Nato nel 2010 il Nox Orae Festival è un importante appuntamento musicale che si svolge nell’incantevole Jardin Roussy a La Tour de Peilz, frazione di Vevey, in Svizzera lungo le sponde del Lago di Ginevra. Tre giorni di musica in una situazione di estremo comfort e rilassamento, con diversificati chioschi per mangiare (messicano, italiano, greco, tailandese, hamburgere & hot dog) e bere, tavoli, panche, sedie e sdraio sparsi ovunque così da permettere a chi non è particolarmente interessato ai concerti di trascorrere una piacevole serata in compagnia nell’atmosfera di una festa di paese o di quartiere. L’acustica è eccellente e in qualsiasi posto ci si posiziona l’audio è perfetto.

Migliaia di persone accorse per l’edizione 2026 con teste di serie nelle tre serate i Babyshambles, Mogway e Wilco. Ogni serata comprende set di più artisti e nelle due finali, quella di venerdì e sabato, dopo i concerti la musica prosegue fino alle quattro di notte con un dj set. Mi domando come mai solo in Italia i cittadini si lamentano per il rumore della musica così che il sipario deve calare per forza entro la mezzanotte, se non prima.
Ho seguito la serata di giovedì 27 e sabato 29 agosto, riservandomi per venerdì una bella cavalcata in moto nelle valli e tra le montagne della vicina Alta Savoia, in Francia, pioggia compresa. Ma le due serate scelte si sono rivelate ottime da qualsiasi punto di vista, musicale, ambientale e in completo rilassamento, senza nessuna sofferenza come spesso succede da noi in simili contesti. Si poteva tranquillamente girare per il parco e nello spazio di fronte al palco senza stress, calche, cellulari davanti agli occhi (una cosa che ho notato l’assoluta non fobia da foto, rari gli smartphone in azione, in qualche momento mi sono trovato in imbarazzo farne qualcuna per il reportage). Pubblico educato insomma, tanto che con Wilco mi sono trovato nell’ultima mezz’ora di show sotto il palco senza sgomitate e sguardi in cagnesco; tante le donne presenti, età media generale 40/50 anni ma anche parecchi over, come il sottoscritto.

Mi interessava vedere Kurt Vile and The Violators, messo prima di un bolso e patetico Pete Doherty che con i Babyshambles ha inscenato un fiacco e teatrale set di brit-pop a tratti cabarettistico, in qualche momento addirittura ridicolo. Per quanto ho sentito perché non ho resistito molto e me ne sono andato quando ancora l’esibizione non era finita. Ma molto pubblico era lì per loro. Presentata come un epigone di Cat Power, Lea Ramirez è salita sul palco alle 19 precise per un set minimalista ed impalpabile che potrà piacere ai cultori dell’indie più intimista, ma sia seduta al piano elettrico sia con la chitarra ha mostrato evidenti tratti di monotonia tali da non far capire quando finiva una canzone e ne cominciava un’altra. Voce lagnosa col solo merito di fare un folk talmente evanescente da non dare nemmeno fastidio. Tutt’altra storia quando sale sul palco Kurt Vile coi suoi Violators per un set che lo stesso ha presentato come New Philly Sound, con l’aplomb dell’anti-star per eccellenza mentre accordava una delle tante chitarre usate in concerto. Camicia a quadri su una t-shirt con disegni, jeans e capelli lunghi, con poche parole e tanta musica Kurt Vile ha portato al Nox Orae le sue ballate circolari che tornano su sé stesse creando un effetto ipnotico e dondolante, tanto che a guardare attorno era tutto un dondolio di corpi che si muovevano attorno alle sue canzoni penetranti seppure di elargite con basso profilo. Eccellente chitarrista, ha usato Gretsch, SG Gibson, Fender Jaguar, acustica senza concedere assoli plateali ma creando un mood che dal soul (un soul che non ha nulla da spartire con la tradizione classica della sua Filadelfia) scivolava in un ondivago folk-rock per poi sfilacciarsi in un rumore rock degno dei Crazy Horse. Dolcezze e un acidulo sferragliare elettrico, in qualche momento il suo rock venato di psichedelia mi ha ricordato quello di Robyn Hitchcock, anche se alla lunga viene fuori il suo essere americano, complici anche dei Violators che suonano con un batterista che non disdegna un approccio quadrato e black, un bassista diligente che talvolta siede alla tastiera pur essendoci già un tastierista ufficiale e un chitarrista dall’età indefinibile che sembra il ragazzo della porta accanto ma potrebbe essere il serial killer della storia. È l’ultimo lavoro di Vile, Philadelphia’s Been Good To Me, il protagonista della serata, con Red Room Dub, 99 Bpm, Rock o’ Stone, Chance To Bleed, Avalanche of Snow e altri titoli. Niente bis, ma un’ora e mezza di benessere senza enfasi e giochi d’artificio, tutta sostanza.

