Pixies live a Novegro (MI), 14/7/2026

Lino Brunetti
8 minuti di lettura
Tutte le foto © Renato Anelli

Non mi era ancora capitato di recarmi a vedere un concerto al Parco della Musica di Novegro, grande spazio all’aperto dedicato ovviamente alla musica dal vivo, inaugurato, se non sbaglio, l’anno scorso. Vicinissimo all’aeroporto di Linate e pertanto facilmente raggiungibile anche coi mezzi pubblici – opzione senza dubbio consigliata – è posto in un ampio campo dove, oltre agli usuali stand dove bere e mangiare, sono presenti due palchi e relative aree, una un po’ più grande (con anche una tribuna dove vedere i concerti da seduti) e una leggermente più contenuta, comunque con una capienza di svariate migliaia di persone. 

È su quest’ultimo (denominato Garden) che hanno suonato i Pixies, in giro a festeggiare i quarant’anni di carriera. La band di Boston giunge a questo traguardo tutt’altro che stanca o appassita, ma soprattutto per nulla intenzionata a essere relegata unicamente a quanto fatto in passato nella prima fase di carriera (tra l’altro, a voler guardare alla realtà dei fatti, oggi hanno un pubblico che all’epoca probabilmente si sognavano, prova ne è anche il sold out di stasera). Intanto basta guardarsi attorno: tra gli astanti ci sono sicuramente quelli che sono cresciuti con le loro canzoni, hanno passato gli anta da un pezzo e oggi sfoggiano una capigliatura ingrigita (nella migliore delle ipotesi). Con loro, però, in misura forse anche maggiore, ci sono un sacco di giovani e giovanissimi, che magari li hanno conosciuti attraverso una serie TV o una canzone piazzata in un film e da lì sono partiti alla scoperta dei loro dischi, vecchi e nuovi. Sì, perché i Pixies, lungi dall’essersi riformati unicamente per suonare le vecchie canzoni e passare all’incasso come fatto da tanti, nel post reunion hanno pubblicato più dischi che nelle loro fase storica (cinque contro quattro), magari non rivoluzionari e significativi come quelli, ma ben più che dignitosi e soprattutto, passata una prima fase un pizzico interlocutoria, capaci di dare un senso oggi al loro far musica, evitando di scimmiottare quanto fatto da giovani, ma trovando una via più matura e adulta al loro sound (la cosa è evidentissima negli ultimi Doggerel e The Night the Zombies Came, entrambi sicuramente consigliati).

La serata inizia con la performance dei Pale White, trio di Newcastle autore di tre album (l’ultimo, uscito a marzo, s’intitola Inanimate Objects of the 21st Century) a me completamente sconosciuti. Il loro è un rock chitarristico energico e potente (il batterista picchia sui tamburi come un forsennato) che, a primo ascolto, m’è parso un mix tra un alt-rock con radici nei seventies e i QOTSA più pop. Roba che si ascolta tutto sommato con piacere, ma che scivola via senza farsi ricordare un attimo dopo che è finita. La sensazione, così a primo ascolto, è che di band del genere ce ne siano in giro un’infinità e che loro non abbiano canzoni abbastanza forti per farsi ricordare davvero (e inoltre, perché non suonare come il power trio che in fondo sono e mettere invece in base delle inutili tastiere? per me inspiegabile).

Di canzoni forti, invece, i Pixies ne hanno un’infinità e tutte dotate di una personalità unica, resistita anche al turnover di bassiste che c’è stato nel corso della loro lunga carriera. L’erede di Kim Deal è oggi la bravissima Emma Richardson, impeccabile al basso e brava anche a cantare (pure che l’unione delle voci di Kim e Black Francis era un’altra cosa). Proprio lei prende il microfono in mano nella cover della mitica In Heaven (Lady in the Radiator), lo ricorderete, pezzo che portava un pizzico d’umanità nell’universo allucinato dell’Eraserhead di David Lynch. Inizio sognante, subito spazzato via dalla sequenza di classici che segue: sfilano Cactus, Vamos, Nimrod’s Son, Mr. Grieves e la sempre clamorosa Here Comes Your Man, chiaramente cantata dal pubblico al completo. 

Il sound risulta potente e affilato, ben supportato dall’impianto del palco. Qui e là si concedono anche qualche allungo e un pizzico di dilatazione in più rispetto al solito, anziché dare ai vari pezzi quell’aspetto da proiettile sonoro che spesso hanno. Nella parte centrale iniziano a diversificare le scelte, con alcuni pezzi più recenti (Greens and Blues, Snakes, una ballata come Chicken e una Motoroller che per me ha le caratteristiche per diventare un loro nuovo classico) ad alternarsi con quelli storici, trai quali una discreta selezione tratta da Trompe Le Monde (album sottovalutato, che io invece ho sempre amato alla follia) dal quale arrivano prima Motorway to Roswell, poi l’accoppiata Subbacultcha/Distance Equals Rate Times Time e infine la più usuale devastazione di Planet of Sound.

Joey Santiago rimane uno dei chitarristi più originali e riconoscibili della sua generazione, bravissimo nel gestire riff indimenticabili, feedback lancinanti, fraseggi free, ma anche assoli e parti melodiche. Di suo, David Lovering è tuttora un metronomo che non perde un colpo, che viaggia d’intesa perfetta con la Richardson. Black Francis, come sempre, non dice una parola durante il concerto, ma lascia che a parlare siano le canzoni che ha scritto in questi decenni, cantati con una voce che tiene ancora botta (magari con l’aiuto di un po’ di riverbero): titoli quali Hey, Monkey Gone to Heaven, Gauge Away, Debaser o Wave of Mutilation, quest’ultima suonata addirittura in due versioni, quella più conosciuta e la Uk Surf.

Prima dell’ovvio momento trionfale con la celeberrima Where is My Mind?, c’è modo di offrire ancora un altro paio di cover, la loro versione di Head On dei Jesus & Mary Chain (anche questa era su Trompe Le Monde) e una riuscita rilettura della Winterlong di Neil Young. Nel finale vero e proprio (ovviamente niente bis), a chiudere 90 minuti secchi di show, torna Emma Richardson al microfono a cantare Into the White.

Tirando le somme, devo dire che mi sono sembrati splendidamente in forma questi Pixies quarantenni, affiatati e pure contenti di essere sul palco a portare avanti una storia che continua e non guarda solo indietro. Cosa non scontata, soprattutto in un tour dalle dichiarate intenzioni celebrative. Che aggiungere? Una delle band più importanti degli ultimi 40 anni (appunto).

Ultimissima segnalazione: a settembre, come corollario delle celebrazioni, la band ripubblicherà in versioni rimasterizzate gli ultimi due album della prima fase di carriera: Bossanova (curiosamente ignorato del tutto stasera) e il citato Trompe Le Monde. Pochissimi e non fondamentali gli extra di entrambe le ristampe, ma per chi questi dischi non dovesse averli, l’acquisto è a dir poco obbligato.

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