Paul Cornish, You’re Exaggerating!

Ernesto D Angelo
4 minuti di lettura

PAUL CORNISH 
You’re Exaggerating!
Blue Note 
***1/2

Su qualche numero fa della nostra rivista, nel recensire l’ottimo Words Fall Short di Joshua Redman, notavo l’eccellenza del pianista di quell’album, ovvero Paul Cornish, giovane texano di Houston ormai losangelino d’adozione. Classico prodotto delle chiese battiste, già a 5 anni con le dita sulla tastiera e vincitore negli ultimi anni di numerosi prestigiosi premi e contest. Aggiungete a tutto ciò le collaborazioni con artisti, tra gli altri, come Louis Cole, Mark Guiliana e Terrace Martin, e avrete un quadro abbastanza realistico dell’individuo.

Adesso è uscito allo scoperto con un album intitolato You’re Exaggerating! (presentazione delle credenziali alquanto esplicita), 9 composizioni nuove di zecca (anche se più volte rodate dal vivo) condivise con telepatica interazione con Joshua Crumbly al contrabbasso e Jonathan Pinson alla batteria. Al di là dell’ovvio battage pubblicitario precedente l’uscita del disco, va detto che l’impressione di trovarci al cospetto di un Robert Glasper 2.0 è forte. Pianismo tentacolare, amore per i rischi armonici, grande senso della tradizione nera dello strumento — quella che da Teddy Wilson giunge a Jason Moran passando per Jacki Byard — e moderato flirting con il black sound contemporaneo.

Il lavoro si apre con DB Song, come a dire, «una traccia sul legame batteria-contrabbasso» (DB sta per drum e bass), tutta basata sul girare attorno al centro tonale e su un interplay fittissimo. Subito dopo c’è Queinxiety, fibrillante, inquieta e razionalmente scomposta, e a ruota Star Is Born, quasi neoclassica nel suo essere all’inizio semi-loussieriana, ma dopo capace di virare verso atmosfere decisamente febbrili grazie al pungolo creativo dei due partner. Degno dei momenti più meditativi di Chick Corea e Herbie Hancock è Slow Song, brano per solo pianoforte dove vengono fuori le influenze dei succitati Moran e Glasper nonché di James Francies, col quale Cornish ha studiato.

Etereo e astratto è invece 5 AM, pezzo che esalta sia il valore compositivo del contrasto tra tensione e rilascio, sia il gusto per taluni azzardi armonici. E si giunge a Dinosaur Song, la quale, più che una canzone, è un puzzle pianistico retto da un ritmo cangiante dove impressionanti sono gli apporti di Crumbly e Pinson, mentre Palindrome, dalla vivace vibe ondivago-monkiana, vede la presenza di Jeff Parker alla chitarra, il quale immette nell’ordito musicale sane dosi di tenue blues feeling. Queen Geri, omaggio sentito alla grande Geri Allen, nasce sulle orme della Drummer’s Song della grande e compianta pianista di Pontiac e si sviluppa con un tempo in 7 e con obbligati spettacolari, degni del prog più impervio o di certi esperimenti di casa Eicher.

Chiude l’opera Modus Operandi, composizione dagli echi quasi bachiani e dal gusto prossimo a certe divagazioni di Vijay Iyer. Non saprei dirvi se questo giovane virgulto del pianoforte stia davvero esagerando. Di certo ha tutte le carte in regola per scrivere importanti, future pagine del suo strumento.

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