Nella serata di sabato aprono i Glaascats, un trio svizzero con chitarrista che si alterna alla voce con una bassista dai capelli fluenti e dietro loro un batterista che picchia compassionevole. Il loro è un rock liquido e luminoso, suggestivo e lievitato in melodie eteree, per nulla malvagio, una carezza sulla pelle. Tutto il contrario del set dei Dog Race di Bedford, periferia di Londra, un quintetto che si appoggia sul cantato gutturale di Katie Healy, tutta vestita di rosso e artefice di un’ intensissima prova vocale che ha come modello PJ Harvey, ma capace di trascinare il gruppo in un post-punk dalle atmosfere gotiche, dark e ipnotiche. Usano arrangiamenti essenziali guidate dalle tastiere e dai taglienti giochi di chitarre, lambiscono i Cure in qualche brano, ma è il magnetismo della loro cantante a conquistare, come fosse la colonna sonora di un thriller o di un film dell’orrore. Molti gli applausi. Mai come quelli conquistati da Wilco nelle due ore del loro set, conclusosi con una ovazione in grado di riportarli sul palco per un lungo e devastante encore con in sequenza Spiders (Kidsmoke), I Got You e una delirante Outta Mind (Outta Sight). Cominciano il set in modo bruciante e senza appello per via di Art of Almost dove Nels Cline infila il suo assolo elicoidale che porta la canzone tra avant-guarde e free jazz. È uno schema che si ripete in altri numeri, la variabile impazzita di canzoni mai scontate e prevedibili, capaci di mutazioni improvvise che non danno mai la sensazione di essere definite, inebrianti e calibrate tra estasi e follia senza passare dallo psicanalista e perdere la via di casa, usando il drumming di un batterista mostruoso (Glenn Kotche), un bassista (John Stirratt) che sa il fatto suo, un tastierista che dietro le quinte cuce i filamenti di un sound che oscilla tra pace ed apocalisse e un Pat Sansone che risponde a Cline nel modo più logico possibile, facendo vibrare le corde della sua chitarra come nel più veemente rock n’roll e senza dimenticarsi di accompagnare Jeff Tweedy quando si abbandona alle sue ballate stralunate, tra California Stars, Jesus Etc, I’m Always In Love, di un country&western a suo modo destrutturato. Ed è cosi che Tweedy prende in mano il concerto, sedando le improvvisazioni di Cline e portando gli ascoltatori nell’America di Via Chicago, Handshake Drugs e Box Full of Letters, una delle due riprese del primo album A.M (l’altra è It’s That Just Simple). Quando è il momento della stratosferica versione di Impossible Germany, divisa tra la serenità quasi bucolica dell’inizio e il caos controllato ed elettrico del finale, il pubblico non va nella Confederazione Tedesca ma direttamente in Paradiso e il set si impenna in una grandiosa ulteriore ora di musica ad alto tasso emotivo, offerta dalla più originale rock band dei recenti anni Duemila. C’è spazio per i titoli di A Ghost Is Born e Yankee Hotel Foxtrot, gli album più saccheggiati ma anche qualche briciola di Schmilco, Cousin e Cruel Country, prima che il tripudio generale li richiami e lasci addosso il sentore che certe cose vanno vissute quando è il momento perché il domani è un’ incognita e i Wilco non sono replicabili. Per il sottoscritto i concerti torinesi degli ultimi vent’anni rimangono irraggiungibili, ma anche qui al Nox Orae hanno sfiorato il top, si sono divertiti (e noi con loro), hanno scherzato col pubblico trasmettendo un’ empatia della quale l’ombroso Tweedy credevo non essere capace.

Tanto magnifici da non avere più energie per il rock sperimentale dei seguenti Wolfer (inizio set 12.45) per cui me ne vado, salgo sulla moto e nel buio della notte e in strade sconosciute percorro una ventina di km per raggiungere uno degli alberghi accessibili della ricca Svizzera francese.


