata dell’insulso funky-pop Transit Lounge e l’eccessivamente languida You Are The One To Make Me Cry.

Time On Earth vola prevedibilmente in vetta alla classifica australiana, e lo stesso fa tre anni dopo il suo seguito Intriguer (***), prodotto stavolta da Jim Scott, altro nome di primo piano essendo stato nel recente passato un pluripremiato tecnico del suono (con collaborazioni che includono Tom Petty, Santana, Robbie Robertson e le già citate Dixie Chicks). Intriguer si rivela però un buon disco ma non un grande disco, con una certa stanchezza compositiva che affiora qua e là anche se non mancano le zampate (insomma, la musica brutta è un’altra cosa). Il singolo Saturday Sun è piuttosto rock e riesce nel suo intento anche se non è tra i migliori 45 giri del gruppo; Archer’s Arrows, guidata dal piano elettrico di Hart, è intrigante e riuscita, così come le rock ballads Amsterdam, buona, e Twice If You’re Lucky, ottima, il power pop chitarristico Inside Out e la suadente Even If. Per contro Either Side Of The World, Falling Dove, Isolation e Elephants sono dignitose ma troppo blande e mostrano un po’ la corda.

Dopo un’antologia abbastanza inutile (The Very Very Best Of Crowded House) ed un tour a supporto di Intriguer che si chiude nel 2011, i Crowded House piombano nel silenzio quasi assoluto per un altro quinquennio, una seconda separazione de facto anche se stavolta non ci sono annunci ufficiali. Poi nel 2016 Finn rimette insieme l’ultima lineup della band aggiungendo anche il fratello Tim per una serie di concerti ancora alla Sydney Opera House, e la Capitol ripubblica tutta la discografia dei nostri in eleganti cofanetti doppi con una valanga di materiale inedito e rarità assortite. Quando sembra che i CH siano quindi pronti per ripartire, ecco la sorpresa delle sorprese: Neil Finn viene chiamato (e lui accetta) insieme all’ex Heartbrekers Mike Campbell a sostituire Lindsey Buckingham nei Fleetwood Mac per gli appuntamenti dal vivo dal 2018 in poi, ma senza nuove registrazioni in studio. Una scelta strana e poco coerente con il passato dei Mac (anche se non è la prima volta, chi ricorda la versione del 1995 con Dave Mason e Bekka Bramlett?), anche se la morte nel 2022 della storica componente Christine McVie sembra aver scritto la parola fine alla storia del gruppo anglo-californiano. Nel frattempo sia Hart che Sharrod decidono di uscire dai Crowded House, e Neil decide pertanto di riformare la sua creatura per la terza volta insieme a Seymour, chiamando i figli Liam ed Elroy Finn e addirittura Mitchell Froom, che da loro ex produttore (ma non solo, negli anni si è affermato come uno dei più richiesti producers a livello mondiale) diventa a tutti gli effetti membro effettivo dalla band.

Il Covid ritarda l’ingresso in scena ufficiale dei nuovi CH, che avviene però nel 2021 con il riuscito Dreamers Are Waiting (***1/2), un disco che delizia i fans ancora di più di quanto aveva fatto nel 2007 Time On Earth, grazie ad una produzione perfetta ed alla presenza di diverse ottime canzoni nel tipico stile del gruppo. Gli highlights sono più d’uno, a partire dall’iniziale Bad Times Good, ballata distesa ed affascinante, e proseguendo con la roccata Playing With Fire, la solare ed irresistibile To The Island, le raffinate Sweet Tooth e Show Me The Way, entrambe caratterizzate da un arrangiamento pop perfetto in cui c’è sicuramente lo zampino di Froom, l’impeccabile Goodnight Everyone, ballata dal sapore californiano che risente senza dubbio del periodo passato coi Fleetwood Mac, e la splendida ed ariosa Start Of Something, che non avrebbe sfigurato neppure in Woodface.

Se Dreamers Are Waiting è un ritorno coi fiocchi, ancora meglio è il suo seguito Gravity Stairs (****), uscito nel maggio del 2024 e ricco di atmosfere di stampo acustico e di canzoni brillanti ed arrangiate in maniera splendida, che ne fanno il disco migliore di Finn e soci negli anni Duemila. Dal momento che i Crowded House sono praticamente diventati un affare di famiglia, con Neil Finn e figli al comando (e con Seymour e Froom fedelissimi compagni di viaggio), possiamo quindi aspettarci tante altre belle canzoni in futuro, da parte di una band che negli anni ha dato lustro musicale all’Australia come poche altre.

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