La prima volta che vidi Patti Smith dal vivo, coinvolto dall’ascolto di Horses e Wave, fu a Bologna, il 9 settembre del 1979. All’epoca si scrisse che il pubblico atteso ai suoi concerti non avrebbe superato l’ordine delle cinquemila persone (il rock è sempre stato maschilista), mentre alla fine, tra la città felsinea e Firenze, dove il Patti Smith Group suonò il giorno seguente, se ne sommarono circa centoquarantamila. Era il tempo in cui la ripresa dei concerti internazionali, nel nostro paese, richiamava platee immense e frotte di spettatori, complici anche i prezzi certamente più abbordabili di quelli odierni (persino in proporzione al tempo trascorso). Era molto giovane, allora, quella ragazza nata a Chicago, ma anche se l’anagrafe è sempre implacabile, tale è rimasta alle soglie degli ottant’anni (li compirà a fine anno). E questa gioventù interiore l’ha dimostrata, ancora una volta, al concerto tenutosi al Castello Sforzesco di Milano, nell’ambito della rassegna Estate al Castello, e organizzato da Radio Popolare per i cinquant’anni di onorato servizio radiofonico dell’emittente.
Sembrerebbe facile parlare di un’icona del rock che, pur non pubblicando un nuovo album dal 2012 di Banga, è sempre presente nell’immaginario dei cultori della materia; la sua apparente semplicità rappresenta quel tratto distintivo che fa di una musicista un’artista a tutto tondo. La parola — cruda e levigata al contempo — è il perno della sua arte e della sua credibilità quando parla, ad esempio, di pace e bellezza.
È stato, quello di Milano, un concerto (aperto dalla brava musicista italiana Marta Del Grandi) di resistenza per una donna non più giovane, la quale (pur combattiva) ha dovuto concedersi qualche pausa, necessaria a riprendere fiato e forze nel contesto di una serata particolarmente calda e umida, impegnativa non solo per lei ma anche per il pubblico (certamente variegato, sebbene dall’età media innegabilmente âgé), se non altro risparmiato dalle temperature supplementari prodotto dalle luci sul palco.
Dancing Barefoot è il biglietto da visita del concerto, aperto da una voce che pare recitare incantesimi; un brano cardine della sua discografia, sempre ammaliante e seducente benché ascoltato mille volte. Ghost Dance è un canto sciamanico dove i movimenti delle braccia e delle mani seguono il flusso della declamazione lirica, Revenge — lo storico Tony Shanahan alle tastiere — trascina il suono e le parole in una marcia nel deserto dove la chitarra elettrica gioca con le note, quasi a evocare il viaggio in un tempo senza fine. The Crystal Ship, una delle canzoni indimenticabili dei Doors, si apre al mistero e all’ignoto: canzone simbolo del quartetto californiano, non è da tutti cantarla senza timore. Ma la voce di Patti Smith è una delle poche che può accarezzare quel testo e quel suono senza timore reverenziale. Break It Up discende dalla precedente in quanto figlia di un sogno che Smith descrive presentandola — un sogno colorato e pieno di farfalle, abitato anche dallo stesso Jim Morrison. Il suono delicato della chitarra elettrica amplifica il timbro avvolgente. Nine si apre per chitarra e tastiera, in una poesia dalle note ripetitive di chitarra (acustica) con rintocchi elettrici a disegnare ipnotiche sonorità da West Coast.
Falling Slowly, cantata da Shanahan, è un delicato omaggio alla memoria di Glen Hansard, musicista irlandese deceduto nella periferia di Dublino, alle prime ore del mattino, in seguito a un incidente motociclistico. Arrivato alla notorietà con il cinema (interpretò il ruolo del chitarrista nel film The Commitments e poi quello del musicista di strada in Once), aveva da poco pubblicato ben due album.
Summer Cannibals si affaccia con un suono sincopato e prosegue con la voce di Smith, che pare voglia afferrare le parole per distribuirle al pubblico, mentre in Fireflies si manifesta nelle sembianze di una ninna nanna, perfetta per una passeggiata nell’inconscio della notte. Beneath the Southern Cross parte con il suono martellante della chitarra acustica, suonata da Smith con piglio potente e deciso. I versi vengono scanditi con forza, la chitarra elettrica ricama suoni in apparenza scaturiti dall’infinito cosmo deadiano. Una bella jam arricchita dalle note di Fairytale of New York, omaggio a un altro irlandese recentemente scomparso, il grande Shane MacGowan, leader dei Pogues. Peaceable Kingdom è dedicata ai bambini della Palestina (la cui bandiera sventola tra il pubblico) e a tutta l’infanzia nel mondo coinvolta in luoghi di guerra; come la precedente canzone si tratta di un grido contro tutte le guerre. La canzone è dedicata all’attivista americana Rachel Corrie, volontariamente travolta, a Rafah (nel marzo del 2003), da un bulldozer israeliano. Rachel aveva ventitré anni e si batteva per i diritti dei palestinesi: «Forse un giorno saremo abbastanza forti / Da costruire il regno della pace e dell’armonia».
Because the Night è il sempiterno abbraccio che Patti Smith dedica all’amore della sua vita e padre dei suoi figli, Fred “Sonic” Smith, leader del MC5 di Detroit scomparso troppo presto. Come sempre, la canzone è un proseguimento della telefonata che Patti attendeva da Fred, una sera del 1978. La musica era pronta, gliel’aveva data Bruce Springsteen incidendola su musicassetta mentre registrava Darkness on the Edge of Town. Le ci mise le parole e nacque un capolavoro.
People Have the Power è, come sempre, l’epico finale di un percorso più che di un concerto. Un brano nato con la scrittura duplice della famiglia Smith e che vide il ritorno dell’artista di Chicago alla discografia — l’album era Dream of Life —dopo otto anni di assenza, passati a costruire la propria famiglia. È un brano pieno di speranza, che il pubblico attende e con il quale sempre si concludono i concerti dell’artista. L’attesa non è solo legata al piacere musicale, ma soprattutto alla speranza che il tempo in cui a guidare il mondo siano le persone comuni, alla fine arrivi, perché «noi possiamo cambiare il mondo». Lei, Patti Smith, opera d’arte, ci crede ancora. E noi?


