Nulla è andato perso. Frammenti sonori, schegge dei primissimi Litfiba che diventano il germoglio per nuovi progetti (Mephisto Ballad), linee di basso che, in maniera inaspettata, diventano l’ossatura di Sonatore di basso, elegante volume edito da Libri Aparte. Musica e parole, o meglio – memorie (di un sonatore di basso) – di quarant’anni che risuonano ancora con immutata forza. Anni vissuti dando forma e sostanza ad alcune delle avventure più entusiasmanti della musica alternativa italiana. Litfiba, CCCP, CSI, PGR, senza contare l’intensa attività di produttore e gli altri progetti in cui è stato coinvolto. Nulla è andato perso si diceva: nemmeno il suo strumento. Il suo basso, l’Attilio, diventato combustibile per altre collaborazioni, altre idee e, grazie a un’azione di crowdfunding, patrimonio comune di Contempo. Quella di Gianni Maroccolo è una storia più unica che rara nel panorama italiano, che ha spinto qualcuno ad “enciclopedizzare”, con il Maroccolario, la sua lunga carriera. Il bassista si racconta in una lunga intervista concessa a Buscadero. Ad emergere, in mezzo a una miniera di aneddoti, ricordi, sensazioni, una certezza: nulla è andato perso. Appunto.
Memorie di un Sonatore di Basso (Libri Aparte) è la tua versione di decenni di musica, vissuti da protagonista e con una coerenza e un’onesta uniche…
Credo che sia una fotografia di incontri speciali con persone con cui ho affrontato e condiviso pezzi di vita, convergenze che ci hanno portato a fare musica assieme. Memorie di un sonatore di Basso è la fotografia di un momento in cui doveva uscire il Sonatore di Basso, questo enorme volume che contiene oltre 100 trascrizioni di linee di basso su spartito e tablature. Il Sonatore di Basso è un’iniziativa che deve molto a Mur Rouge, un appassionato del mio modo di suonare. Con la casa editrice Libri Aparte si è pensato di allegare un volume più piccolo di riflessioni, spunti e aneddoti sulla genesi di alcune canzoni. Sono riaffiorati ricordi, alcuni dei quali a fuoco, altri avvolti nella nebbia, perché sono cose accadute molti anni fa. Si è aggiunta qualche riflessione sul presente, sulla musica, sulle scelte di suonare uno strumento come il basso ed è venuto fuori questo volume che io non riesco a giudicare ma a quanto sembra, stranamente, sta piacendo e sono felice.

Come è piaciuto tanto anche il Maroccolario. Credo che sia – oltre che motivo d’orgoglio – anche una cosa strana essere in qualche modo “enciclopedizzato”…
Il Maroccolario è stato l’incontro con Libri Aparte, la prima pubblicazione insieme, ed è dovuta ad un altro appassionato di musica, collezionista, Giuseppe Pionca, a cui è venuto in mente di fare questo progetto. L’idea, come spesso accade, venne fuori a una cena dopo un concerto. Stavamo chiacchierando del più e del meno e lui disse: «Ci vorrebbe qualcosa che riassumesse tutte le cose che hai fatto, perché scommetto che non te le ricordi nemmeno te». In effetti alcune cose non le ricordavo nel dettaglio, anzi non sono stato troppo di aiuto! Pionca ci ha messo quasi tre anni a catalogare tutto, facendo un lavoro di ricerca certosino. Ogni tanto mi chiamava e mi diceva: «Ma ti ricordi quando hai registrato il basso in quel disco, se eravate in studio?» Io rispondevo: «Guarda, non mi ricordavo nemmeno di aver suonato in quell’album…» A questo punto, se penso al Sonatore di Basso e al Maroccolario mi sento gratificato e onorato. Forse mi hanno preso a cuore perché inizio ad avere una certa età…
Gianni, come dici tu «Siamo Materiale Resistente», tocchiamo ferro…
Per ora sì (ride)
A proposito di musica che diventa qualcosa di materico, fisico, vuoi per iniziative editoriali di questo tipo, vuoi per essere veicolata tramite supporti più canonici, il mio miraggio è L’Eneide di Krypton, disco non facile da trovare. Trovo che l’artwork di quell’album fosse splendido. So che hai venduto la tua prima stampa…
