PETER SALETT
Dance Of The Yellow Leaf / Suite For The Summer Rain
2CD, Dusty Shoes Music
***

Che Peter Salett sia in confidenza con il mondo del cinema lo si evince immediatamente; per il gusto pittorico, descrittivo, che avvolge completamente le sue canzoni, più sul versante del songwriting che dalle parti del pop. Due album in contemporanea — scelta rarissima e curiosa — non distanti per stile, strumentazione e approccio canoro. Le uscite digitali sono separate, ma ispirazione e slancio poetico coincidono.
Salett — uomo di studi e meditazione — proviene da Princeton, New Jersey. Dietro di lui ci sono ben 9 album e una popolarità centrata. Se suo padre Stan era attivista per i diritti civili, Peter ha proseguito per quella strada, distinguendosi, al tempo, nel lavoro per l’elezione di Obama e per aver organizzato The Hometown Project sempre in un clima di aperto progressismo, coinvolgendo attori e musicisti. Voce morbida e suasiva, chitarrista acustico, buon armonizzatore, ha rivolto la sua ricerca musicale alle manifestazioni della natura, all’alternarsi della luce e dell’ombra, all’esplorazione dei chiaroscuri che si avvicendano nella mente umana. Le sue canzoni si alternano a brevi squarci sonori dove ascoltiamo la voce dell’oceano, degli uccelli, del vento.
Salett si immerge nel cosmo con puntuale profondità e forse per tale ragione è stato definito come impressionista. Le ballad si rincorrono vellutate, l’arpeggio della chitarra le arricchisce con risultati alterni. Rarefatti, volatili, ben impostati, gli album mostrano la loro essenza in modo convincente, ma dal primo all’ultimo brano un gruppo d’archi si mostra troppo invasivo, finendo per compromettere, in parte, la linearità dell’ascolto. Un eccesso di produzione, dunque, secondo consuetudini care a decenni passati. È questo, probabilmente il limite che affligge la fruizione del prodotto. Una resa più asciutta avrebbe meglio sottolineato l’indubbia creatività di Peter, che ci piacerebbe ascoltare in una dimensione meno sovrabbondante.
Delle tante canzoni che danno vita ai due lavori, risaltano le immagini sonore di Waitin’ On A Rainstorm, i suoni serrati di Against The Grain, l’esoterica ma non terrifica Ghost Above My Bed, a richiamare (accade in vari punti) la labilità dei confini fra l’aldiquà e l’aldilà. Il modo di cantare ricorda talvolta gli accenti plastici di Joe Henry, il canto etereo di David Crosby. Nella «danza della foglia» si apprezzano Vision Of The Sky, con una strizzata d’occhi al musical, l’armonia di Apple And Tree, Shadows Fall, scelte musicali valide e interessanti. Con una limatura degli archi, il risultato sarebbe stato più appetibile.


