Omar Coleman & Igor Prado, Old New Funky and Blue

Giorgio Burreddu
5 minuti di lettura

OMAR COLEMAN & IGOR PRADO
Old New Funky and Blue
Nola Blue
***1/2

Vivace, multiforme, dinamico. Certamente autentico, come Omar Coleman sente di dover definire il suo blues: «Rimani autentico. Le persone reagiranno». Don’t lie, baby. Non ci sono tracce bugiarde nemmeno in Old New Funky and Blue, l’ultimo, scintillante album che il cantante e armonicista del West Side ha cucito insieme a Igor Prado, chitarrista di San Paolo del Brasile. Come dire: quando l’identità è vera, i confini non contano. Quelli geografici. Come quelli musicali.

Funky sporco e graffiante, groove strapazzato, tocchi soul: c’è molto nelle 11 tracce nate dalla collaborazione proficua di questi due artisti. A cominciare da I’m Leaving My No Good Woman, forse non l’intro che ci aspetterebbe da un album così. Ma in fondo sta proprio qui il bello: un brano intriso dei fiati di Denilson Martins (sassofono) e Bruno Belasco (tromba), dei cori dello stesso Prado, e dell’anima del soul di Memphis. E allora, qual è la direzione: new od old? Funky o blue? Vale la pena prendersi tutto, e muoversi al diverso ritmo di ogni traccia. Tant’è che quando entra l’armonica di Coleman (wow!) in I Only Have Love — una delle cinque cover — è evidente che l’ampiezza di questo lavoro non rimarrà confinata in un solo genere.

Coleman mantiene viva la tradizione di Chicago, è vero, ma senza dogmi né diktat. Alla fine degli anni Novanta, mentre lavorava come barbiere nel North Side, decise di imparare a suonare l’armonica. Fu l’inizio della sua storia. «Lavoravo in un altro negozio nel centro di Chicago e al piano di sotto c’era un negozio di musica. Così andai a comprarmi un’armonica. E poi facevo impazzire la gente, ogni giorno, nel locale». Quando sentì Junior Wells, pensò: «Cavolo, ecco cosa voglio fare». Influenze che Coleman porta avanti già da molti anni, diventando un punto di riferimento di quella new generation (ormai un po’ old pure quella: Coleman ha 53 anni), capace di tenere accesa la brace del blues (album come West Side Wiggle ne sono la prova).

Quella tradizione rivisitata arde anche in Old New Funky and Blue e in pezzi come Cut You Loose, un brano originale, in cui la chitarra di Prado evoca Albert King e Albert Collins. Moving on to Better Days, invece, naviga nelle tempeste del funk. A tenere dritta la barra del blues ci pensa sempre la chitarra di Prado. Mancino, eclettico, autodidatta, Igor si è guadagnato una reputazione accompagnando armonicisti e bluesmen americani. Durante i loro tour in Brasile, Prado li portava al Don Mariano di San Paolo — eccezionale per il cibo e la cachaça — prima di dirigersi in studio di registrazione. Quell’estro e quel bailando si avvertono in pezzi come Answer Your Phone (l’intro, però, è rivedibile), che insiste su quel «perché non vuoi rispondere al telefono» ripetuto fino all’ultimo, come un martello. Più soft la ballata I Let a Good Girl Go, altra cover (Edward Randle), ma più confessionale e intima, che fa emergere le sfumature della voce dolce di Coleman.

Non preoccupatevi, qui inizia il secondo tempo: si torna a sorridere con Brown Nosin’ Man, ritmata dal battito e dalle risate del duo. «Il blues è la storia americana raccontata dall’interno. Preservarla significa onorare le radici lasciandola crescere. I musicisti sono narratori e guaritori», ha detto ancora Coleman. E il blues cresce in I Wanna Do the Do (super l’armonica di Coleman) e in Don’t Give Away (da Sly Johnson), un brano funk. Si va verso la chiusura con Night Fishin (Emmett Ellis /Bobby Rush) prima del blues duro e puro di Blue Line Train in Chicago. Prado pizzica l’acustica come affacciato su qualche skyline al tramonto, mentre Coleman, con l’armonica, ricorda il sound grintoso dei Sessanta, in stile Howlin’ Wolf. Esclamando, orgoglioso, che Chicago is where I live.

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