No, non l’ho venduta. Ancora peggio: l’ho regalata. Posseggo un archivio storico di quello che ho fatto veramente vergognoso, non ho quasi nulla. Ho qualche disco necessario, per esempio non mi priverò mai di Aprite i Vostri Occhi, 17Re dei Litfiba e nemmeno di Epica, Etica, Etnica, Pathos dei CCCP e Vdb23/Nulla è andato perso con Claudio Rocchi. Sono cose che tengo lì, come fossero nel cuore. Sono una persona che si affeziona molto più alle persone, ai ricordi che non all’elemento materico in sé stesso. Di alcuni vinili, tra cui L’Eneide, mi spiace non averne copia, perché avevano la grande capacità di comunicare qualcosa anche a livello grafico, di immagine. Se avessi in casa quel vinile lo esporrei sicuramente. In quel senso mi affeziono. Ho molti poster, manifesti storici, ma sulla musica devo dire che sono sempre stato una schiappa. Ho sempre regalato tutto. Questi progetti ultimi che hanno a che fare con l’editoria, Il Maroccolario, Il Sonatore e Memorie di un Sonatore di Basso sono cose di cui non mi priverò mai. Il tutto è dovuto ad un progetto nato dalla passione, dal desiderio di fare arte in un momento di mutazioni, dove – probabilmente – si tende ad altre cose. Il crowdfunding è stato un successo clamoroso: siamo riusciti a coprire tutti i costi di produzione. Infatti, Libri Aparte non ha lesinato: carta di pregio, copertine stupende. Si è pensato anche di provare a fare qualche presentazione. Ci siamo inventati una formula “ibrida” tra, appunto, una presentazione, un concerto, dove ci sono due bassi che suonano, la voce di Andrea Chimenti che a volte canta e a volte narra, un po’ di chiacchiere con il pubblico e la presentazione del progetto di Libri A Parte. Queste serate sono sorprendenti perché si stanno rivelando una più bella dell’altra e continuano ad aggiungersi date.
Per noi fan l’esperienza della Trilogia è stata importantissima: dopo quei concerti in molti si aspettavano un album di inediti del nucleo storico che non è mai arrivato…
La reunion di Trilogia è stata una di quelle cose che capitano quando pensi che non possano accadere più. L’idea iniziale era di fare una manciata di concerti con la formazione storica e con gran parte del materiale di 17Re e di quel decennio. Quando è emersa questa possibilità ho accettato di buon grado. Non ho “sassolini nelle scarpe” rispetto a quel progetto. Inoltre, credo sia un atto dovuto innanzitutto nei nostri confronti: in quei 10 anni insieme abbiamo realizzato, secondo me, cose importanti, e non a caso sono rimaste e continuano a resistere e ad essere riscoperte nel tempo. Credo anche che fosse un atto dovuto nei confronti di tutti coloro che ci hanno permesso in qualche modo di vivacchiare, più o meno decentemente, di musica. Come spesso accade, si è iniziato con l’idea di fare un paio di concerti, poi si è visto che – per come era partita la cosa – due sole date non sarebbero state sufficienti. Così ne abbiamo fatte 17, non a caso. Abbiamo concluso in bellezza in una Piazza San Carlo a Torino gremita. Una cosa indimenticabile. Per me sono state 17 feste, devo essere sincero. Vissute anche fra di noi in sala prove in maniera meravigliosa. Ci siamo ritrovati dopo oltre 20 anni ed è stato come se si fosse fatta l’ultima prova insieme il giorno prima. Attaccati gli strumenti i pezzi sono venuti in automatico. È stata una scelta azzeccata quella condivisa da tutti di non stravolgere quei brani. Ci sembrava giusto artisticamente ricreare quell’atmosfera. Dopodiché non è un mistero: ho sempre avuto un sogno, continuerò a coltivarlo – con serenità ovviamente – sia per i Litfiba che per i CSI. Ancor più della dimensione della reunion e dei concerti, che prevede fare tour più o meno celebrativi, mi stimola l’idea di rimettersi in circolo con gli strumenti in mano e vedere oggi cosa siamo in grado di tirar fuori. Senza impegno: uno si rivede con gli altri, investe 20 giorni della sua vita, cercando di comporre insieme. Se ci rendiamo conto che non è plausibile e che quello che esce non ci soddisfa, si butta tutto in un cestino e ci siamo regalati alcuni giorni insieme a fare musica. All’epoca della reunion probabilmente non fu possibile. Non c’è stata una condivisione relativamente a questa cosa. Si era provato a rifare l’ennesimo arrangiamento di 17Re, una nuova versione del brano, ma dopo due giorni abbiamo accantonato il tutto decidendo di concentrarci sui concerti, rimandando al futuro il discorso compositivo: ci siamo detti «se son rose fioriranno»…
