PETE TOWNSHEND The Studio Albums 8CD, Universal
***1/2

Dopo il bellissimo cofanetto Live In Concert 1985-2001, uscito lo scorso anno, Pete Townshend ha ora messo in commercio il suo corrispettivo contenente i lavori incisi in studio lontano dagli Who, intitolandolo senza troppa fantasia The Studio Albums. E di fantasia ne ha usata ancora meno nella compilazione del contenuto, in quanto negli 8 CD ha incluso i suoi 7 dischi da solista (Psychoderelict è presente nelle due versioni, coi dialoghi e music only), ma senza lo straccio di una bonus track, neppure rispetto ad altre ristampe uscite in passato, anche se il suono, almeno, è stato completamente rimasterizzato nell’anno in corso.
Who Came First, del 1972, è ancora oggi l’album più famoso di Pete: ispirato dal santone indiano Meher Baba, il disco è in realtà uno strano collage di demo presi dal progetto Lifehouse (Pure And Easy, Let’s See Action e Time Is Passing, tutte e tre registrate anche dagli Who), cover cantate da Ronnie Lane (Evolution) e Billy Nicholls (Forever’s No Time At All) e appena tre brani nuovi.
Proprio in coppia con Lane è Rough Mix del ’77, un bel disco dal suono «americano» con la produzione di Glyn Johns e la partecipazione di Eric Clapton, John Entwistle, Charlie Watts e Ian Stewart: i pezzi migliori sono il boogie strumentale della title-track, la buona cover di Til The Rivers All Run Dry (Don Williams), i rock’n’roll My Baby Gives It Away e Catmelody e la ballata sudista Annie.
Gli anni ‘80 sono stati quelli che hanno visto il Townshend più prolifico di sempre, inizialmente con Empty Glass (1980), il suo lavoro solista più riuscito, meglio anche rispetto a Face Dances degli Who (pubblicato l’anno seguente). Tre pezzi che sarebbero stati perfetti proprio per il suo gruppo principale sono Rough Boys, I Am An Animal e la title-track, ma poi ci sono anche l’incalzante rock di Cat’s In The Cupboard e l’orecchiabile singolo pop Let My Love Open The Door, al nono posto nella classifica dei 45 giri USA.
Per contro, All The Best Cowboys Have Chinese Eyes (1982) è un disco mediocre, in cui si salvano solo le ballate rock The Sea Refuses No River, Exquisitely Bored e Slit Skirts, mentre solo leggermente meglio è il concept White City: A Novel (1985), con le roccate e coinvolgenti Give Blood e White City Fighting (entrambe con la chitarra di David Gilmour), nonché la piacevole, sessantesca Brilliant Blues, come momenti salienti, ma anche con troppi synth tipici della decade in questione.
Interessante l’inclusione di The Iron Man del 1989, un vero e proprio musical dalla struttura teatrale, con Pete che divide le parti soliste, tra gli altri, con John Lee Hooker (non nel suo ambiente naturale né nella pop song Over The Top né nel blues sintetico I Eat Heavy Metal) e Nina Simone (il pessimo proto-rap Fast Food), mentre una chicca è la partecipazione degli Who nelle discrete Dig e Fire, e Townshend brilla in proprio nella potente e bella I Won’t Run Anymore e nel pop a tinte gospel di All Shall Be Well.
Psychoderelict (1993) è a oggi l’ultimo lavoro solista di Pete, un altro concept ambizioso che però, risentito ora, risulta troppo lungo e discontinuo anche se contiene alcune lucide composizioni come English Boy, I Want That Thing e I Am Afraid: da preferirsi la versione senza dialoghi, molto meno dispersiva.


