Oneohtrix Point Never live a Milano, 6/5/2026

Lino Brunetti
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Tutte le foto © Riccardo Trudi Diotallevi per Inner_Spaces

È il 29 aprile 2014. Al Centro San Fedele di Milano è atteso Daniel Lopatin con il suo progetto Oneohtrix Point Never, in giro a portare i brani del suo più recente album, R Plus Seven. Per arrivare a Milano dal luogo del concerto precedente, il musicista ha preso il treno ed è proprio nel vagone in cui è seduto che il suo vicino di posto gli fa cadere la valigia sul piede, rompendoglielo e costringendolo a cancellare le date successive del suo tour, a partire proprio da quella milanese.

L’aneddoto è stato raccontato da Gaetano Scippa, curatore artistico della rassegna Inner_Spaces (assieme a Padre Antonio Pileggi e, nel caso della serata di cui vado a parlare, Kadmonia e Slam Jam) in apertura di quella che, solo dodici anni dopo, possiamo considerare il recupero di quella data persa. Non che negli anni non ci abbiano provato più volte a portare Lopatin al San Fedele, non fosse che nel frattempo il musicista è diventato, nel suo ambito di riferimento (e non solo), un nome enorme: autore e co-produttore per The Weeknd (per il quale ha curato pure l’Half Time Show al Super Bowl), collaborazioni con FKA Twigs, comparsate nei lavori di Rosalia e Caroline Polachek, il lavoro su colonne sonore e per il cinema (Marty Supreme, ad esempio).

È impossibile (e ingiusto), però, ridurre il lavoro di Lopatin a quello per conto terzi, perché da anni, ormai, è uno dei grandi nomi dell’elettronica più evoluta, tra l’altro con un corpus discografico che conta oltre venti album, dalle cose più underground degli inizi, ai dischi più celebrati (spesso fuori su Warp) dell’ultima dozzina d’anni. 

A me era capitato d’incrociarlo proprio a inizio carriera, quando ancora bazzicava i «bassifondi»: era il 2009, a Stoccolma, in quella che poi rimarrà l’unica edizione europea del famigerato festival newyorkese di musica noise No Fun Fest. In mezzo a orde di terroristi sonici, sfregiatori del buon senso e di una qualsiasi idea sensata di armonia, sacerdoti del drone e semplici pazzi furiosi, Lopatin, con le sue distese ambientali, apparve in quell’occasione protagonista di un’oasi fatta di melodie angeliche. Da allora, di strada ne ha fatta tantissima e, di pari passo, l’hanno fatta le sue composizioni e la sua musica, oggi infinitamente più complessa, raffinata, immaginifica di un tempo, pure da un punto di vista teorico.

La musica di Lopatin «non vuole restaurare il passato, ma mettere in corto circuito il passato con il presente», ha detto Padre Pileggi nella sua presentazione. Le sue composizioni inglobano un’infinita quantità di materiali di scarto del passato, tasselli di un discorso che lavora sul concetto di memoria e nostalgia verso qualcosa che non necessariamente è avvenuto, ma si è comunque sedimentato nel nostro immaginario, contribuendo a fare di noi ciò che siamo. Tutto ciò si mescola al lavoro sul digitale, proiezione futurista che ulteriormente altera la persistenza della memoria (e delle emozioni) trasfigurandola in qualcosa d’altro, di laterale, che funziona per associazioni d’idee e non come ovvia didascalia di un qualcosa comunque destinato a mutare in continuazione col passare del tempo.

Qui al San Fedele, OPN presentava soprattutto il suo ultimo Tranquilizer «un disco modellato su kit audio commerciali di un’epoca passata, un indice di cliché rovesciato dall’interno», nelle parole che lui stesso aveva usato per presentarlo. A dargli una mano (e parimenti artefice del successo della serata), l’artista visivo Freeka Tet, intento a creare dei visual in tempo reale (proiettati su uno schermo grande e uno più piccolo), filmando inoltre una sorta di piccolo ambiente posizionato sul suo banco di lavoro, all’interno del quale affastellare immagini su immagini (videogames, cartoon, paesaggi fatti di pixel o glitch digitali) assolutamente perfetti nel loro dialogare con i suoni creati da Lopatin.

Che al solito si dimostra musicista tutt’altro che minimale e ovvio. C’è anzi nella sua musica una tendenza all’accumulo, all’accostamento ardito, al continuo cambio di passo e d’atmosfera, che da un lato rende l’ascolto delle sue composizioni bisognose di una certa attenzione, ma dall’altro le palesa quali continuo territorio di eccitante scoperta, con suoni e ritmi che rimpallano fra loro seguendo arditi collegamenti neuronali, espressi tramite un linguaggio barocco e scintillante, come se ci trovassimo nei meandri di un’elettronica progressiva, digitale, ma tutt’altro che fredda.

Per circa un’ora e venti, i 450 presenti (il concerto è andato sold out in un battibaleno, dopo essere stato annunciato) si sono immersi in questo mondo dai confini mutevoli, attraverso un trip iper cangiante nel quale memoria, ricordo, tecnologia, futuro, distopia e riflessione metafisica sono parsi fondersi in un sound di non sempre immediata afferrabilità, ma che parla di noi e dei detriti mnemonici, massmediatici e culturali che ci circondano come poche cose in circolazione. 

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