Credo che potrebbe essere interessante fare una retrospettiva con gli Ep, Guerra, Transea, Yassassin, riunire quelle canzoni in una pubblicazione ad hoc sarebbe piuttosto interessante…
C’è del materiale musicale e un vissuto di quel decennio che vale la pena documentare in maniera seria, anche qualitativamente. Circolano cose tra i collezionisti interessanti: li ringrazio perché mi riempiono di questi bootleg, ma spesso la qualità sonora è imbarazzante. Anche provini registrati in cantina sono superiori a certe cose non ufficiali. Sono anni che dico agli altri «documentiamo storicamente questa cosa, facciamo una pubblicazione, magari senza entrare nelle dinamiche del mercato discografico. Facciamo un’operazione editoriale, da libreria, dove ognuno di noi 4 scrive delle cose. Ipotizziamo un modo di documentare il tutto rendendolo a disposizione di tutti a cifre normali, abbordabili». Questo sarebbe giusto, sia nei nostri confronti che di tutti coloro che hanno voglia di conoscere in maniera più approfondita il nostro percorso in quegli anni.
Recentemente ti sei esibito al Porte Aperte Festival a Cremona, sul palco con te c’erano anche Ginevra di Marco e Francesco Magnelli e a vedervi, in posizione defilata, Giovanni Lindo Ferretti. Mi sono immaginato subito una possibile reunion. Mentre si sta esaurendo, a mio avviso ottimamente, “il secondo tempo” dei CCCP sarebbe bello dare spazio ad una nuova fase dei CSI, anche riproponendo, in differita, la ‘staffetta’ tra le due band. So che il mio è un discorso sbagliato, ma credo che in quel progetto, nei CSI, si fosse creata una convergenza incredibile, l’incontro tra il nucleo toscano e quello emiliano… una storia unica e, a mio modo di vedere, ancora in grado di scrivere pagine di grande Musica.
È stata la terzo o quarta presentazione del Sonatore quella di Cremona. Una serata meravigliosa, con noi Ginevra e Francesco hanno suonato 3 / 4 pezzi. Giovanni dietro in quinta che guardava e avrebbe voluto salire sul palco. Credo che la storia dei CCCP sia stata grandiosa per motivi diversi, legati più a una dimensione concettuale, intellettuale. In quel caso la musica era “semplicemente” un arredo – senza nulla togliere a quelle canzoni che ho sempre apprezzato e amato: li andavo a vedere quando ero ancora nei Lifiba, quindi in tempi non sospetti. I CSI sono un’altra storia. Superficialmente è giusto parlare di continuità nei confronti del progetto dei CCCP, però in realtà lo è in parte. Dentro i CSI c’è poco dei CCCP, come c’è poco dei fuoriusciti dei Litfiba, è nata proprio una nuova storia, radicalmente diversa da quelle dei gruppi precedenti. I CSI di fatto sono una band musicale, un gruppo con la peculiarità di avere una mente come quella di Giovanni a scrivere testi, che nessuno scrive in Italia. Io e Giovanni ci siamo sempre mantenuti in ottimi rapporti: ci vediamo ogni 2 / 3 mesi. Sarebbe naturale rivederci e risuonare insieme. Il mio desiderio, che è già stato condiviso, è quello – prima ancora di pensare di parlare di concerti o di tour – di incontrarci con gli strumenti in mano e sperimentare, senza impegno, per vedere se abbiamo ancora qualcosa da dire. Radicati nel presente, con tutte le esperienze che abbiamo fatto dallo scioglimento dei CSI in poi, fotografandoci oggi per quello che siamo e per quello che è il mondo. Vediamo. È inutile nasconderlo: si sta parlando tra di noi di fare cose insieme. Ritengo che il primo passaggio dovrebbe essere quello di riprovare a fare musica insieme e vedere cosa succede. Male che vada, ci accontenteremo di fare concerti, però proviamoci.
Chi ebbe tra voi l’idea di andare a Finisterre a registrare il disco d’esordio? Su YouTube c’è un bellissimo video che documenta e racconta quei giorni dei CSI…
L’idea è stata mia e condivisa con Giorgio Canali. La Bretagna era uno dei posti che ci aveva rapito durante i tanti tour all’estero fatti negli anni Ottanta con i Litfiba. In Bretagna avevamo ancora molti contatti. Ci rivolgemmo a un nostro amico. Era il proprietario di un locale, dove ci esibimmo con i Litfiba, a Morlaix, una piccola cittadina della Bretagna che ci aveva rapito. Lui trovò per noi questo posto meraviglioso. Era il posto più assurdo per registrare, soffitti bassi, stanze piccole, però il fatto che ci permettesse di vivere in comunità come avevamo già sperimentato per Epica, Etica, Etnica, Pathos, era per noi molto più importante rispetto ad aspetti prettamente tecnici.
Parlando del presente, è molto interessante il progetto che hai condiviso con Hugo Race, vorrei chiederti come è nata questa collaborazione…
È nata sempre grazie a Giuseppe Pionca di cui si parlava prima in riferimento al Maroccolario: ci ha messi in contatto, abbiamo iniziato a sperimentare qualcosa, ci siamo piaciuti, poi è arrivata la pandemia e ha bloccato tutto, però ne abbiamo approfittato per continuare a mandarci spunti, suggestioni e per fare lunghe chiacchierate in call per conoscerci umanamente. Passata la pandemia ci siamo trovati in Italia e abbiamo dato la spennellata finale a un progetto, per ora estemporaneo, ma destinato a reiterarsi nel tempo.
Qual è il rapporto che ti lega all’etichetta Contempo?
La Contempo negli anni Ottanta era un punto di ritrovo per tutti i musicisti fiorentini. Si andava lì ad ascoltare dischi. Chiedevamo a Giampiero Barlotti, che è ancora in negozio, consigli su quello che stava uscendo. Fu anche una delle prime etichette con cui collaborammo, prima dell’Ira. Tutto il progetto di Yassassin, ad esempio, fu condiviso insieme a Contempo. In quel periodo ho addirittura sperato che Contempo e la neonata Ira trovassero il modo di fondersi per formare un’etichetta indipendente enorme, però la cosa non funzionò. Con Contempo non ci siamo mai persi di vista, c’è un’amicizia, una stima reciproca, e poi c’è un bellissimo rapporto oltre che con l’etichetta, a livello personale, anche con Alessandro Nannucci che segue la direzione artistica di tutti i progetti. Insieme alla Contempo abbiamo fatto questo progetto bellissimo, Alone, un disco perpetuo che usciva ogni sei mesi, Purtroppo dopo il quarto volume abbiamo dovuto interrompere la cosa perché nel frattempo era scoppiata la pandemia. È probabile che si riprenda in mano quel discorso. Proprio per mettere in piedi l’avventura di Alone, decisi di vendere Attilio, il mio basso storico, in maniera improvvisa decisi di fare un crowdfunding, l’hanno acquistato più di 600 persone, il basso è dentro una teca ed è visibile a tutti proprio alla Contempo.
Ho scoperto i P.G.R. in tempi più recenti. Qual è stata l’emozione nel sapere che Battiato si è preso l’onore e l’onere di rielaborare vostre canzoni?
Battiato era un’anima gentile. C’era un’amicizia e una frequentazioni con me e Ferretti che durava da anni. Fu ospite in Linea Gotica dei CSI, fece la sua chiusa di voce nella nostra versione un po’ psichedelica di E ti vengo a cercare e ha collaborato con me, anni dopo, in A.C.A.U., non ci siamo mai persi di vista. È stato un onore per noi il fatto che abbia deciso di prendere una manciata di canzoni, rielaborarle, in alcuni casi con una visione ancora più – come dire – ampia a livello compositivo. Una grande soddisfazione. I P.G.R. sono nati dalle ceneri dei CSI ma anche dal desiderio di riprovare a fare qualcosa che rimanesse, con l’intento di scrivere una pagina diversa da quella scritta da chi ci aveva preceduto, i CCCP/CSI e i Litfiba. Con i P.G.R. cercammo subito di andare altrove. Non a caso sul primo album ci fu la scelta di provare con un produttore esterno, Hector Zazou, proprio per avere un orizzonte diverso e muoverci e sperimentare in maniera differente. Il nostro primo disco, a mio modo di vedere, è stato bellissimo. Ha spiazzato un po’ di persone, ma poi piano piano avevamo trovato una nuova ragion d’essere. Se non ci fossero stati grossi smottamenti come l’abbandono di Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli, dal secondo album si sarebbe definita ancora più nitidamente una band, almeno nelle intenzioni di Ferretti, radicalmente diversa anche dai CSI. Sarebbe stata una band a due voci: Giovanni avrebbe scritto i testi e Ginevra avrebbe cantato metà disco. Poi il suo abbandono e quello di Francesco hanno modificato tutte le intenzioni migliori e abbiamo proseguito fino a chiudere con il terzo album, Ultime Notizie di Cronaca, che nella sua dimensione minimalista e molto, molto essenziale, credo sia una delle cose più belle che io abbia mai condiviso con Giovanni e Giorgio.
Tornando ai CSI: che ricordi hai di Tabula Rasa Elettrificata? Forse da quello che si può ricostruire la percezione è che foste arrivati a fine corsa, ma è stato – ammesso che fosse così – non un disco stanco, tutt’altro trattandosi di un lavoro pregno d’ispirazione…
A livello creativo, compositivo è nato in una dimensione abbastanza serena, perché si era deciso di fare un disco meno “doloroso” di Linea Gotica e non per questo più banale, anche perché non ci saremmo riusciti. Il viaggio di Ferretti e Zamboni in Mongolia aveva portato tutti a pensare che potesse essere un disco dai colori un po’ popolari, vagamente etnici, e quindi mi ricordo che attrezzammo Massimo di registratori digitali, microfoni e tutto il necessario per registrare quante più cose possibili durante quell’esperienza. Quando poi ci siamo ritrovati a Carpineti, anche lì in una specie di agriturismo che avevamo preso in affitto, Giovanni ci lesse un lunghissimo racconto per darci, in qualche modo, dell’ispirazione. Noi abbiamo sempre fatto i dischi partendo da zero: ci si trovava, si componeva, si arrangiava, si registrava. Dopo 40, 50 giorni dovevamo finire il disco e così è sempre stato. Poi quelle suggestioni ci sono, a livello di immagini, di narrazione. Paradossalmente è venuto fuori il lavoro più rock che abbiano mai fatto i CSI, tutt’altro di un album di musica etnica. Ci sono, come detto, suggestioni bellissime a livello testuale, così come campionamenti e voci registrate in Mongolia. È un Lp che ritengo molto ispirato. Ha avuto anche la capacità di sfondare, forse anche grazie a Forma e Sostanza, di uscire dalla bellissima nicchia in cui stavamo procedendo e questo credo che abbia creato, piano piano, delle rotture. Passare da teatri ai palazzetti, ai sold out, ha portato ad un aumento della pressione sul gruppo. Alla fine siamo scoppiati per quel motivo, non per mancanza di gratificazione. Credo che Tabula Rasa non abbia niente da invidiare a Linea Gotica o a Ko de Mondo.
Agli esordi, nella scena fiorentina Litfiba e Diaframma sono andati, in parallelo. Come è stato, anni dopo, lavorare con Federico Fiumani, in qualità di produttore?
È stato abbastanza naturale, l’unica cosa su cui avevamo, a volte, piccole divergenze d’opinione – non litigate sia chiaro – era sulla gestione del tempo. Io sono un lavoratore stacanovista ma in confronto a Federico sono un pischello. Fosse stato per lui avremmo dovuto lavorare in studio e registrare anche altri pezzi, mentre io cercavo di tirare fuori il massimo da ognuna delle canzoni già scritte, il tutto cercando di non snaturare la sua visone di quei pezzi. Federico è un artista che ammiro enormemente. Mi sono trovato benissimo a lavorare con lui e sono orgoglioso di quel disco: Il Ritorno dei Desideri è un album pazzesco, ha delle canzoni di un livello incredibile .
Parlando di Gianni Maroccolo produttore l’elenco è infinito, tra gli altri, Timoria, Marlene Kuntz, Statuto e tanti altri. Com’è stato questo percorso da produttore? Perché hai deciso di iniziare a produrre? Si tratta di una scelta legata a differenze sul modo di concepire la produzione ai tempi dell’Ira Records?
La molla iniziale è stata la grande sofferenza, e in alcuni casi il dolore di avere nei Litfiba una dimensione sonora, atmosferica nei dischi, mai minimamente vicina alla forza che i Litfiba avevano in sala prove o dal vivo. Veniva tutto edulcorato, le batterie acustiche venivano sostituite da batterie digitali e veniva tutto normalizzato verso un ascolto omologato in quegli anni, in linea con i trend dell’epoca. Noi avevamo un suono unico in quegli anni. C’era una differenza di vedute abissale che alla fine mi ha fatto abbandonare il gruppo, una delle ragioni principali è stata questa. Ho investito molto del mio tempo a cercare di imparare il più possibile tutti i vari aspetti che si sono attorno a un musicista, a partire dalla contrattistica, alle edizioni, a un concerto, alla redazione di un comunicato stampa a cose più specifiche e riferibili alla musica, quindi gli arrangiamenti, la produzione artistica. Prima di pormi di traverso, come poi successo nel periodo di 17Re, ho voluto capire e approfondire tutta una serie di cose. Per cercare una forma di “non belligeranza” Alberto Pirelli (produttore storico dei Lifiba e fondatore dell’etichetta Ira) mi fece produrre alcune cose, tra cui il disco d’esordio dei cagliaritani Joe Perrino and the Mellwotones e del autore greco Georges Carantonis, forse per farmi sfogare. Paradossalmente, per certe cose sono anche grato ad Alberto per avermi costretto a fare determinate scelte nella mia vita. Con gli artisti che ho prodotto ho sempre cercato di creare umanamente un rapporto tale che mi permettesse di capire che cos’era la musica per loro, che aspettative avevano per il disco, cosa volevano esprimere e poi lavorare in quella direzione, come se fossi per un periodo un elemento in più del loro gruppo. Il tutto con il massimo rispetto per la scelta stilistica di un gruppo e con la massima disponibilità nel mettermi a disposizione per permettere ai musicisti di esprimere al meglio quello che desiderano. Non meraviglia il fatto di aver prodotto Edda, gli Statuto, o di aver collaborato con Chimenti: per me non fa differenza il genere di musica, la differenza la fanno il talento e la bellezza delle composizioni.
Sarebbe bella un’uscita dei Beau Geste, band condivisa con Magnelli e Antonio Aiazzi e un nuovo capitolo di Mephisto Ballad…
Con Antonio e con Francesco non ci siamo mai persi di vista, con i Beu Geste c’è l’intenzione di trovarsi a fare qualcosa, così come per Mephisto Ballad.





